La politica ama le prime pietre. Sono rassicuranti: si impugnano davanti ai fotografi, si appoggiano a terra con gesto solenne e promettono un futuro che, almeno per un giorno, nessuno contesta. Stavolta, però, la prima pietra non c’è. La ragione è banale: per costruire un tram servono rotaie, non mattoni. Così anche il rito è costretto a reinventarsi.
Sotto il gazebo bianco, mentre il sole di luglio brucia l’asfalto e sul maxischermo scorre lo slogan «Il futuro comincia da qui: oggi mettiamo il primo pezzo», i fotografi aspettano inutilmente la scena che conoscono da sempre. Niente cazzuole. Nessun blocco di cemento. Il simbolo arriva qualche minuto dopo, portato sul palco da un gruppo di bambini con una manciata di mattoncini Lego colorati.

L’ora dei quartieri dimenticati
È un’immagine semplice e insieme inaspettata quella che, ieri, ha contraddistinto la cerimonia della posa della «prima pietra» del tram al Centro Fiera. E probabilmente racconta meglio di tutti i discorsi che cosa vuole essere questo tram. La linea T2, lunga 11,3 chilometri dalla Fiera alla Pendolina, nasce così: senza la retorica della prima pietra ma con quella, molto più contemporanea, di una città che prova a ricostruirsi pezzo dopo pezzo.
Per Brescia non è un «dettaglio urbanistico», è (anche) una questione di geografia sentimentale. Per anni l’Oltremella ha osservato la metropolitana dalla finestra, come si guarda qualcosa che cambia la città degli altri.

La rivoluzione correva sottoterra per poi sbucare in superficie verso est, ma si fermava prima del fiume. Da questa parte restava la sensazione di essere rimasti «fuori dal disegno», periferia non tanto per distanza quanto per esclusione. Il tram, prima ancora di trasportare passeggeri, trasporta una rivincita: rimette quello spicchio di città dentro la mappa.
Il ping pong sui fondi
Sul palco si parla di sostenibilità, qualità dell’aria, rigenerazione urbana. Sotto il palco, come spesso succede, la politica continua invece a parlare la lingua dei dettagli. L’assenza più evidente è quella di Matteo Salvini. Il vicepremier era stato annunciato, poi ha cancellato la visita sul finire della settimana scorsa. La «madrina istituzionale» per la Lombardia è l’assessora al Turismo Debora Massari: «Dietro opere come questa c’è programmazione e questo è il metodo che ci piace, Brescia diventa simbolo di sviluppo per la Lombardia» dice con orgoglio.

Il collega Franco Lucente, titolare della delega ai Trasporti, affida invece il proprio messaggio a una promessa: «Regione c’è e continuerà a esserci. Mi impegno a fare in modo che nel riparto delle risorse regionali destinate al trasporto pubblico sia conteggiato anche il tram». La sindaca Laura Castelletti ascolta e sorride. Poi prende il microfono e lascia cadere una frase che sembra una battuta ma ha il peso di un promemoria politico: «L’assessore Lucente l’ho registrato» (traduzione dal politichese: visto come è andata per la metro, le promesse, da oggi, restano agli atti).
Sono piccoli dettagli, ma raccontano bene il clima di una giornata nella quale gli equilibri istituzionali pesano quasi quanto il progetto. Lo dimostra anche un episodio ai margini della cerimonia. Qualcuno dello staff di Lucente osserva la disposizione delle sedie e scuote la testa: «Insomma, metterlo in terza fila non è proprio il massimo». Le grandi opere parlano di milioni; la politica, molto più spesso, continua a misurarsi in precedenze.

La visione: dall’opera ai quartieri
Castelletti tiene lo sguardo qualche anno più avanti: «Dal 2030 avremo più tempo, una qualità della vita migliore, quartieri più belli». Insiste sul fatto che cinque anni non siano un orizzonte lontano ma «un tempo presente». Rivendica il lavoro messo in campo, prima, insieme al suo predecessore Emilio Del Bono per progettare la linea e, poi, quello compiuto in questo mandato con il vicesindaco Federico Manzoni per recuperare nuovi finanziamenti e rivedere il progetto. Perché, spiega, «rigenerazione urbana e sviluppo economico non possono più camminare separati».

Il tram, nella visione della sindaca e della Loggia, non è solo un mezzo pubblico, ma un’operazione urbanistica. La stazione, via Corsica, via Orzinuovi: interi pezzi di città destinati a cambiare volto insieme ai binari. E perfino le pensiline diventano materia di studio e visione: «Il prototipo del tram è bellissimo - annuncia la sindaca -. Adesso dobbiamo mettere la testa sulle fermate: devono essere tecnologiche, sostenibili, ma soprattutto luoghi vissuti, veri spazi pubblici». E ricorda che dalla fine dell’estate autobus e metro saranno gratuiti per tutti gli under 19.
Gestione e holding
Ma mentre le ruspe si preparano a entrare in azione, un’altra partita si sta già «giocando» negli uffici. Per questi primi due anni sarà Brescia Mobilità a gestire provvisoriamente il servizio. Dopo, il quadro potrebbe cambiare: sul tavolo - e sempre meno in sottofondo - resta il riordino delle società partecipate con il progetto «holding Loggia».
Chi avrà le redini di T2 e T3 in funzione? Potrebbe nascere una società dedicata al tram, oppure Metro Brescia potrebbe trasformarsi nella casa comune delle due infrastrutture. Oggi entrambe le opzioni sono sul tavolo: sarà uno dei dossier politici più delicati del capitolo tram.

Lo sguardo sulla terza (e quarta) linea
Mentre la città sarà intarsiata di cantieri per la T2 (che si chiama così perché la Tratta 1 è considerata quella della metropolitana), tutti gli occhi sono già puntati sulla T3. Il progetto della seconda tratta, firmato da Brescia Mobilità, è ultimato (con la predisposizione di parcheggi scambiatori e opere nei quartieri): per la linea Badia/Violino-Sant’Eufemia/Mille Miglia serviranno 248,3 milioni di euro.
L’obiettivo, oltre a realizzare l’infrastruttura, è porre le basi per riannodare i due tracciati (T2 e T3) facendoli «sfioccare» in un terzo, una sorta di percorso ponte che, sfruttando i binari già posizionati, formerà la futura T4.




