Ci sono alcune fotografie che non smettono mai di interrogare fino in fondo un Paese: il volto tumefatto di un ragazzo alla scuola Diaz, i corridoi della caserma di Bolzaneto, le immagini delle cariche durante il G8 di Genova appartengono a quella categoria. Nell’estate del 2001 la consigliera comunale dem Beatrice Nardo non era a Genova. In quei giorni insegnava alla Polgai di Brescia, la scuola di polizia giudiziaria. Alcuni dei suoi allievi erano stati inviati al vertice e molti dei funzionari coinvolti nelle indagini li conosceva personalmente. Uno di loro, Gilberto Caldarozzi (durante il G8 a capo del Servizio centrale operativo), era stato suo compagno di corso.
Oggi Nardo presiede la Commissione Servizi alla persona e sanità del Comune di Brescia. Ma la sua idea di politica arriva da lontano, in parte proprio dalla sua esperienza in Polizia: prima alla Digos di Milano, poi all’Ufficio immigrazione della Questura di Brescia. Ed è da qui che parte il suo racconto.

Venticinque anni dopo, quando ripensa ai giorni del G8 di Genova, qual è il primo ricordo che le torna in mente?
Che all’inizio, sinceramente, non ci avevo creduto. Continuavo a ripetere che non fosse possibile, che non era vero.
Non aveva creduto a che cosa?
Che potessero essere accadute violenze del genere. Avevo lavorato per anni nella Polizia di Stato. Avevo fatto ordine pubblico a Milano, servizi allo stadio di San Siro, lo sgombero del Leoncavallo: avevo visto situazioni molto difficili, ma una violenza come quella non l’avevo mai vista. Per questo ho sperato fino all’ultimo che le indagini chiarissero tutto.
In quei giorni lei era a Brescia: che legame aveva con Genova?
Sì ero a Brescia, insegnavo alla Polgai. Ma alcuni miei allievi erano stati inviati proprio a Genova e rimasi in contatto con loro: seguivo tutto da qui, anche perché conoscevo bene alcuni dei funzionari coinvolti. Gilberto Caldarozzi era stato mio compagno di corso. Conoscevo anche il comandante del Reparto mobile di Roma intervenuto alla Diaz, Vincenzo Canterini. Quando leggi quei nomi sui giornali è inevitabile sperare che ci sia un errore, sperare che emerga una ricostruzione diversa.
Quando capì che non sarebbe andata così?
Man mano che i fatti venivano ricostruiti. A quel punto ho dovuto prendere atto di quello che era accaduto. E quando si è compreso davvero che cosa era successo, quelle violenze sono diventate, ai miei occhi, assolutamente ingiustificabili. Le forze dell’ordine non possono e non devono macchiarsi di comportamenti di quel tipo.

Che cosa rappresentò Genova per chi in quegli anni era nella Polizia di Stato?
Una ferita enorme. Per le persone che quelle violenze le hanno subite, innanzitutto, ma anche per tutta la Polizia. Pagammo tutti il prezzo di quella vicenda, perché l’immagine dell’intero Corpo venne inevitabilmente associata a quei fatti. E non meritavamo di essere rappresentati da quelle violenze, specie la Polizia di Stato.
Perché dice «specie la Polizia di Stato»?
Perché noi arrivavamo da un percorso completamente diverso. La Polizia di Stato aveva investito tantissimo nella democratizzazione dell’istituzione: era stata la prima forza di polizia a smilitarizzarsi, la prima ad aprire davvero alle donne. C’era l’idea di costruire un rapporto nuovo con i cittadini. Per questo Genova fu vissuta come una sconfitta ancora più dolorosa.
Lei fu tra le prime donne a indossare quella divisa?
Sì, nel 1986: ero nel secondo corso aperto alle donne, eravamo venti in tutta Italia.
Che cosa significava essere una di quelle venti?
Ho fatto parte di un cambiamento, di una Polizia che stava cambiando pelle. Prima esisteva la Polizia femminile, che si occupava quasi esclusivamente di donne e minori, il Ministero decise invece che noi avremmo potuto lavorare ovunque: alla Squadra Mobile, alla Digos, negli uffici investigativi. Era una rivoluzione culturale.
Quale fu la sua prima destinazione? E come fu l’approccio dei colleghi?
La Digos di Milano, dove trovammo ancora tanti funzionari provenienti dalla vecchia struttura. Formalmente erano diventati ispettori, ma molti continuavano a ragionare come marescialli. Non era scontato che una ragazza di poco più di vent’anni venisse accettata.
Come andò?
Sinceramente molto bene: ebbi la fortuna di lavorare con Achille Serra e di trovare dirigenti che mi diedero fiducia. Mi furono affidate responsabilità importanti e quella fu una palestra straordinaria.
Poi arrivò Brescia...
Nel 1990. E lì, invece, il primo impatto fu parecchio diverso.
In che senso?
Passai dalla Digos all’Ufficio personale. In pratica la concezione era: le donne si occupano di pratiche amministrative. Brescia, da questo punto di vista, era ancora un po’ indietro rispetto a Milano. Ma durò poco: dopo circa due anni fui trasferita all’Ufficio immigrazione. Erano gli anni delle prime grandi sanatorie e dei grandi flussi migratori. Era uno degli uffici più complessi della Questura.
Che cosa le è rimasto di quell’esperienza?
L’idea che far rispettare la legge non significhi mai rinunciare all’umanità. Ricordo colleghe e colleghi che facevano una colletta per comprare pannolini o latte in polvere ai bambini delle donne che arrivavano negli uffici. Erano piccoli gesti, ma raccontavano bene la Polizia che ho conosciuto io.
È anche per questo che Genova le sembrò così incomprensibile?
Sì, perché quella non era la Polizia che avevo vissuto. Brescia, la Polgai, tanti colleghi con cui avevo lavorato avevano sempre rappresentato un modo rigoroso ma profondamente umano di interpretare il proprio ruolo. Per questo, all’inizio, mi sembrò un incubo.
Come si rimargina una ferita come quella?
Continuando a fare il proprio lavoro nel modo giusto. Mi emozionò molto una frase che mi disse l’assessore Marco Fenaroli negli anni in cui svolgevo il mio incarico a Brescia. Mi disse: «Quando sei arrivata all’Ufficio immigrazione hai portato umanità». E credo che questo riassuma il senso del lavoro nelle istituzioni. Applicare la legge è un dovere, farlo ricordandosi sempre che davanti hai delle persone è una scelta. E quella frase mi ha fatto capire che, forse, quella scelta era arrivata anche agli altri.

Eppure, nonostante il suo passato in Polizia, in Consiglio comunale sulla sicurezza interviene pochissimo. Come mai?
Per una ragione molto semplice: la sicurezza è una materia prima di tutto tecnica e poi umana. Ho sempre avuto l’impressione che il dibattito politico la riducesse quasi esclusivamente a uno scontro ideologico. Io preferisco non entrare in quel meccanismo.
Che cosa manca, secondo lei, al dibattito pubblico?
La consapevolezza che il lavoro delle forze dell’ordine è fatto soprattutto di prevenzione. L’intervento della volante, la manifestazione, il fermo, la rapina sono la parte visibile. Ma il vero lavoro si svolge molto prima: raccolta di informazioni, conoscenza del territorio, monitoraggio dei fenomeni, relazioni. È quella la parte più importante, ma è anche quella di cui si parla meno. La repressione è necessaria quando viene commesso un reato, ma arriva alla fine di un percorso. Se si ragiona solo su quella, significa che qualcosa prima non ha funzionato.
Lei ha lavorato anche alla Digos. Quanto pesa il lavoro invisibile rispetto a quello che vede il cittadino?
Moltissimo. Nelle manifestazioni, ad esempio, il pubblico vede soltanto l’eventuale momento di tensione. Quello che non vede è tutto il lavoro dei giorni precedenti: gli incontri con gli organizzatori, la pianificazione, il confronto continuo per evitare che si arrivi allo scontro. Quando si arriva alle cariche significa quasi sempre che qualcosa, prima, non ha funzionato.
Oggi però il dibattito sembra concentrarsi soprattutto su taser, Daspo, controlli...
Ed è proprio questo il punto. Si discute quasi sempre degli strumenti repressivi, molto meno degli investimenti necessari perché la prevenzione funzioni davvero.
Che cosa intende?
Faccio un esempio concreto. Ho presentato un ordine del giorno sulla situazione della Polizia stradale di Brescia: mancano decine di operatori, i mezzi sono obsoleti, aumentano gli adempimenti burocratici e nel frattempo crescono gli incidenti mortali. Se davvero la sicurezza è una priorità, allora bisogna investire anche negli organici, nella formazione, nelle attrezzature. Non basta introdurre nuove norme. E uno Stato che vuole una buona sicurezza, questi investimenti li deve fare, altrimenti si torna solo allo slogan.
Quindi vede una contraddizione?
Vedo il rischio di concentrarsi soltanto sulla parte finale del problema. Vale anche per altri temi: si introducono nuovi reati o nuove sanzioni, ma poi mancano risorse e strumenti per affrontare le cause.
Lo stesso ragionamento vale anche per l’immigrazione?
Secondo me sì. Ho diretto per otto anni l’Ufficio immigrazione della Questura di Brescia e continuo a pensare che il tema vada affrontato con realismo. Brescia ha bisogno di lavoratori, l’Italia ha un problema demografico enorme e il sistema degli ingressi continua a essere inadeguato.
Che cosa non funziona?
Abbiamo un meccanismo che spesso seleziona le persone sulla velocità con cui qualcuno riesce a cliccare un pulsante durante il click day, non sui bisogni reali del sistema produttivo. Nel frattempo continuiamo a discutere di immigrazione quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico.
Secondo lei quale dovrebbe essere invece il punto di partenza?
Prima di tutto bisognerebbe chiedersi quale contributo possono dare le persone che arrivano nel nostro Paese e come accompagnarne davvero l’inclusione. Poi naturalmente servono regole, controlli e il rispetto della legge. Ma una politica migratoria non può esaurirsi nella dimensione repressiva.
Lo stesso vale anche per il disagio giovanile?
Assolutamente. Oggi abbiamo un’adolescenza molto più lunga rispetto al passato e, in alcuni casi, più fragile. Se perdiamo i ragazzi in quella fase, rischiamo di ritrovarli quando il disagio è già esploso. Per questo continuo a pensare che le politiche sociali e quelle della sicurezza non siano mondi separati: sono due facce della stessa medaglia.
Da ex dirigente di Polizia le dà fastidio che oggi le forze dell’ordine vengano spesso raccontate come simbolo di una parte politica?
Sì, perché è una semplificazione. Le forze dell’ordine sono un’istituzione dello Stato, non di una parte politica. Naturalmente gli indirizzi dei governi incidono sull’organizzazione e sulle priorità, ma poi sul territorio lavorano donne e uomini che ogni giorno cercano di svolgere il proprio compito con professionalità. Ridurre tutto a uno scontro ideologico non rende giustizia né alla complessità della materia né al lavoro di chi la sicurezza la costruisce davvero.

Quando è passata dalla Polizia alla politica, si è portata dietro quel modo di intendere le istituzioni?
Sì, credo che il mio modo di fare politica derivi proprio da lì. Ho iniziato nei Consigli di quartiere nel 2014 e ci sono rimasta dieci anni: è stata una scuola straordinaria, soprattutto durante il Covid ho capito quanto il rapporto tra le persone e il luogo in cui vivono sia decisivo. Una panchina, un giardino, un servizio di prossimità possono cambiare la qualità della vita di un quartiere molto più di quanto si immagini.
Poi è arrivato il Consiglio comunale. Lo ha trovato come se lo immaginava?
In parte sì, in parte no. Nel primo mandato ero una consigliera semplice, nel secondo sono diventata presidente della Commissione Servizi sociali e il ruolo cambia completamente. Una commissione non è soltanto il luogo in cui si discutono gli atti: lì si costruiscono i regolamenti, si ascoltano associazioni, tecnici, operatori, si possono migliorare i provvedimenti prima che arrivino in aula. Certo, il dibattito in aula è il momento più visibile, ma gran parte del lavoro si svolge prima. Ed è un lavoro fondamentale, perché penso che la politica serva prima di tutto a costruire. L’architettura sociale è fondamentale in tutto.
«Architettura sociale»: si spieghi meglio...
Significa costruire una rete fatta di servizi, associazioni, quartieri, prevenzione. Se quell’architettura funziona, molte fragilità vengono intercettate prima.
In questo disegno si inserisce anche l’Anagrafe delle fragilità? A che punto è il progetto?
Sta andando avanti. È un lavoro complesso perché richiede di mettere insieme banche dati diverse, del Comune e dell’Asst, e di renderle confrontabili. Ma è un progetto fondamentale, perché ci consentirà di conoscere molto meglio i bisogni della città. L’obiettivo è sapere, naturalmente nel rispetto della privacy, dove si concentrano le situazioni di maggiore fragilità, così da organizzare interventi più tempestivi e mirati, anche in caso di emergenze.
Quando si parla di welfare, il dibattito politico finisce spesso per concentrarsi sui costi, che sono oggettivamente sempre più alti.
Però è riduttivo: il punto non dovrebbe essere soltanto quanto si spende, ma se quella spesa produce risultati. Dovremmo discutere di efficacia dei servizi, non limitarci a una contabilità delle risorse.
Qual è, oggi, la principale sfida sociale che Brescia ha davanti a sè?
L’invecchiamento della popolazione. È una trasformazione enorme, destinata ad accompagnarci per molti anni. Dobbiamo costruire una città che permetta alle persone di restare autonome il più a lungo possibile e che rinvii il più possibile il ricorso alle Rsa.
E da dove si comincia?
Dai quartieri. Il welfare non vive soltanto nei grandi servizi, ma anche nella quotidianità. Una città è davvero inclusiva quando permette alle persone di continuare a vivere il proprio quartiere, mantenere relazioni, sentirsi parte della comunità. È lì che si misura la qualità di un’amministrazione.
All’inizio di questo mandato il suo nome era circolato anche per un possibile ingresso in giunta. Non è successo. È rimasta delusa?
Naturalmente fa piacere quando il proprio nome viene preso in considerazione, ma non l’ho mai vissuta come un’aspettativa tradita. Ho continuato a fare quello che facevo prima, con impegno. Le responsabilità possono cambiare, ma il modo di lavorare resta lo stesso.
Che cosa le piace, oggi, del fare politica?
Il confronto. Mi piace incontrare le persone, ascoltare i problemi, provare a costruire soluzioni. È probabilmente l’aspetto che mi ha accompagnata anche durante tutta la mia esperienza in Polizia.
C’è qualcosa che invece la scoraggia?
La tendenza a semplificare tutto. Oggi spesso si chiede alla politica di dare risposte immediate a problemi molto complessi. Ma le soluzioni durature richiedono tempo, ascolto e la capacità di tenere insieme punti di vista diversi.
Dopo tanti anni nelle istituzioni, dalla Polizia al Consiglio comunale, che cosa significa per lei servire lo Stato?
Ricordarsi che le istituzioni esistono per i cittadini, non il contrario. Cambiano gli incarichi, cambiano le responsabilità, ma questo principio dovrebbe restare sempre lo stesso. Le istituzioni devono essere autorevoli, ma non possono mai perdere il contatto con le persone. Se succede, smettono di svolgere davvero il loro compito.




