Brescia-Bergamo, cosa rimane dell’alleanza post Covid?

Non si è interrotto. Semplicemente, è cambiato. Tra Brescia e Bergamo l’asse nato nei mesi più bui – quelli della lotta contro l’aggressione del Covid e dell’angosciante conta dei morti – oggi regge, ma ha cambiato natura. Meno tagli dei nastri, più gestione. Meno racconto, più pratiche. E soprattutto: meno eccezione. È qui, su questo piano, che le parole dell’europarlamentare Giorgio Gori e della sindaca Laura Castelletti si incrociano senza davvero toccarsi.
Sindaci a confronto
Gori – riflettendo sull’eredità rimasta da quell’esperienza in un’intervista all’Eco di Bergamo – pungola. «Bergamo e Brescia con la Capitale della Cultura avevano iniziato a lavorare insieme con un’idea forte di alleanza stabile» dice. Non un cartellone condiviso, ma qualcosa che tenesse insieme Università, imprese, corpi intermedi. «Oggi quella spinta sembra essersi dispersa ed è un peccato».
Non è nostalgia: è il sospetto che quell’occasione non sia stata coltivata abbastanza. Il bersaglio non è la politica in senso stretto. È il «dopo», quello che avrebbe dovuto consolidare. Le relazioni tra sistemi produttivi, camere di commercio, associazioni. Come se l’onda si fosse infranta contro il ritorno alla normalità. O peggio: come se quella normalità avesse riassorbito tutto, senza lasciare traccia.
Castelletti parte da lì, ma gira il tavolo: «Credo che l’intesa non si sia affatto persa. È mutata». Non è una sfumatura linguistica: è una linea politica. Perché se il punto di Gori è la spinta che si è affievolita, quello della sindaca è ciò che è rimasto quando l’euforia del momento (dettata dall’incoronazione da Capitale, l’arrivo dei fondi, il ritorno alla socialità) è fisiologicamente sfumata. E cioè: il metodo. «Il tesoro più grande è aver costruito un metodo di lavoro» insiste la sindaca.
Una cassetta degli attrezzi: piani strategici, welfare culturale, reti tra istituzioni, pratiche che si sono sedimentate e tradotte in strumenti di lavoro concreti, che diventano politiche condivise (sulla cultura, sull’ambiente, sul welfare, sulla cura). Non fanno forse notizia ogni giorno, ma tengono insieme pezzi. E infatti snocciola esempi, uno dopo l’altro: progetti condivisi, filiere culturali, collaborazioni tra musei, festival rafforzati, perfino le assemblee congiunte delle Confindustrie.
Scenari e prospettive
Il punto è che le due letture non sono alternative. Stanno su due piani diversi. Gori guarda all’ambizione mancata: due territori che, con una sintonia anche dei corpi intermedi, insieme, avrebbero potuto diventare qualcosa di più di una somma. Un soggetto capace di pesare – anche politicamente – in una Lombardia dove Milano resta spesso il centro di gravità permanente. Castelletti guarda invece alla tenuta e alla struttura: «I sindaci stanno attraversando un momento molto complesso» ripete.
E dentro questo scenario – economico, sociale, perfino geopolitico – «il primo obiettivo è tenere la barra ferma». Tradotto: prima di costruire un nuovo livello, bisogna evitare di arretrare. È una differenza che dice molto più di quanto sembri. Perché definisce il perimetro della politica possibile oggi. Anche il rapporto con Milano, in questo, è rivelatore. Castelletti lo esplicita e lo esorcizza: «Milano compete con Londra, noi offriamo alternative». Non sfida, ma adattamento e contemperazione. Non asse alternativo, ma sistema di relazioni «non escludenti».
Sul fondo, però, resta una questione che nessuno dei due può davvero eludere. Il Covid è stato una frattura o una parentesi? Per Gori, il rischio è che sia diventato soprattutto una rimozione: «Il sentimento di comunità si è attenuato con il ritorno alla quotidianità» dice. Come se tutto fosse rientrato nei binari di prima, senza trasformarsi davvero.
Per Castelletti, invece, quella frattura ha lasciato strumenti, linguaggi, pratiche. Meno visibili, meno epiche, ma operative. «Nulla è rimasto invariato dal 2020. Brescia e Bergamo però condividono la concretezza: entrambe sono abituate ad affrontare e risolvere i problemi di oggi» specifica. Solo che il cambiamento non ha più il volto dell’eccezione, perché – appunto – c’è un metodo e ci sono tavoli di lavoro condivisi: su sicurezza, su ambiente, su salute.
In mezzo, c’è la realtà. Che è più prosaica e più dura: condizioni politiche nazionali meno favorevoli («nei dieci anni precedenti, i governi nazionali avevano sintonia politica con le amministrazioni, oggi no» ricorda la sindaca), risorse più contese, città medie che competono e collaborano allo stesso tempo, sindaci che – per dirla ancora con Castelletti – fanno «una lotta faticosa» per tenere insieme comunità e servizi. È qui che l’asse Brescia-Bergamo si gioca davvero. Non nella memoria di ciò che è stato, ma nella capacità di scegliere come affrontare le sfide di oggi e cosa vuole diventare.
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