Opinioni

Legge elettorale, i rischi del «Melonellum»

Dopo l’approvazione da parte del Senato, a Montecitorio si deciderà se il testo andrà in porto, ma basterà una modifica di medio rilievo per far saltare l’accordo politico
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Il voto in Senato sul disegno di legge sulla Riforma elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il voto in Senato sul disegno di legge sulla Riforma elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’approvazione - da parte del Senato - della nuova legge elettorale può essere l’ultimo passo verso il traguardo.

A Montecitorio si deciderà se il testo andrà in porto, ma basterà una modifica di medio rilievo per far saltare l’accordo politico. Il punto è che il sistema varato da Palazzo Madama potrebbe produrre effetti diversi da quelli voluti.

Se oggi abbiamo un Rosatellum che, in qualche modo, agevola chi può vincere nei collegi uninominali (cioè i due poli maggiori), il Melonellum è tutt’altro fuorché lo «Stabilicum» che era stato descritto.

Infatti, nelle attuali condizioni, un’ulteriore crescita di Vannacci può mandare il centrodestra sotto la quota del 42% che permette di concorrere per il premio di maggioranza.

Ma anche a sinistra, dove la soglia pare superabile, sta forse per arrivare la tenaglia che farà saltare tutto: la lista Grillo. Per ora è solo una suggestione, che però è pericolosa per il centrosinistra e in particolare per il M5s quanto una lista Di Battista, perché pescherebbe nell’elettorato dei primi tempi e nell’astensione. Per come sono oggi i rapporti di forza e i sondaggi, basta che un partito di Grillo o di Di Battista prenda il 2-3% per far andare sotto il 42% anche il polo delle opposizioni.

A quel punto, il sistema approvato dal Senato attribuirebbe i seggi di Camera e Senato proporzionalmente rispetto ai voti, quindi sarebbe molto meno «Stabilicum» del deprecato (e deprecabile, va detto) «Rosatellum». Forse è anche per evitare liste nuove a sinistra che nelle opposizioni solo Conte ha vivacemente protestato per la norma che moltiplica di molto le firme necessarie per presentare liste che non hanno componenti in Parlamento al momento dell’entrata in vigore della legge elettorale.

Il Pd e Italia viva non hanno certo pianto per questo: il cavillo può impedire ai centristi di Onorato (che alle primarie voterebbero per Conte) di comparire sulle schede elettorali, a meno che i Cinquestelle non «prestino» tre parlamentari per creare una componente «ad hoc» nel gruppo Misto (il che, però, non abolirebbe la necessità di raccogliere un certo numero di firme, sia pur molto minore rispetto a chi è fuori dalle Camere).

Una lista Grillo, insomma, può far saltare il tavolo e darci un Parlamento eletto per la prima volta dopo il 1992 col proporzionale. Detto questo, fare il guastafeste - per Grillo o Di Battista - non sarebbe facile, proprio per il numero di firme da raccogliere. Il fondatore del M5s non ha un’organizzazione capillare, mentre Di Battista è malato e deve sperare solo che si voti fra un anno, cercando frattanto di guarire.

Detto questo, però, questa legge elettorale sembra stia nascendo sotto i peggiori auspici. Se poi i poli non raggiungeranno il 42%, si potrà dire per loro - citando Sergio Endrigo e Roberto Carlos - che «la festa, appena cominciata, è già finita».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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