Perché il post referendum avvia il derby politico in Lombardia

La mappa non si è rovesciata: si è spaccata. Mentre il Paese boccia senza appello la riforma della giustizia, la Lombardia – da navigato bastian contrario – va dall’altra parte: affluenza tra le più lusinghiere (63,75%), Sì sopra il 53%, con territori che azzardano (riuscendoci) il sorpasso del 60% tra Brescia e Bergamo.
Insieme a Veneto e Friuli-Venezia Giulia, la nostra regione è insieme eccezione e certezza, «segni particolari» che – a cascata – consolano e complicano lo scenario, facendolo piombare nell’arco di 24 ore dall’attendismo al movimentismo. Questa «onda verde» di Sì più che cambiare il risultato, rimescola i dadi per una nuova partita: introduce la variabile tempo, ridisegna le convenienze, costringe al ricalcolo.
Capitalizzare il consenso
Detta in modo schietto: la Lombardia vota Sì e – paradossalmente – da lì cominciano i problemi. Guardato dall’alto dello Stivale il riflesso più immediato del referendum non è quello che sembra alla platea «fuori confine» (regionale). Non è un assist automatico al centrosinistra, non è la prova generale di un’alternanza già pronta. È, piuttosto, un segnale che agita il tavolo del centrodestra e mette in salita la strada di chi, dall’altra parte, stava provando a costruire una candidatura credibile e larga.
Come mai? Perché questo Sì lombardo, così netto e così «nordista», diventa l’unico appiglio politico dentro una débâcle nazionale e allora a farsi avanti è l’ansia da prestazione (in stile «gioco della sedia»). Dove il centrodestra rimane più radicato, la riforma tiene: abbastanza per rivendicare, abbastanza per rilanciare. È da qui che prende forma l’idea di capitalizzare subito, prima che il dato si raffreddi e prima che il racconto venga travolto e cambi pelle.
L’idea election day
La tentazione – che era già più di un’ipotesi una manciata di mesi fa – è di anticipare il voto lombardo e accorparlo alle Politiche nella tarda primavera del 2027 (come sempre, ufficialmente dell’argomento non si è talmente mai parlato che esiste una data segnata sul calendario: giugno).

Un election day non tanto da ingegneria elettorale, ma più da strategia pura: per le Politiche si evitano le urne a settembre e – soprattutto – una campagna elettorale estiva, si comprime il tempo degli avversari (quel centrosinistra etichettato subito come «senza leadership credibile» oltre che orfano «di una coalizione credibile») e si sfrutta una finestra in cui i rapporti di forza, dentro l’alleanza di governo, sono ancora favorevoli a Fratelli d’Italia. In altre parole: si vota prima che il vento cambi, o prima che «qualcuno dentro casa» (non serve certo un detective per capire chi sia il qualcuno: la Lega) provi a cambiarlo.
Insomma, il braccio di ferro in Lombardia non è (ancora) tra destra e sinistra: è dentro il centrodestra. La Lega di Matteo Salvini difende un fortino che considera suo per storia e abitudine; Forza Italia sgomita per prendersi più spazio; Fratelli d’Italia vuole il salto definitivo: diventare primo partito anche simbolicamente, prendendosi il trono del candidato governatore «ceduto» nel 2023 alla Lega per il Fontana bis.
Il derby di maggioranza
La scelta del candidato presidente rischia di trasformarsi in un derby vero. La Lega non ha alcuna intenzione di mollare lo scettro proprio nella sua regione simbolo, tanto che il segretario regionale, Massimiliano Romeo, ha già messo le mani avanti qualche mese fa, esplicitando: «Sceglieremo insieme il candidato migliore, ma sarà un candidato della Lega»; Fratelli d’Italia, al contrario, dà l’impressione di non voler cedere il passo di un millimetro («lo abbiamo già fatto in Veneto» è il refrain), al punto che ha sciorinato i nomi dei suoi pezzi da 90: Carlo Fidanza, mentre pare già scemata l’opzione La Russa. Un equilibrio instabile «stressato» dal referendum.
In questo schema tutti ambiscono ad avere un «tronista» di bandiera. E in questo preludio elettorale il toto nomi per il candidato presidente investe Brescia al 100%. Quello del numero uno di Coldiretti, Ettore Prandini, continua a circolare (il diretto interessato ha smentito un suo interesse, ma i tempi che separano l’apparecchiamento di questo dibattito dalla scelta lasciano ancora spazio alla moral suasion). Prandini - a cui tutti, non solo nel centrodestra, riconoscono il miglior appeal elettorale - è però anche il nome che più di altri racconta le diffidenze incrociate: troppo civico per blindare una filiera di partito, troppo vicino alla Lega per essere davvero neutrale agli occhi di Fratelli d’Italia.
Nel centrosinistra
Dall’altra parte, il centrosinistra sta facendo quello che non gli è riuscito negli ultimi anni: muoversi prima, costruire un perimetro largo, evitare guerre interne. Il laboratorio c’è e ha un volto: Emilio Del Bono (Pd), vicepresidente del Consiglio regionale, imperatore delle preferenze, che però deciderà più avanti se diventare oppure no il frontman della campagna elettorale.

Nel frattempo, restano i numeri su cui basarsi: il risultato referendario in salsa lombarda conferma il primato del centrodestra, ma spinge in avanti anche il centrosinistra. Insieme alle urne, domenica e lunedì, si era aperto anche il puntuale dilemma: esiste davvero lo spazio per contendersi la Lombardia? La forbice del distacco si è di fatto accorciata, il che inizia a galvanizzare il campo largo. Tradotto in cifre: a urne chiuse i punti di distacco si inceppano a 7, che di fronte ai 20 della sconfitta di Giorgio Gori e di Pierfrancesco Majorino sembrano un Eldorado.
Ecco allora che il dato lombardo racconta (anche) una corsa contro il tempo. Il centrodestra ha un motivo in più per anticipare, ma anche un conto interno da regolare. Il centrosinistra uno in più per non farsi sorprendere, ma anche più di un dubbio su come e con chi stare in campo.
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