Politica

Girelli (Pd): «Schlein è la candidata. Gori? No alle primarie interne»

Il deputato bresciano: «La legge elettorale non restituisce la scelta ai cittadini. A Roma, Brescia pesa troppo poco». Al suo partito dice: «Le deroghe per le ricandidature devono essere rare, non sdoganate. E basta chiacchiericci, si discuta nelle sedi opportune»
L'on. Gian Antonio Girelli (Pd) - © www.giornaledibrescia.it
L'on. Gian Antonio Girelli (Pd) - © www.giornaledibrescia.it

La legge elettorale è ormai al passaggio decisivo alla Camera, con il governo che ha posto la fiducia sui primi tre articoli e il voto finale atteso giovedì. Mentre a Montecitorio si decide con quali regole si tornerà alle urne, nel centrosinistra resta da costruire il percorso con cui arrivarci. Gian Antonio Girelli, deputato bresciano del Pd, ragiona di alleanze, leadership e prossime sfide elettorali. Da Roma alla Lombardia, fino a Brescia, dove nei prossimi due anni torneranno al voto Provincia e Regione e si preparerà la partita per la Loggia.

Onorevole Girelli, il Pd sta meglio oggi rispetto a quando Elly Schlein ne è diventata segretaria? È un partito pronto a governare o deve ancora capire con chi farlo?
«Il Pd è uscito dalle ultime Politiche con un risultato che, a mio parere, è stato interpretato anche in maniera più pesante del risultato stesso, considerando le condizioni nelle quali ci presentavamo: dall’uscita di Renzi all’indisponibilità di alcune forze. Oggi è un partito che ha saputo competere in maniera importante alle amministrative e che, soprattutto grazie a Elly Schlein e Stefano Bonaccini, ha vissuto una pace interna che non aveva mai conosciuto. Venivamo da periodi nei quali si perdeva un congresso e dopo un po’ si usciva dal partito. Era una cattivissima abitudine».

Quando parla di responsabilità per il risultato delle Politiche, a chi si riferisce?
«Al Movimento 5 Stelle e a Calenda».

Che oggi, però, sono interlocutori del Pd. Lei è per il campo largo?
«È cambiato completamente il clima. Io sono per cercare il massimo allargamento possibile sulla base di un programma condiviso, per costruire un’alternativa a chi guida attualmente il Paese».

La segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il mandato di Schlein scade nel 2027, quando potremmo essere già in campagna elettorale. Va prorogato? E Schlein deve essere la candidata a Palazzo Chigi?
«Sono convinto che fare congressi a ridosso delle elezioni sia la cosa più inopportuna. Un partito deve mettere tutte le proprie energie nella campagna elettorale e affrontare il vero congresso, quello delle elezioni. A maggior ragione per un Pd che ha dimostrato di sapersi muovere in maniera fortemente unitaria. Quanto alla candidatura, credo di sì. Se si faranno le primarie, è chiaro che il Pd ha un candidato: il nostro statuto prevede che sia il segretario, quindi Elly Schlein, alla quale va garantito tutto il sostegno. Ma devo fare una considerazione più generale: non credo che le primarie, in questo momento, siano necessariamente la soluzione. Sono più per lavorare a un programma veramente condiviso, su alcuni punti che sappiano parlare al Paese in maniera molto chiara. E se questo dovesse portare a una soluzione condivisa fra tutti, che vada al di là dei leader dei singoli partiti, penso che si debba avere il coraggio e la disponibilità di farlo».

È aperto anche a una soluzione diversa dai leader, una sorta di passo di lato? 
«Per quanto riguarda il Pd si parte dalla disponibilità del segretario nazionale, ci mancherebbe. Ma non ne faccio un fatto rigido. Se le primarie diventassero lo strumento richiesto dalle altre forze che vogliono concorrere al campo largo, il Pd deve avere un candidato.

E l’ipotesi Giorgio Gori alle primarie per rappresentare l’area riformista?

«Troverei del tutto incomprensibile introdurre, dentro primarie di coalizione, una primaria interna al Partito Democratico».

Quindi niente “primarie nelle primarie”?
«Ma ci mancherebbe. Lo troverei del tutto inopportuno, politicamente incomprensibile e anche poco rispettoso dell’appartenenza a un partito».

Il campo largo dovrebbe però tenere insieme forze molto distanti, per esempio sull’Ucraina e sulla politica estera. Quali sono i punti oltre i quali non si può andare?
«Mi fa sempre specie che si faccia l’analisi del sangue al campo largo e non la si faccia mai a chi ci sta governando, dove su questi temi mi sembra evidente che ci siano visioni completamente diverse. Basta vedere chi strizza l’occhio a Putin o le timidezze su quanto avviene a Gaza. Detto questo, le difficoltà di sintesi esistono e non vanno nascoste. Un punto fermo è la condanna senza alcun dubbio di chi aggredisce un altro popolo, come ha fatto Putin. Ma alle prese di posizione nette di condanna bisogna accompagnare la costruzione di ponti, il confronto e il dialogo. E serve una sintesi europea: non possiamo lasciare che siano Trump e Putin a discutere come se l’Europa fosse semplicemente terra di conquista. Poi dobbiamo concentrarci sui temi che riguardano la vita degli italiani: restituire reddito alle famiglie e servizi, dalla sanità ai trasporti, e avere parole chiare di affidabilità verso il mondo dell’industria. È su questo che dobbiamo identificarci come proposta alternativa alla guida del Paese».

La legge elettorale è alle battute finali. Qual è il punto che considera più problematico? E il Pd sosterrà anche i ricorsi che si stanno preparando, compreso quello a Brescia?
«Il punto più problematico è il tentativo di introdurre una sorta di investitura diretta del presidente del Consiglio, che poi tecnicamente non si traduce in un effettivo obbligo dopo il voto. Ma c’è un altro aspetto: si è trasmessa ai cittadini l’idea che con questa legge si voterà attraverso le preferenze. È stato invece bocciato l’emendamento del Pd che voleva introdurle a tutti i livelli. E io aggiungo che servirebbero collegi nei quali chi vota possa sapere e conoscere chi è candidato: più si allargano i collegi, più si consegna alla capacità anche economica di alcune lobby la possibilità di incidere sul risultato. I capilista rimangono comunque eletti senza passare dalla scelta popolare. Credo sia la peggiore delle soluzioni».

L'on. Girelli in Aula insieme a Letta e Shlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'on. Girelli in Aula insieme a Letta e Shlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

E sulla battaglia giudiziaria?
«I ricorsi si stanno preparando in tutta Italia e il partito ha manifestato la propria volontà. Distinguerei però il lavoro della rete dei costituzionalisti, che giustamente tende a difendere l’impianto costituzionale senza letture di parte, dalla battaglia politica che dobbiamo fare noi insieme alle altre forze, spiegando ai cittadini quale sia il merito della legge. La cosa che davvero indigna è che una legge di questo tipo venga venduta come una restituzione ai cittadini della possibilità di scegliere. Non è vero».

Veniamo al suo mandato. Quale risultato sente di aver portato anche a Brescia e dove, invece, ha trovato un muro?
«L’attività parlamentare non può essere legata soltanto alla contingenza territoriale: bisogna concorrere a costruire provvedimenti di valenza generale che abbiano poi ricadute anche sul territorio. Questo non mi ha impedito di occuparmi di crisi aziendali, infrastrutture minori e soprattutto sanità. Penso alla nascita dell’intergruppo parlamentare sulla prevenzione e riduzione del rischio e al tentativo di portare anche Brescia al centro dell’attenzione sulla necessità di difendere il sistema sanitario universalistico, contrastando un’evoluzione che porta sempre più persone a non poter accedere alle cure perché non possono pagare o perché devono attendere tempi incredibili. L’altro grande tema sono le aree interne e la montagna. Avevo depositato una proposta di legge alternativa a quella di Calderoli: la montagna non ha bisogno di qualche briciola di carità, ma della possibilità di strutturarsi in maniera autorevole, ridando ruolo alle Comunità montane e garantendo finanziamenti certi. La legge Calderoli, invece, la trovo una presa in giro».

Nel febbraio 2006, al convegno della Margherita con Tiziano Treu ed Emilio Del Bono - © www.giornaledibrescia.it
Nel febbraio 2006, al convegno della Margherita con Tiziano Treu ed Emilio Del Bono - © www.giornaledibrescia.it

Brescia, però, sembra spesso incapace di fare squadra a Roma. È così?
«Il peso specifico che c’è in maggioranza, a quanto pare, non è sufficientemente forte per determinare o condizionare alcune scelte. Non mi risulta che ci siano bresciani coinvolti nella squadra di governo. C’è stato un periodo nel quale ne avevamo anche quattro o cinque. Altri territori sono riusciti a fare maggiormente sistema: penso a diverse realtà del Sud, ma anche, vicino a noi, a Bergamo e in fondo alla stessa Milano».

Lei si ricandiderà alle prossime Politiche?
«In questi anni ho cercato di fare al meglio il mio lavoro, attraverso proposte di legge, emendamenti, interrogazioni e gli altri strumenti parlamentari. Ci sono campi, dalla sanità alle aree interne, nei quali resta ancora moltissimo da fare. Mi piacerebbe innanzitutto concorrere alla stesura di un programma capace di rappresentare una sincera alternativa a chi ci sta governando, soprattutto nei settori che conosco meglio. Prima vengono le idee che si vogliono proporre, poi le persone che devono portarle avanti. Quando arriveremo al nodo delle candidature, tenendo conto ovviamente della legge con la quale dovremo confrontarci, affronterò quel passaggio. La voglia di lavorare ce l’ho, mi è rimasta».

E cosa pensa delle deroghe ai limiti di mandato: lei è d’accordo?
«Credo che debbano essere supportate da ragioni molto forti, legate alla particolarissima autorevolezza delle persone. Non possono diventare un modo per trovare compensazioni tra presunte sensibilità interne al partito. Penso che dovrebbe essere la segreteria nazionale a proporre alla Direzione alcune rare deroghe, motivandone il senso, non possono diventare un automatismo. Sarebbe presuntuoso da parte di chiunque pretendere il proprio posto: vale per me come per qualsiasi altro. E secondo me vale a tutti i livelli».

In Lombardia Emilio Del Bono lavora da mesi al progetto per il 2028. Se la sua candidatura si consolidasse, servirebbero comunque le primarie?
«Il Pd ha scelto di lavorare a una proposta che non venga costruita all’ultimo minuto. Non dimentichiamo che Laboratorio Lombardia 2028 sta soprattutto ascoltando i territori per arrivare a una sintesi sui nodi delicati della regione. Sullo sfondo c’è certamente una proposta seria di candidatura che nel Pd mi sembra abbia messo sempre più radici e si sia consolidata. Dovrà trovare il giusto sostegno di tutte le forze che parteciperanno alla proposta alternativa per la guida della Lombardia, senza dimenticare il variegato mondo civico, che alle Regionali acquista un’importanza non banale. Un partito serio deve costruire tutto questo su basi solide: partire da un’idea seria, rafforzarla e poi portarla al confronto con gli alleati e soprattutto con i cittadini».

Gianni Girelli insieme al segretario provinciale del Pd, Michele Zanardi - © www.giornaledibrescia.it
Gianni Girelli insieme al segretario provinciale del Pd, Michele Zanardi - © www.giornaledibrescia.it

Infine Brescia. Dopo le tensioni nel Pd, la vicenda della Provincia e con Loggia e Regione all’orizzonte, il gruppo dirigente che affronterà la futura stagione può essere ancora quello di oggi?
«Nel Pd bresciano c’è stato un momento di verifica anche abbastanza serio, concluso con un pronunciamento degli organismi dirigenti del partito. Ora si sta lavorando a una fase programmatica provinciale e regionale e penso che questo sia il momento del lavoro e dell’impegno, mettendo lì tutte le energie e lasciando da parte retropensieri e letture speculative. Abbiamo fatto quel passaggio. Chi aveva qualcosa da dire ha avuto tutta l’occasione di dirlo. E forse sarebbe buona cosa riportare il confronto all’interno degli organismi e non nel chiacchiericcio. Abbiamo un partito perfettamente in grado di essere plurale e unitario».

E sul Broletto?
«Con questo andirivieni di date e scadenze che accompagna le Province dobbiamo costruire un percorso il più possibile capace di coinvolgere i territori di questa grande provincia, con un’idea chiara, molto propositiva e costruttiva, senza forzature ideologiche ma con chiarezza di programmi e progetti. Senza dimenticare la conformazione particolare dell’ente provinciale, dove a votare sono sindaci e amministratori. È un tema che prima o poi andrà affrontato».

In città, invece, Laura Castelletti è il punto di partenza naturale per il 2028? E con o senza i Cinquestelle?

«Sono molto rispettoso dei diversi livelli e penso che sulle città il ragionamento debba partire innanzitutto dalla città stessa. Ovviamente la regola del doppio mandato porta a un punto di partenza che è chiaramente la ricandidatura di chi riveste il ruolo, naturalmente se c’è la sua volontà di farlo, per poi costruire però lo stesso un percorso di condivisione. Le amministrazioni si fondano su percorsi che non nascono il giorno delle elezioni, ma raccolgono qualcosa che arriva dal passato per portarlo nel futuro, introducendo laddove necessario anche delle novità. Credo che questo confronto debba essere sereno e profondo, senza escludere le criticità che, come sempre quando si governa, si incontrano e vanno affrontate e superate con senso di responsabilità. Il centrosinistra ha l’autorevolezza, la forza e ha dimostrato di saper fare per affrontare il prossimo voto con determinazione e affidabilità».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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