Opinioni

Schlein guarda al campo largo senza avere in tasca un piano B

La segretaria del Pd non può che assecondare Conte, altrimenti addio Palazzo Chigi
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Il presidente del M5s Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente del M5s Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Quel che sta succedendo nel «campo largo» ci fa capire che un leader politico deve avere sempre uno o più piani di riserva, nel caso in cui quello principale risultasse inutilizzabile. La kermesse dei Cinquestelle ha dimostrato per l’ennesima volta che Conte non ha uno, ma ben tre piani utili. Il primo è quello desiderato e tenacemente perseguito: tornare alla presidenza del Consiglio (dopo Draghi e Meloni, che l’interessato pare considerare quasi degli «usurpatori» del posto che occupò fra il 2018 e il 2021) e imporre la sua linea politica, schiacciando il Pd soprattutto sulla questione ucraina.

Si tratta, pur col 12% dei voti, di esercitare di fatto un dominio e un controllo pressoché assoluti sulla coalizione. Il piano B, invece, è più difficile da digerire per il capo del M5s ma è pur sempre utile: nel caso in cui le primarie o altri meccanismi di selezione vedano prevalere un altro candidato a Palazzo Chigi, non è difficile immaginare che i pentastellati esercitino per tutta la durata di un’eventuale legislatura al governo un ruolo implacabile di «coscienza critica», anche – se opportuno – mettendo in minoranza l’Esecutivo come faceva Bertinotti con Prodi. È quello che tecnicamente si chiama «potere di ricatto»: ho i numeri, non puoi non fare quel che ti chiedo. Infine, c’è il piano C, ovvero la rottura sul programma di politica estera e la dissoluzione del «campo largo».

Ovvero, cada Sansone con tutti i filistei: è vero che Conte non andrebbe a Palazzo Chigi, ma neppure Schlein (sarebbe indirettamente un favore a Meloni, ma il M5s ha dimostrato di saper stare all’opposizione, mentre il Pd fuori da una maggioranza annaspa sempre). In quest’ultimo caso, Conte potrebbe fare il pieno dei voti pentastellati (nel piano A potrebbe perdere qualcosa perché qualcuno potrebbe non gradire l’alleanza col Pd, nel piano B perderebbe molto di più, come alle Amministrative quando i Cinquestelle votano solo – e neanche sempre – se c’è il loro candidato al comando).

Questa è la premessa per capire perché il M5s ha tracciato le sue «linee rosse» (l’espressione va molto di moda: la usa anche Vannacci col centrodestra) e perché Schlein è ora in una situazione critica. Infatti, la segretaria del Pd non solo ha esclusivamente il piano A (è «testardamente unitaria» e lo è perché è stata eletta alla guida del partito proprio per costruire il «campo largo», altrimenti sarebbe andato benissimo Bonaccini, che peraltro fra gli iscritti aveva vinto) ma non può che assecondare Conte, altrimenti addio Palazzo Chigi (Schlein sogna di essere la prima donna di sinistra al governo e di instaurare un bipolarismo Pd-FdI che sia anche un confronto fra la sua personalità e quella – molto diversa – di Meloni).

Il problema di Schlein è che Palazzo Chigi per lei non è sicuro, neanche vincendo le primarie: infatti, non è detto che il «campo largo» si affermi alle elezioni (si è accennato che molti elettori del M5s potrebbero non votare la lista senza Conte aspirante premier e con un Pd egemone; c’è inoltre la possibilità, già contemplata poc’anzi, che non si raggiunga un accordo sul programma e che la coalizione si sfasci, favorendo la Meloni e il suo polo).

Poi c’è il problema dell’Ucraina: al Parlamento italiano come all’Europarlamento il Pd di Schlein ha sempre cercato di non pagare dazio sul tema, perché nel partito ci sono idee diverse. Ora che Conte mette la condizione della politica estera «in profonda discontinuità» con l’attuale, il «testardamente unitario» di Schlein significa arrendersi (sul punto, perdendo un bel po’ di voti centristi e anche qualche elettore del Pd, rischiando la sconfitta contro il centrodestra) oppure perire, ritrovandosi con un polo monco a sinistra e troppo debole per competere.

In un Paese normale i partiti con affinità in politica interna ed estera si alleerebbero, lasciando fuori gli altri: quindi Pd, centristi di centrosinistra, forse anche eventualmente Avs; dall’altra, FdI, Forza Italia e Noi moderati. Salvini, Conte e Vannacci andrebbero per conto proprio, che è poi quel che avverrà dopo il voto se nessuno raggiungerà il 42% dei voti alle prossime elezioni. Insomma, il 2027 della politica italiana ci riserverà di tutto. Basta solo aspettare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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