Tutto cominciò con le preferenze, nel 1991. Un referendum – del quale i leader di Dc e Psi compresero subito la pericolosità per equilibri e assetto di potere della Prima Repubblica – permise la riduzione a una delle tre o quattro preferenze che gli italiani potevano esprimere per l’elezione della Camera. Craxi chiese di andare al mare, Bossi più o meno disse la stessa cosa, la Dc si spaccò con Segni promotore dell’iniziativa e Andreotti e Forlani fieramente contrari, ma non decisi a esporsi troppo. Dal sì abrogativo che ridusse le preferenze si passò nel 1993 al colpo finale, che di fatto trasformava il sistema per il Senato in un meccanismo per tre quarti maggioritario.
Finì così – ovviamente non solo per questa ragione – la Prima Repubblica.
La Seconda Repubblica
La Seconda, invece, ha vissuto grazie all'assenza delle preferenze, per lunghissimo tempo: dalla legge Mattarella del 1993 alla Calderoli del 2005, finendo col Rosatellum, le liste sono sempre state bloccate e decise dai leader dei partiti. Camera e Senato (fra liste e collegi uninominali blindati, cioè dove è sicura l’elezione) sono sempre stati «nominati» da poche persone che hanno sottoposto agli italiani scelte obbligate (tranne il partito o il candidato nell’uninominale, gli elettori non hanno deciso altro). Ecco perché la battaglia attuale per le preferenze ha un significato simbolico oltre che pratico: sancisce la fine del sistema di controllo sugli eletti esercitato dai leader nella Seconda Repubblica.
La versione bocciata alla Camera (proposta dalla maggioranza) e approvata in Senato introduce un sistema molto scaltro, nel quale le preferenze valgono per tutti tranne che per il capolista; però le circoscrizioni sono piccole, quindi l’unico eletto per quasi tutti i partiti (tranne Pd e FdI o forse qualche M5s) è proprio il nome bloccato scelto dal leader: le preferenze, quindi, ci sono solo (e nemmeno completamente) per i grandi partiti ma non per gli altri, generando un’illusione ottica ai danni dell’elettorato, senza contare che gli eletti col premio di maggioranza sono anch’essi in un listino bloccato e - se servono seggi - tolgono il posto a chi è eletto con le preferenze.
La proposta delle opposizioni, bocciata a scrutinio palese in Senato ma pronta a tornare a scrutinio segreto alla Camera, a fine settembre, è invece volta ad eleggere tutti con le preferenze.
Le parti
Il punto è che Fratelli d’Italia è sempre stata favorevole a questa soluzione; quindi, in teoria il Parlamento potrebbe introdurla a larga maggioranza. Però, in politica, i voti e i seggi si pesano, non si contano. Quelli di Forza Italia e Lega pesano tantissimo. Mentre Tajani sa che le preferenze agevolerebbero molti suoi amici di partito che sono notabili locali, forti sui territori e capaci di vincere questo tipo di competizione di lista, Marina Berlusconi sa che senza capilista bloccati non si controlla il partito di suo padre.
Allo stesso modo, mentre i governatori leghisti e i fautori della Lega delle origini hanno voti sul territorio che possono produrre gruppi parlamentari «nordisti», Salvini ha bisogno del capolista bloccato per tenere sotto controllo le sue truppe alla Camera e al Senato (adesso, addirittura, vorrebbe licenziare il capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama perché simpatizza per gli avversari del vicepremier). La minaccia di FI e Lega di ieri e rimane valida per il futuro: se tu, Meloni, fai votare le preferenze (cosa che peraltro farebbe anche Futuro nazionale, favorevole ad abolire i listini bloccati) noi facciamo saltare il governo.
Una partita a poker
Ecco perché in Senato non è successo niente: la tenuta dell’Esecutivo è il valore primario (il record da incrementare) va tutelata a costo di ogni sacrificio e compromesso. Però non è detto che nel segreto dell’urna non capiti qualcosa a Montecitorio. Del resto, la premier sa che i parlamentari non hanno ancora maturato la pensione per questa legislatura, che Mattarella non permetterebbe elezioni a Natale ma farebbe fare prima la legge di bilancio e che, se al voto finale sulla legge elettorale la Camera la respingesse, si voterebbe col Rosatellum (che permetterebbe a FdI di prendersi il grosso dei collegi uninominali, lasciando le briciole ad alleati che per non scomparire dovrebbero ripresentarsi col centrodestra). È una partita di poker giocata tutta all’interno della maggioranza, ma almeno stavolta l’opposizione si è mossa, mettendo sul terreno un ostacolo difficile da superare per la coalizione di governo. Il primo tempo ha visto la vittoria di azzurri e leghisti, il secondo è apertissimo.




