C’è un oggetto che spiega meglio di qualsiasi piano strategico ciò che sta accadendo al mondo: il giroscopio. Finché gira, tiene l’equilibrio. Quando il centro si irrigidisce, il sistema collassa. Oggi il mondo gira più veloce del previsto: non è più a trazione americana, Trump ha archiviato senza troppi complimenti l’Unione Europea come priorità strategica, l’Intelligenza Artificiale sta riscrivendo l’ontologia stessa del fare impresa e l’Europa, nel frattempo, ha consumato il suo dividendo demografico.
Il pendolo della storia oscilla con forza. E in queste fasi non esiste neutralità: o ci si riposiziona, o si viene spinti ai margini. Pericoloso, allora, è pensare di potersi salvare restando immobili. Illusorio è credere che basti amministrare l’esistente. Vale per l’Italia, ma per Brescia vale ancora di più. Perché Brescia è un territorio che ha costruito la propria forza sull’adattamento, sulla manifattura, sulla capacità di leggere i cambiamenti prima degli altri. Oggi, però, rischia di fare l’errore più grave: confondere la solidità del passato con la sostenibilità del futuro. Brescia non è un territorio omogeneo e non lo è mai stata. È pianura, lago e montagna.



