Politica

Del Bono: «La Lombardia potrà voltare pagina con le elezioni nel 2028»

Intervista al vicepresidente del Consiglio regionale: «Un centrosinistra unito ha un potenziale del 43-44%. I temi? Partire da sanità, trasporti e territorio»
Il vicepresidente del Consigliere regionale, Emilio Del Bono
Il vicepresidente del Consigliere regionale, Emilio Del Bono

Alle feste nazionale di partito, dice, «non sono mai andato». E quindi oggi, domenica 13 settembre, non sarà al comizio di chiusura della segretaria Elly Schlein a Reggio Emilia, dove saranno presenti almeno una cinquantina di bresciani. Il vicepresidente del Consiglio regionale Emilio Del Bono guida il Laboratorio Lombardia 2028, con cui il Pd sta costruendo programma e coalizione per le prossime Regionali.

Del Bono, lei sostiene che la Lombardia sia davvero contendibile. Che cosa è cambiato?

È cambiato radicalmente il quadro politico. Io penso che il centrodestra non arriverà unito alle Regionali. Vannacci andrà da solo alle Politiche e le Regionali saranno pressoché in scia: non dico che sia improbabile un’alleanza tra lui e il centrodestra, penso che sia quasi impossibile.

Perché?

La politica ha le sue regole. La Lega non può stare insieme a Fratelli d’Italia e Vannacci, perché in Lombardia sparirebbe. Vannacci non è una variante aggiuntiva del centrodestra: costruisce una presenza antisistema, come Le Pen, Vox, AfD o Farage. È anche il prodotto di un centrodestra fallimentare, soprattutto su immigrazione e sicurezza.

E quale centrosinistra dovrebbe contrapporglisi?

Un centrosinistra largo, aperto al mondo civico e con dentro pienamente anche il Terzo polo. L’alleanza deve andare dai Cinquestelle al Terzo polo, con una lista civica molto forte del presidente capace di rappresentare le dodici province e i dodici territori.

I Cinquestelle sono davvero al tavolo?

Ma certo. Siamo insieme a fare opposizione. Il programma lo vedremo insieme: è come chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina. Insieme faremo sia l’uovo sia la gallina.

Lei non salva nulla di trent’anni di governo del centrodestra?

Non ho una visione così manichea. Il problema è che oggi il centrodestra continua a vivere dentro una narrazione che non esiste più: quella di una Lombardia felice, omogenea, ricca, tutta in crescita. E soprattutto non ha più una visione strategica.

Ha pesato anche l’assenza di alternanza?

L’alternanza in democrazia è anche una questione di salute. Dopo trent’anni si producono incrostazioni e si fanno scelte di breve periodo. E sfugge il malessere nella pancia del grande popolo lombardo: nel 2023 quasi il 60% non è andato a votare.

Se dovesse dimostrare il declino lombardo con tre questioni?

Sanità, mobilità e tutela del territorio. È importante dire, però, che con le politiche giuste il declino si può ancora invertire, anche se non è rimasto molto tempo.

Partiamo dalla sanità.

Gli indicatori sono brutali. Il Ministero della Salute colloca la Lombardia al sesto posto per i Lea: era prima, poi seconda, terza, quarta, quinta. Agenas ci mette addirittura al decimo posto. Che cosa dobbiamo capire ancora? Il declino è in atto. E cresce l’insofferenza di medici, infermieri e personale sanitario.

Qual è la prima cosa che cambierebbe?

Bisogna ricostruire la sanità territoriale. La Lombardia è stata per anni ospedalocentrica. Oggi apre, con i fondi europei, case e ospedali di comunità che prima non voleva. Delle circa duecento case di comunità, poco più di dieci rispettano pienamente il decreto 77. Senza contare che il 10% dei cittadini rinuncia alle cure, una percentuale altissima.

Lei ridimensionerebbe il privato?

No, bisogna dargli le regole del gioco. Se il privato sta dentro un sistema pubblico, deve partecipare insieme al pubblico alla risposta al bisogno di salute. Se c’è bisogno di dare una mano sui territori, bisogna darla. Oggi questa missione comune non c’è.

Cambierebbe anche la governance?

Sì. Non regge un sistema costruito intorno a direttori generali nominati dalla politica e senza rapporto con il territorio. Lettura dei bisogni, indirizzi e pianificazione degli investimenti devono tornare a coinvolgere i territori.

Sono assetti modificabili in cinque anni?

Certo. Come si può correggere il sistema informatico sanitario, che oggi non funziona. È il declino della mitica efficienza lombarda. La macchina è inefficiente per mancanza di regole, organizzazione e, secondo me, management.

Sul nucleare che posizione ha?

Sono laico e pragmatico, non ho un approccio ideologico. Ma non è il tema che oggi risolve i problemi dell’energia: è una prospettiva più lontana. Nel frattempo ci sono investimenti e rinnovabili.

Qual è invece un problema più urgente?

La Lombardia trasporta il 93% delle merci su gomma. Un costo di sistema pazzesco. Siamo una delle più importanti regioni manifatturiere d’Europa e non abbiamo costruito un vero sistema di intermodalità. Questo è un tema lombardo da risolvere in fretta. Gli imprenditori sono stati molto bravi a innovare: non possiamo dire che la macchina pubblica li abbia accompagnati altrettanto bene.

Un esempio concreto?

È stata Regione Lombardia a decidere che Montichiari dovesse essere un aeroporto residuale e che si dovesse puntare su Malpensa, non Roma. E sulla mancata pianificazione dell’intermodalità ferro-gomma: dove è stata la Regione per venticinque anni mentre le merci continuavano a viaggiare tutte su strada?

Trenord: gara pubblica oppure no?

Guarderei a quello che hanno fatto altre Regioni, cioè a un accordo con Ferrovie dello Stato. Oggi Trenord costa oltre 650 milioni e assorbe metà delle risorse del trasporto pubblico lombardo, trasportando circa il 10% delle persone che usano il mezzo pubblico. L’altro 90% utilizza autobus, metropolitane e tram che non ricevono dalla Regione corrispettivi adeguati.

Per Brescia che cosa cambierebbe?

Con cento o duecento milioni in più da redistribuire alle agenzie del Tpl cambierebbe molto la qualità del servizio. Fuori dalle aree urbane, oggi, spesso non c’è alternativa all’auto.

È questo che ha sentito maggiormente girando sui territori nei mesi scorsi?

Ho sentito soprattutto lo scollamento. La Lombardia è un patchwork di territori che viaggiano ciascuno per conto proprio, con Province indebolite e 1.500 Comuni, molti troppo piccoli e senza servizi. Per questo alcuni territori vivono un declino demografico rapidissimo: perché sono sempre più isolati.

La Lombardia non è più la locomotiva?

Oggi cresce come l’Italia: 0,6, 0,7, 0,8. Non cresce più due o tre volte tanto. E diventa più diseguale: crescono abbandono scolastico, persone fuori dal lavoro, precarietà e salari bassi. Quel pezzo di Lombardia lo vogliamo riagganciare o lo consideriamo perso?

Il terzo tema che ha citato è il territorio.

In vent’anni abbiamo consumato circa 120mila ettari di suolo agricolo e gli strumenti urbanistici ne prevedono altri 35mila. Se fossi il presidente di Coldiretti o di Confagricoltura sarei molto preoccupato. Per un agricoltore può diventare più remunerativo vendere un terreno perché diventi logistica, data center o grande struttura commerciale.

Qui però decidono anche i Comuni.

Proprio per questo servono regole regionali. La domanda strategica è: che Lombardia vogliamo? Se vogliamo restare un grande player agricolo dobbiamo difendere il suolo. Se vogliamo mantenere la competitività manifatturiera dobbiamo costruire infrastrutture materiali e immateriali: mobilità, università, scuola, istruzione.

Servirebbe anche un piano casa regionale?

Sì, soprattutto su edilizia pubblica e housing sociale, con risposte adatte ai territori: case per operai, infermieri, medici. Serve un po’ di sartoria. E ci sono circa 20mila appartamenti Erp da riqualificare, chiusi a chiave e vuoti.

Da sindaco chiedeva più autonomia alla Regione. Che cosa cambierebbe?

Autonomie e federalismo fiscale sono stati dimenticati. È curioso: quando governa il centrosinistra a Roma si batte cassa, quando governa il centrodestra si smette. La Lega è stata quasi sempre al governo nazionale e sempre in Regione: che cosa ha portato a casa in termini di vera autonomia impositiva?

Perché oggi ritiene possibile battere il centrodestra?

Intanto per una questione aritmetica. Se il centrosinistra va unito supera il 40% abbondantemente. Con Gori andammo divisi dai Cinquestelle, che presero circa il 18%. Nel 2023 siamo andati divisi dal Terzo polo, che prese circa il 10. Un centrosinistra unito ha un potenziale del 43-44%. E poi è cambiato il giudizio dei lombardi sulla sanità.

Si spieghi: in che senso?

Dopo la pandemia prevaleva l’idea di un fenomeno mondiale che ci era caduto addosso. Adesso quella narrazione non regge più: le persone vedono Rsa insufficienti, famiglie che spendono 5-6mila euro al mese per un anziano e visite che spesso puoi fare solo pagando.

L’assessore Giorgio Maione ha detto che lei non è adatto a governare la Lombardia e l’ha associata a Ztl e salotti. Che risponde?

Mi va bene che lo pensi. Maione non ha ancora capito che il sistema politico sta cambiando. Premesso che non so neppure se tornerà in Regione, perché è un miracolato, penso che si sia montato un po’ la testa. Gli ricordo che ha preso un trentaseiesimo delle mie preferenze, non è stato eletto ed è stato nominato per motivi politici. Un po’ di umiltà.

Un giudizio duro.

Uno che non è stato eletto, viene a spiegare a me che sono uno da salotto. Era un mediocre assessore ed è rimasto un mediocre assessore.

Torniamo in casa sua. Se per scegliere il candidato presidente fossero necessarie le primarie anche con i 5s, lei le farebbe?

Non c’è nessun problema. Qualunque percorso si dia il livello regionale della coalizione, per me va bene.

E a livello nazionale, qual è lo stato di salute del Pd e del campo largo?

Il tema nazionale francamente non mi appassiona in questo momento.

Perché? Fa comunque parte del Pd.

Perché non me ne occupo, non sono attivo dentro la dimensione nazionale. A me interessa che il centrosinistra arrivi competitivo a quell’appuntamento. L’importante è andare uniti e battere il centrodestra. Poi si troveranno la candidatura e la metodologia giuste. Io sono concentrato solo sulla Lombardia.

A tal propostito, non la preoccupa l’astensionismo?

Certo. Dobbiamo convincere quel pezzo di elettorato che nel 2023 non è andato a votare perché pensava che avremmo comunque perso. Quando un elettore capisce che la partita è aperta e che ogni voto conta, cambia anche la mobilitazione.

Come si recupera chi non vota più?

Sui temi reali: suolo, acqua, strade, trasporto pubblico, sanità, case di riposo. Una persona deve fare una visita e la paga; suo figlio deve prendere la corriera e non riesce. È da qui che dobbiamo ripartire.

C’è chi sostiene che gli imprenditori lombardi stiano col centrodestra: è d’accordo?

No. Stanno con chiunque li metta nelle condizioni di essere competitivi. Chiedono soluzioni su mobilità, efficienza e risorse umane. Risposte che non arrivano da tempo.

A che punto è il Laboratorio Lombardia?

Stiamo raccogliendo indicazioni dai territori, stiamo costruendo la coalizione politica e presenteremo un documento programmatico nel 2027.

Quanto le elezioni politiche andranno a condizionare le Regionali?

Sicuramente condizioneranno il percorso e le candidature. Ma non penso che anticiperanno il voto in Lombardia.

Negli ultimi mesi è circolata anche l’ipotesi di un suo ritorno a Brescia. La smentisce?

Io adesso sono impegnato su un altro obiettivo. Nessuno, tanto meno io, ha davvero mai sollevato questo tema che, oggi, non c’è.

Nel 2023 le fu chiesto di candidarsi alla presidenza della Regione e disse di no. Perché questa volta invece dice sì?

È vero. Me lo chiese il segretario nazionale del Pd Enrico Letta e io decisi di non farlo. Oggi non è detto che io sia il candidato presidente, i passaggi formali non sono ancora avvenuti. Però mi è stato affidato il lavoro sui territori e la predisposizione di un documento di indirizzo del Pd, che è il primo partito della coalizione. E stavolta ritengo di dovermi mettere a disposizione del centrosinistra.

Ma, appunto: perché allora no e oggi sì?

Perché allora andavamo divisi e ritenevo che fosse un errore. La spaccatura tra centrosinistra e Terzo polo non era razionale, logica né utile. Oggi c’è un quadro politico che mi permette di guardare questo appuntamento con più ottimismo. E poi in questi anni ho toccato con mano la stanchezza della macchina regionale.

Che cosa ha visto dall’interno?

Una macchina inefficiente. Ci sono circa dieci miliardi di cassa su 34 di bilancio: quasi un terzo fermo, oltre 8 riguardano la sanità. E vedo una burocrazia che impera: bandi e procedure sempre uguali, come se la Lombardia di vent’anni fa fosse la stessa di oggi.

È questa la ragione per cui dice sì alla corsa?

È una delle ragioni per cui ho voglia di provare a dare il mio contributo. Vedo una macchina che potrebbe andare molto più veloce, essere più efficiente, aiutare davvero i territori e che invece si è ingrippata per ragioni di potere: il potere di partiti e classi politiche. Oggi in Lombardia conta troppo quello e troppo poco il cittadino. È ora di voltare pagina.

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