Perché la strategia sulle aree interne di Brescia non sta andando bene

Geograficamente parlando si tratta di un bel pezzo d’Italia e – nella fattispecie – ad essere direttamente chiamata in causa è una fetta considerevole della nostra provincia: 49 comuni (35 in Valcamonica, 14 in Valtrompia), due valli, una platea di 145.717 residenti e 1.274,21 chilometri quadrati di territorio. Politicamente (o, se si preferisce, amministrativamente) parlando si tratta di un flop di gran successo. La protagonista assoluta del «titolo» è la Snai, acronimo di Strategia nazionale aree interne, che più di qualche sindaco – con una palese ironia, amara e accigliata – definisce la N-snai, che sta per «Non strategia nazionale aree interne».
Cosa sta succedendo
I progetti ci sono, ma l’andamento dell’esecuzione è (a dir poco) pachidermico. E no: non per colpa dei comuni o dei ricorsi, ma del leggendario ufficio complicazioni, alias burocrazia. A questo si somma un paradosso grottesco: quello del piano aree interne è uno dei pochi «contenitori» riempiti di soldi veri, che restano però stagnanti, al punto che in più di un’occasione sono stati dirottati su altri capitoli, urgenti ma – economicamente parlando – rimasti a bocca asciutta.
Un dato per incardinare concretamente la dimensione del fenomeno: del portafoglio complessivo a disposizione, è stata effettivamente spesa una cifra che non arriva neppure al 20% del totale.
La Snai era stata pensata e avviata non solo con l’obiettivo di blindare i servizi essenziali, ma anche di migliorare l’occupazione, non deteriorare il valore immobiliare di queste zone e, last but not least (ultimo, ma non per importanza), combattere lo spopolamento. L’occasione per fare il punto su come stia andando quest’operazione – a ormai oltre undici anni di distanza – la fornisce il report (aggiornato a dicembre 2025) che porta il timbro della Banca d’Italia.
Politiche inefficaci
La rappresentazione che ne esce è spietata ma anche estremamente cristallina: «Non si riscontrano effetti statisticamente significativi» (cit.). In parallelo, con la presentazione del Piano strategico nazionale aree interne (in sostanza la versione aggiornata del progetto pilota, sono stati pubblicati i cosiddetti «open kit» che riguardano il periodo 2021-2027: questo per tenere il conto sia dei territori coinvolti, sia delle risorse sul piatto. Un piatto ricco: tra fondi comunitari e fondi nazionali, il pacchetto conta un totale di 75 miliardi euro.
Settantacinque miliardi sono una cifra che, sulla carta, dovrebbe cambiare il destino di un pezzo di Paese. E invece il punto sollevato dal report di Bankitalia è più ruvido di una semplice bocciatura.
La Strategia aree interne nasce per fare quello che lo Stato promette da trent’anni: non arretrare, garantire servizi minimi e insieme creare condizioni affinché restare non sia da catalogare come una scelta eroica. Dopo undici anni, però, la valutazione è asciutta: nessun effetto statisticamente significativo sulla dinamica della popolazione. Nessun impatto misurabile sull’occupazione. Nessuna tenuta apprezzabile sul valore degli immobili. Qualche segnale nell’industria e nelle costruzioni, ma niente che assomigli a una svolta. Il cuore della questione sta qui, perché i progetti formalmente esistono – 1.688 quelli censiti nello studio, per circa 410 milioni di euro – ma meno di un quarto risultava concluso alla data di riferimento. Una quota non irrilevante non è neppure partita. In mezzo, una distesa di procedure, verifiche, passaggi intermedi. Ed è qui che la teoria si scontra (letteralmente) con la montagna.
Come funziona il meccanismo
«Sulla Snai sono parcheggiati un sacco di soldi ma il meccanismo è tutto inceppato – ha ricordato, in occasione del vertice dell’Anci, il sindaco di Edolo Luca Masneri –. È un gioco dell’oca: ogni osservazione rimette tutto in discussione e si riparte da zero».
Il meccanismo è questo: i comuni si mettono insieme, costruiscono una strategia, la portano ai ministeri competenti, la confrontano con la Regione; ogni soggetto può chiedere modifiche; ogni modifica riapre il giro e il documento torna all’inizio del percorso. E poi ancora. È una governance che moltiplica i tavoli ma non accorcia le distanze.
Una questione di priorità
Il report lo dice con linguaggio più sobrio: la capacità amministrativa conta. Dove è più solida, i risultati economici si vedono di più. Dove è più fragile, la strategia si arena. Tradotto: non basta stanziare fondi, bisogna saperli trasformare in cantieri, servizi, opportunità reali. E c’è un altro nodo che pesa, anche se si dice poco: le aree interne sono più della metà dei comuni italiani, ma raccolgono solo un quinto della popolazione. Sono vaste, poco dense, spesso montane. Costano. Servirle è fisiologicamente meno «efficiente» che investire dove la popolazione è concentrata. Se si decide di farlo – come è giusto che sia – si deve considerare quella presenza un presidio, non un residuo.
La Snai, allora, non diventa solo un programma, ma una scelta di campo. Il precedente però, vale a dire la trama del programma pilota 2014- 2020, non rassicura: risorse non spese sono già state dirottate altrove, più precisamente, nel 2021, sugli incendi boschivi. Urgenze vere, certo. Ma ogni spostamento manda un messaggio implicito: la priorità – o, meglio: questa priorità – è reversibile.
Per questo la domanda finale non è se i 75 miliardi bastino. È se lo Stato abbia davvero deciso che quelle valli devono restare vive, oppure semplicemente accompagnate con gradualità verso una riduzione controllata. Perché tra una strategia che non produce effetti e una politica che prende atto del declino c’è una differenza sostanziale. Nel primo caso si corregge. Nel secondo si amministra l’inevitabile. E come dicono i sindaci che quei territori li amministrano, le aree interne non chiedono retorica né carità: chiedono tempi compatibili con la realtà. Perché mentre i documenti fanno il giro degli uffici, i territori si spengono.
Girelli: «Una politica da marciapiede»
Ad intervenire sul tema aree interne, nei giorni scorsi, è stato anche l’on. Gian Antonio Girelli che ha anticipato di fatto ciò che è emerso dai territori. «I piccoli Comuni non sono un problema da gestire: sono una risorsa da valorizzare. Lo sono in particolare quelli montani e delle aree interne, che custodiscono identità, coesione sociale, ambiente, tradizioni produttive. Ma per restare vivi hanno bisogno di strumenti veri, non solo di dichiarazioni di principio» scrive.
Il parlamentare dem ricorda poi: «Su questi temi ho presentato una proposta di legge per la valorizzazione della montagna, poi confluita nel percorso parlamentare che ha portato all’approvazione della legge sulle zone montane. In quell’occasione ho sostenuto con chiarezza che servivano nuove competenze per i piccoli comuni montani, insieme a risorse stabili e a una visione di lungo periodo. Perché senza leve amministrative adeguate, senza capacità progettuale e senza un rafforzamento reale degli enti locali, il rischio è che tutto si traduca in un intervento parziale, in un “cerotto” che non affronta le cause strutturali dello spopolamento e della fragilità».
Girelli non lo nega: «Il coordinamento è importante. Una Provincia capace di supportare, coordinare, rappresentare le istanze dei Comuni più piccoli può essere un valore». Ma - aggiunge - «la regia, da sola, non basta. Se le risorse arrivano dall’alto già vincolate, se si moltiplicano piccoli interventi senza visione, si finisce per fare quella che ho definito in Aula la “politica del marciapiede”: opere puntuali, magari utili, ma incapaci di cambiare davvero il destino di un territorio. La vera sfida è un’altra: garantire servizi essenziali di qualità. Senza sanità di prossimità, medici di base, scuole e mobilità efficiente, nessun territorio può essere attrattivo. E quando un giovane decide se restare o andare via, pesa più la presenza di un servizio che una promessa di finanziamento».
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