C’è una scena che, negli ultimi anni, si ripete con una certa regolarità: si presenta un libro, oppure si organizza un dibattito sull’intelligenza artificiale, sulla sanità, sull’Europa, sul futuro della Lombardia. Sul palco salgono sindaci, assessori, parlamentari, professori. In platea siedono decine di amministratori locali. Si discute per due ore. Si stringono mani, si scambiano numeri di telefono, si costruiscono relazioni. Solo che non è una riunione di partito, è un’associazione politica. La differenza può sembrare lessicale. Non lo è. Per capire come sta cambiando la politica italiana bisogna probabilmente partire proprio da qui: dai luoghi in cui la politica continua a fare politica senza chiamarsi partito.
Strutture parallele
Brescia è un osservatorio privilegiato. Arrivare a una mappatura esaustiva è complesso, specie perché più di una realtà è «vestita» da abiti culturali e smentisce all’origine una matrice politica che, nei fatti, però ha. E lo confermano i dati: l’ormai proverbiale crisi dei partiti è coincisa con la crescita di think tank, fondazioni e associazioni politiche, che rappresentano oltre il 50% della platea di organizzazioni. Insomma, la chiusura delle vecchie sezioni non ha prodotto un vuoto, ma altri contenitori.
Una carrellata (che non ha l’ambizione di essere una mappatura esaustiva) per capire l’ampiezza del fenomeno in casa nostra. Nel campo del centrosinistra si fatica a contarle: Cento piazze (riformisti area Emilio Del Bono-Alfredo Bazoli); Circolo Matteotti (sempre area riformista, a fare da regista è la deputata dem Lia Quartapelle); AltreMenti (il copyright è di Miriam Cominelli); X Giornate (Gian Antonio Girelli); Fondazione Ds (Tolotti-Ferrari); Partecipazione e identità (Tino Bino); Circolo Aldo Moro-Martinazzoli (Groli); Libertà Uguale (Morandi, Bona, Arrighini, Fornoni); Compagno è il mondo (Bersani, ex Art. Uno); ma anche Gamete 09; Associazione culturale Alberini; Odradek XXI.

Nel centrodestra il panorama è altrettanto ricco: si possono annoverare, ad esempio, Popolarismo europeo (Fontana); Tommaso Moro (Vilardi-Paroli); Innovamente (Simona Tironi); Liberamente (Mariastella Gelmini); Brescia liberale (Massimo Rodighiero); IdEntità (Invernici); Orizzonti europei (Calovini); Tito Speri (Botticini-Battagliola). Ognuna con una propria identità, ognuna con un proprio calendario di iniziative (più ricco o più dormiente), ognuna – inevitabilmente – anche con un proprio peso politico. E sì, anche con i propri sbuffi, mal di pancia, contro-riunioni e conta degli «esclusi» da una o quell’altra formazione.
Se si leggono gli statuti di molte associazioni politiche, c’è un dettaglio che fa quasi sorridere. Gli obiettivi ricorrono con sorprendente regolarità: formazione della classe dirigente, elaborazione di idee, confronto con la società civile, costruzione di politiche pubbliche. Tutte attività che, almeno sulla carta, dovrebbero già essere il mestiere di un partito. E a questo punto la domanda arriva quasi da sola: se i partiti servono a elaborare idee, formare la classe dirigente, discutere programmi e selezionare candidature, perché servono organismi che fanno esattamente la stessa cosa? La risposta più semplice sarebbe quella più cinica: perché sono correnti. In molti casi è anche vero (sarebbe ingenuo negarlo).
Dietro un logo, un convegno o una presentazione di libri c’è spesso anche una comunità politica che si riconosce in un leader o in una sensibilità. Le associazioni aggregano amministratori, costruiscono reti, misurano consenso, preparano candidature. Esattamente quello che, nella Prima e nella Seconda Repubblica, facevano le correnti di partito. Solo che le correnti avevano un problema d’immagine, così hanno cambiato nome. La spiegazione, però, finisce qui solo se ci si accontenta della superficie.
Non chiamatele solo correnti
Se davvero queste realtà fossero soltanto correnti travestite, difficilmente continuerebbero però a moltiplicarsi. E invece accade il contrario, a destra come a sinistra. La ragione è probabilmente un’altra: le associazioni non sono nate perché i partiti sono troppo forti, ma – al contrario - perché i partiti sono diventati troppo deboli.
Per decenni le sezioni erano il luogo in cui si imparava la politica: si discuteva di urbanistica, politica estera, scuola, trasporti. C’era chi arrivava ventenne e, tra un volantinaggio e una riunione serale, imparava a parlare in pubblico, a scrivere un ordine del giorno, perfino a perdere una votazione. Quel mondo, semplicemente, non esiste quasi più. Gli iscritti sono diminuiti. Le sezioni hanno chiuso. Le riunioni sono diventate sempre più brevi e sempre più dedicate all’amministrazione dell’esistente. La politica si è compressa tra una conferenza stampa e un post sui social. Qualcuno, però, quello spazio ha continuato a cercarlo e le associazioni hanno riempito proprio quel vuoto.

Non è un caso che quasi tutte le associazioni rivendichino la stessa missione: formazione, approfondimento, confronto. Parole che un tempo sarebbero sembrate pleonastiche per un partito e che oggi, invece, devono trovare una casa alternativa. Ci si sono arrovellati politologi, analisti e studiosi su questa questione, senza arrivare davvero a un punto di caduta nitido. Il politologo Piero Ignazi descrive da anni la trasformazione dei partiti in organizzazioni sempre più leggere, meno radicate e meno capaci di produrre cultura politica. Mauro Calise ha raccontato l’ascesa dei partiti personali, sempre più costruiti attorno ai leader. Gli studi più recenti sui think tank politici mostrano come questi organismi siano diventati uno degli strumenti attraverso cui i partiti cercano di recuperare funzioni che hanno progressivamente perso. In altre parole: le associazioni fanno oggi ciò che i partiti facevano ieri. Naturalmente non tutte allo stesso modo.
Laboratori di idee
Nel centrosinistra prevale un’impostazione quasi seminariale. Si parla di welfare, Europa, clima, innovazione, governo del territorio, giovani. Il lessico è quello dell’elaborazione politica, l’ambizione è costruire una proposta prima ancora di una candidatura, ma è da lì che ci si regola per fare avanzare la classe dirigente di corrente o, come qualcuno preferisce dire, di area.
Nel centrodestra, almeno storicamente, il baricentro è stato più identitario. Le associazioni hanno rafforzato appartenenze, valorizzato amministratori, costruito comunità politiche. Anche questa distinzione, però, si sta attenuando. Le une imparano dalle altre. Tutte hanno capito che, in un tempo di appartenenze fragili, creare una comunità stabile vale quasi quanto vincere un congresso.
E qui emerge il paradosso: le associazioni vengono spesso accusate di indebolire i partiti, di trasformare il confronto interno in competizione permanente, di spostare altrove le decisioni importanti. È una critica che contiene una parte di verità, ma forse scambia la conseguenza con la causa. Le associazioni prosperano perché il partito non riesce più a essere l’unico luogo della politica: se domani sparissero tutte, difficilmente le sezioni tornerebbero a riempirsi per magia. Resterebbe semplicemente un vuoto più grande.
Interrogativi
Il punto, allora, è capire se le associazioni aiutino i partiti a ritrovare una funzione oppure finiscano, inconsapevolmente, per sostituirli. La differenza sembra sottile, in realtà è enorme: nel primo caso diventano un laboratorio, uno spazio in cui sperimentare idee che poi rientrano nella casa comune; nel secondo, il partito rischia di ridursi a un notaio. Le idee maturano altrove, le relazioni si costruiscono altrove, la classe dirigente viene selezionata altrove.
Al partito cosa resta? Giusto il compito (spesso ingrato) di ratificare. Inutile domandarsi se le associazioni siano le nuove correnti: lo sono, che lo si voglia nascondere o no. Ma se oggi la politica migliore - quella che studia, discute, forma e immagina - ha traslocato fuori dai partiti, bisognerebbe forse chiedersi quando i partiti abbiano smesso di essere il luogo in cui tutto questo dovrebbe accadere per primo. E, soprattutto, se è un fenomeno irreversibile.




