Opinioni

Ucraina, il test del campo largo: il programma inciampa sulle armi

Per come stanno adesso le cose un accordo è impossibile, ma andare alle elezioni facendo finta di niente significherebbe perdere qualunque credibilità
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

I leader del campo largo - Foto Ansa/Massimo Percossi © www.giornaledibrescia.it
I leader del campo largo - Foto Ansa/Massimo Percossi © www.giornaledibrescia.it

Nel 2006, durante la campagna elettorale di quell’anno, un centrosinistra in formato extralarge – da Dini e Mastella al vetero bolscevico Turigliatto – come al solito soffriva, si dilaniava e non riusciva a trovare un accordo sul mitico programma. Fortunatamente però era scontato che il candidato premier dovesse essere ancora una volta Romano Prodi, e il professore si mise di buzzo buono a produrre lui un meticolosissimo programma di centinaia di pagine in cui era indicato con puntiglio tutto ciò che il suo governo avrebbe fatto. Calibrato ogni sostantivo, usati i tradizionali giri di parole per evitare le grane peggiori, il programma fu approvato dai partiti. Vinte (o quasi) le elezioni, il governo Prodi II si rivelò il più tribolato della seconda Repubblica, cadde male e in fretta: basti dire che i ministri cominciarono a litigare il giorno stesso del giuramento al Quirinale.

Chissà se gli attuali capi di quello che adesso si chiama «Campo Largo», si ricorderanno di questo penoso precedente quando affronteranno il loro programma elettorale alla voce: «Ucraina». Per come stanno adesso le cose l’accordo è impossibile. Intendiamoci, è impossibile un accordo vero: col gioco di parole basterebbe togliere la parola «armi» e sinonimi per andare avanti. Ma durerebbe un giorno. Il problema è che sulle armi all’Ucraina né il Pd né il M5S vogliono cedere il passo all’altro. Conte dice che lo stop degli aiuti militari a Zelensky per il suo partito «non è negoziabile» sia che vinca lui le primarie, sia che le vinca la Schlein.

Dal Pd (ma non dalla Schlein in persona) rispondono con lo stesso tono: sull’Ucraina non vi illudete che noi cambieremo linea dopo quattro anni di guerra. La questione come si capisce è dirimente: una spaccatura su questo impedirebbe di fare il governo in caso di vittoria, giacché è il tema fondamentale, ne va della coesione europea e l’Italia non può sottrarsi in nome di un pacifismo radicale che, visto dal lato cinquestelle, fa sospettare un malcelato filoputinismo. Un campo largo che andasse alle elezioni facendo finta di niente, cioè parlando d’altro, perderebbe qualunque credibilità anche se dovesse prevalere. Quindi: niente giochi di parole.

E allora come se ne esce? È probabile che non lo sappia nessuno dei contendenti. Conte è fiducioso di vincere le primarie e di imporre, dal ruolo di leader, la propria linea al Pd. Si badi che l’avvocato «del popolo» non tiene in alcuna considerazione il fatto di avere la metà dei voti dei democratici, quello che conta dal suo punto di vista è la capacità di esercitare una egemonia.

Alla Schlein gli oppositori interni, i riformisti, rimproverano proprio questo: di apparire subordinata a Conte in nome di quella formula cui si è affezionata: «sono testardamente unitaria». La cosa si complica però considerando che anche la Schlein è convinta di poter vincere le primarie, dare lei la linea ed evitare la scissione dei riformisti. Del resto i sondaggisti assegnano la corona d’alloro un giorno all’uno e un giorno all’altra, e quindi ogni ambizione è lecita.

La scena è osservata con attenzione da destra che sull’Ucraina potrebbe a sua volta avere problemi seri: non tanto per Salvini, ormai sempre più debole (e che comunque ha sempre votato sì all’invio di armi nonostante il suo affetto per Putin) quando per quel coriaceo Vannacci che cresce ogni giorno di più nei sondaggi: averlo nella coalizione pur di vincere le elezioni, significherebbe spuntarla con un autentico putiniano in purezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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