Pd e correnti interne: dibattito su unità e identità politica

Hanno fatto discutere, suscitando una certa eco, i due convegni promossi a Milano e Orvieto, a metà gennaio, dalle componenti rispettivamente cattolico-democratica e liberal del partito
Elly Schlein alla manifestazione del Pd a piazza del Popolo - New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein alla manifestazione del Pd a piazza del Popolo - New Reporter © www.giornaledibrescia.it
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Hanno fatto discutere, suscitando una certa eco, i due convegni promossi a Milano e Orvieto, a metà gennaio, dalle componenti rispettivamente cattolico-democratica e liberal del Pd. Che in un partito il quale si denomina «democratico» , dunque pluralista, convivano correnti caratterizzate da diverse sensibilità culturali e ancorate a ben riconoscibili tradizioni di pensiero non deve certamente scandalizzare.

Il fatto può costituire occasione di arricchimento e può consentire al Pd più ampie possibilità di raccordo con orientamenti diffusi, ben al di là della sfera politica, nella vita pubblica e nella società. Purché si verifichino alcune condizioni senza le quali il rischio di una frammentazione lacerante e di una paralisi dell’iniziativa sarebbe più che probabile e concreto.

Anzitutto la riconoscibilità della cultura politica di riferimento come fattore identificante in assenza del quale si produrrebbe un correntismo solo finalizzato ad una competizione volta all’accaparramento di ruoli e di posti secondo una logica spartitoria: la riesumazione del vecchio «manuale Cencelli» e la riproduzione dei vizi della Democrazia cristiana senza che ne siano ereditate le virtù.

Letto sotto questo profilo l’attuale organigramma delle correnti Pd suscita più di un interrogativo solo a pensare che si moltiplicano le componenti interne, anziché ridursi e gli iscritti raggiungono numeri non certo soddisfacenti. Dieci correnti la cui caratterizzazione ideale e culturale è a dir poco del tutto incomprensibile, soprattutto per chi conosce le diverse biografie e i percorsi spesso zigzaganti dei vari leader e leaderini. L’impressione è quella di una competizione tesa a garantirsi un posizionamento atto ad assicurare future candidature per i propri accoliti, nonché a ritagliare quote interne di potere. Una seconda condizione pare imprescindibile e cioè che le differenze siano apertamente evidenziate, frutto di una approfondita elaborazione e non dissimulate, non rispondendo a finalità puramente tattiche tese a comporre e a scomporre di volta in volta la maggioranza interna, a seconda delle opportunità offerte dalle circostanze , attraverso accordi impropri e di scarsa durata.

Come dimostra tra l’altro l’avvicendarsi dei numerosi segretari succedutisi nel tempo. La produzione di idee, la definizione di policies e proposte programmatiche, la formulazione di progetti da iscrivere nell’agenda del partito, lo stesso dibattito sulla sua collocazione nel sistema politico, sullo spazio da occupare, sulla constituency di riferimento, abbisognerebbero di sedi di discussione oltre i circoli, di modalità di confronto proprie di forme contemporanee di comunicazione in grado di sopperire al venir meno dei tradizionali organi di stampa, nonché alla scomparsa di quelle riviste che un tempo animavano il confronto aprendosi al contributo di esterni, di voci critiche, di diversamente pensanti.

Ancora: la necessità di eliminare il gregarismo, la ricerca di tutele e protezioni, la corsa all’affiliazione a questo o quel leader che è venuta costituendo sempre più il criterio attraverso il quale operano i meccanismi di selezione della classe dirigente e ci si assicurano carriere e promozioni, penalizzando chi non si adegua e rifiuta di indossare casacche. Infine: un ulteriore caveat e l’auspicio di un impegno. Da un lato il rischio del trasformismo e dell’opportunismo per cui non sono più le identità culturali a valere, ma le occasioni del momento, a prescindere da visione e disegno. Si è detto: nulla di strano l’organizzarsi di correnti. Una sintesi tuttavia è pur necessaria, così come la piena consapevolezza di un’appartenenza condivisa da quanti -cattolici e laici- militano nel partito. Dall’altro lato, dunque, è indubbiamente precipua responsabilità di chi guida il Pd valorizzare ciò che unisce, trovare una composizione tra anime diverse, ma certo non inconciliabili, non confliggenti seppure in competizione, nonché definire le linee di un percorso lungo il quale promuovere alleanze la cui meta non può che essere l’alternativa alla Destra oggi al governo del Paese.

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