Politica

Pomarici: «La paura non può diventare un programma politico»

Il consigliere comunale di Azione è presidente della Commissione Sicurezza in Loggia: «Non si può trasformare tutto in una contrapposizione ideologica. Il mio sogno? Brescia città europea dello Sport»
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Loggia, sede del Consiglio comunale - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it

Prima della politica, prima del Consiglio comunale, c’è un ricordo di famiglia. La nonna Aurora Gogna ai fornelli, le pentole di minestra preparate la sera, il nonno Guido Zoni – tranviere – che dopo il turno le caricava in macchina e attraversava Brescia. Non c’era ancora un dormitorio: c’erano persone che cercavano un luogo riparato dal vento e lì si accucciavano, sperando di superare la notte indenni. «Il vescovo disse a mio nonno: Guido, bisogna fare qualcosa». Da quell’iniziativa sarebbe nato il primo dormitorio cittadino. È da qui che Luca Pomarici pensa che derivi la sua voglia di mettersi a disposizione della città.

Consigliere comunale di Azione al suo primo mandato in Loggia, insegnante, una passione per lo sport, il benessere e la cura delle piante, è presidente della commissione Partecipazione e Sicurezza. E il tema sicurezza, a Brescia, è il terreno dove lo scontro politico è più acceso.

Luca Pomarici (Azione) - Foto New Reporter Comincini  © www.giornaledibrescia.it
Luca Pomarici (Azione) - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it

È da quella storia familiare che nasce la sua idea di politica?

Sì, credo di sì. In casa mia l’aiuto verso gli altri, l’impegno nell’associazionismo e nel volontariato non era una medaglia, era normalità. I miei nonni non hanno mai avuto alcun riconoscimento e questo un po’ mi dispiace. Ma non si faceva per visibilità, si faceva perché era giusto. Certo, l’opera del mio nonno è sempre rimasta sottotraccia, invisibile.

Poi però sceglie la politica, che di visibilità vive: perché?

La scelgo dopo dieci anni nei consigli di quartiere, a Casazza. Lì tocchi con mano i problemi veri: una strada, un parco, un’illuminazione che non funziona. Mi sono detto: posso provare a fare qualcosa a un livello più alto. Senza l’idea di arrivare a spaccare il mondo, ma per dare una mano. Avevo iniziato molto prima, con Italia Futura e con Scelta Civica, poi mi sono avvicinato a Brescia per passione e a Laura Castelletti grazie a Fabrizio Benzoni.

Le è dispiaciuto che la città non abbia riconosciuto a nonno Guido il suo impegno?

Sinceramente, un po’ sì. Ora è morto e nonna Aurora ha 92 anni. Le persone umili non alzano mai la mano per dire «abbiamo fatto questo per la città» a differenza di altri che esibiscono qualunque cosa. Sta nelle cose… Magari un giorno scriverò un libro, oppure organizzerò un’iniziativa in suo ricordo: mi piacerebbe che diventasse un’occasione per fare comunità.

Cosa cambia davvero dai Cdq all’Aula consiliare?

In quartiere hai un rapporto diretto con le persone e con problemi molto concreti. In Consiglio il livello è più alto, ma la complessità aumenta in modo esponenziale. Capisci che ogni decisione passa da un intreccio di norme, competenze, bilanci. Anche una scelta che sembra semplice non lo è. Il cittadino non lo vede, e spesso pensa che non si voglia fare. In realtà a volte è il sistema che è complicato.

L'aula del Consiglio comunale di Brescia - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it
L'aula del Consiglio comunale di Brescia - Foto Neg © www.giornaledibrescia.it

È questa la distanza tra politica e cittadini?

È una delle ragioni. Il cittadino ha un problema e vuole una risposta. Non gli interessa se la competenza è del Comune o di un altro ente. E ha ragione. La politica dovrebbe servire a semplificare questo intreccio, non a renderlo ancora più complicato e frustrante.

Lei presiede la commissione Sicurezza, si aspettava che fosse tra le più politiche?

Sinceramente no, ma certo è sicuramente uno dei temi più sensibili. Tocca la vita quotidiana delle persone. E per questo va trattato con grande responsabilità.

In Commissione il clima è spesso acceso. Si sente nel mezzo di uno scontro permanente?

Il confronto è acceso, sì. Il mio compito è garantire che resti dentro regole e rispetto. Quando si parla di sicurezza il rischio è trasformare tutto in una contrapposizione ideologica. A volte si tende a trasformare ogni episodio in un simbolo del degrado generale. Io credo che ribaltare la realtà non aiuti.

Ha parlato di «ribaltamento della realtà». È un’accusa pesante.

Intendo dire che a volte il racconto enfatizza alcuni episodi fino a farli diventare la fotografia dell’intera città. Se si costruisce una narrazione solo sull’emergenza permanente si alimenta una percezione che non sempre coincide con i dati.

Sta dicendo che l’opposizione cavalca la paura?

Dico che la paura può diventare uno strumento politico. Se la usi per descrivere tutto, rischi di perdere lucidità. La paura può portare consenso nel breve periodo, ma non può essere un programma politico.

Però ci sono zone della città dove i cittadini chiedono più controlli, più presenza. Non è vero?

È vero e infatti le richieste non vanno ignorate. I problemi vanno affrontati, ma la risposta non può essere solo repressiva. Se vuoi più sicurezza devi lavorare su prevenzione, presidio del territorio, integrazione, sistema carcerario. Non basta alzare i toni.

Il gruppo di Azione in Loggia - © www.giornaledibrescia.it
Il gruppo di Azione in Loggia - © www.giornaledibrescia.it

C’è una volta in cui avrebbe voluto alzare la voce e non lo ha fatto?

La tentazione c’è quando il confronto si irrigidisce. Ma chi presiede una Commissione non può farsi trascinare. Se perdi l’equilibrio, perdi il ruolo.

Il carcere è uno dei suoi cavalli di battaglia. Perché?

Perché i dati dimostrano che se un detenuto lavora il tasso di recidiva cala drasticamente. Se esce senza strumenti, è più probabile che torni a delinquere. Se vogliamo sicurezza reale, dobbiamo occuparci anche di questo. Non è uno slogan, è un fatto.

Azione si presenta come forza di equilibrio nella maggioranza: non è una definizione un po’ autocelebrativa?

Capisco l’obiezione. Però chi vive le dinamiche interne sa che spessissimo svolgiamo un ruolo di mediazione. Non abbiamo mai scelto posizioni estreme. A volte il lavoro più importante è quello che non si vede, di mediazione. Il nostro compito è cercare sintesi praticabili.

Le fa paura il futuro di Azione?

No. Mi preoccupa di più la disaffezione verso la politica in generale. Se le persone non capiscono cosa facciamo, se non vedono risultati, il problema non è di un partito ma del sistema democratico.

Con l’ala più a sinistra della coalizione come sono i rapporti?

Ci sono sensibilità diverse, è evidente e a volte questo può allungare i tempi. Ma fa parte della dialettica democratica. Io comunque preferisco parlare di centrosinistra, perché siamo una coalizione ampia. E il confronto, se resta nel merito, è un valore. La mediazione più complessa è stata senza dubbio quella sull’istituzione del daspo urbano, ma alla fine con il confronto siamo riusciti ad arrivare a una sintesi.

Luca Pomarici insieme al collega Francesco Tomasini - © www.giornaledibrescia.it
Luca Pomarici insieme al collega Francesco Tomasini - © www.giornaledibrescia.it

C’è qualcosa che in questo mandato considera un fallimento?

Ci sono alcuni temi su cui avrei voluto tempi più rapidi. Quando entri pensi che alcune soluzioni siano a portata di mano e sinceramente su alcuni fronti ancora oggi mi chiedo come mai.

Quali?

(Ride). No, non ho esempi da fare: il sistema è complesso. Diciamo che ci sono criticità da sanare sugli impianti sportivi: ci sarebbe piaciuto poterle risolvere tutte velocemente, ma è chiaro che è un’operazione che richiede investimenti importanti. Li stiamo facendo e i primi risultati già si vedono, ma serve ovviamente più tempo. La prospettiva di vedere Brescia città europea dello Sport potrebbe essere un’occasione rilevante.

Si definisce un sognatore. In un’aula spesso litigiosa non è una parola ingenua?

Per me significa avere una visione e provare a tradurla in atti concreti. Senza perdere il senso della realtà. Se la politica si limita a inseguire l’emergenza del giorno, perde direzione.

E sogna di sedersi in Giunta in un eventuale prossimo mandato?

Magari, mi piacerebbe molto sì. Sarebbe un ulteriore passo avanti, un modo per capire un ulteriore meccanismo.

Se dovesse riassumere il suo mandato in una frase?

Provare a rendere la politica uno strumento che semplifica la vita delle persone, non che la complica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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