Cronaca

La Giunta «a passeggio» nei quartieri per dare voce ai cittadini

Il primo tour è partito dalla zona sud, che intreccia la Brescia che investe e la Brescia in attesa. Sono quattro le tappe complessive
La passeggiata della Giunta
La passeggiata della Giunta

C’è un cartello, all’ingresso della bottega di Mario Rivetta, che avverte: «Vietato entrare di cattivo umore». È appeso in bella vista, anticipa le tele accatastate che profumano di trementina e oggetti vintage che sembrano salvati da uno sgombero sentimentale.

Il presidente del Consiglio Roberto Rossini ci scherza su: «Dovremmo metterlo all’ingresso dell’Aula». Si ride. Alle quattro del pomeriggio Palazzo Loggia «cammina» nei quartieri: il debutto dell’iniziativa «Brescia InComune» è in via Corsica, dove ieri una luce obliqua ha accompagnato assessori e consiglieri comunali – in una passeggiata che ha attraversato Don Bosco, Noce e Chiesanuova – a stringere mani, incassare qualche reprimenda, appuntare richieste e, in fondo alla giornata, anche a riscuotere qualche complimento.

Alla macelleria di via Corsica
Alla macelleria di via Corsica

Istanze

Qui le botteghe resistono come mosche bianche. Luigi Ravera, macellaio, non la prende larga: «Siamo sempre meno, eppure siamo l’identità del quartiere». Il problema? I parcheggi: «Se non trovano posto, se ne vanno. I posti a rotazione vanno fatti rispettare». Le vetrine tengono, ma faticano. Nel negozio di telefonia si sospira: «Resistiamo».

Europizza è aperta da ventisei anni, quasi un presidio. Attorno, proliferano gli usati: economia circolare o economia in apnea? Probabilmente entrambe. Qualcuno abbassa la voce quando si parla del futuro binario che passerà davanti alle vetrine. «Siamo timorosi e piuttosto in apprensione – ammette Ravera –. Quando avremo il tram qui davanti non sappiamo cosa accadrà». Le rassicurazioni arrivano dal vicesindaco Federico Manzoni, ma negli occhi dei commercianti resta quella prudenza che si riserva alle trasformazioni irreversibili.

In giro per il quartiere
In giro per il quartiere

Al civico 153 si parla di spaccio. «E canne», aggiunge un commerciante. La parola degrado scivola nei discorsi senza bisogno di enfasi. La politica cammina e prende appunti. Con il vice ci sono gli assessori Alessandro Cantoni (sport e casa), Marco Garza (bilancio), i consiglieri Roberto Omodei (Pd), Valentina Gastaldi (Bs Attiva) e Luca Pomarici (Azione). A fare da Cicerone è la presidente del Consiglio di quartiere, Tiziana Cherubini, che mette le cose in chiaro con una frase che vale più di una relazione: «Faccio gli onori di casa, mostro l’appartamento, ma sapendo che non tutto è in ordine».

Confronto

Alle 18 c’è l’appuntamento clou: l’assemblea pubblica al teatro di via Livorno, dove a raggiungere la Giunta sono la sindaca Laura Castelletti e gli assessori Marco Fenaroli (welfare) e Anna Frattini (politiche giovanili). Si passa dai marciapiedi alla platea, «l’appartamento» (simbolico) descritto da Cherubini si riempie.

E lì emerge la bussola del sentiment popolare. Dove sono arrivati i grandi cantieri –  le bonifiche dei parchi («arrivate anche grazie alla grande spinta e al lavoro del quartiere» ricordano dalla platea), le nuove ciclabili, gli investimenti – il riconoscimento è tangibile. «Si vede», ammettono senza timidezza in molti. Dove invece la trasformazione è rimasta in «lista d’attesa» le mani si alzano più in fretta: «Nel programma elettorale – ricordano dalla platea – si era promesso il porta a porta». La sindaca non scansa la puntualizzazione: «Credevamo fosse quella la strada giusta, il quadro è cambiato e la città è divisa su questo. Ma il confronto resta aperto».

L'assemblea pubblica
L'assemblea pubblica

La signora Laura si fa coraggio e prende insieme il microfono e la parola. Abita in via Girelli e racconta di auto che sfrecciano, di dossi rimossi, di telecamere negate, di telefonate rimaste senza seguito. Poi allarga il discorso al parco del Mella. Condivide il dolore di una molestia subita dal nipote, una denuncia, il niet di un ragazzino che le ha intimato di non poter entrare nel parco. «Parlo di cose successe davvero» scandisce, come a doversi giustificare. È la voce dello spicchio di città che si sente ancora periferia e, in sostanza, chiede che ora possa essere il suo turno. Qui non si discute di traiettorie ma di confini.

L’assessora Frattini prova a rispondere con gli strumenti dell’educazione di strada, con gli sportelli gratuiti. La sindaca promette confronto con il comandante, richiama il tavolo in Prefettura, parla degli agenti di comunità: 52 interventi, 740 persone ascoltate, dieci segnalazioni ai servizi sociali in due mesi. Numeri che raccontano un impegno, ma anche una pressione costante. Ci pensa Fenaroli a snocciolarla, così da renderla schietta: l’assegno di inclusione che sostituisce il reddito di cittadinanza lascia scoperte migliaia di famiglie, oltre quattromila per la precisione ed è il Comune a farsene carico. «La città giusta non esiste ancora, la stiamo costruendo insieme e comporta fatica e impegno costanti» confessa. È il punto più politico della serata, perché il quadro è esattamente questo: la musica cambia a seconda del quartiere. «Brescia InComune» funziona finché accetta questa frizione.

Prospettive

Il primo dei quattro tour – uno per ciascun punto cardinale di Brescia – mostra una città divisa non tra centro e periferia, ma tra zone che hanno visto arrivare il futuro e zone che chiedono ancora il presente. Dove si è investito, i risultati sono riconosciuti e riconoscibili. Dove i cantieri non sono passati, emerge la fatica quotidiana: degrado, inciviltà dei padroni dei cani, dossi che mancano, famiglie che scivolano un gradino più in basso, paura che si infila nei parchi. La politica che cammina lo sa: ogni trasformazione crea un prima e un dopo e nel mezzo c’è sempre qualcuno che aspetta. La vera sfida non è inaugurare, è distribuire. Alla fine restano due immagini: il cartello di Rivetta che invita a entrare di buon umore e la voce di Laura al teatro che chiede sicurezza. Brescia, oggi, sta nell’insenatura tra quelle due frasi: una città che vuole sorridere, ma che non smette di alzare mani e - seppur educatamente - chiedere risposte.

Alle otto di sera il teatro si svuota. Restano tanti appunti, promesse di approfondimento, qualche scambio a tu per tu, a microfoni spenti. L’appartamento è abitato: alcune stanze brillano, altre chiedono punti luce in più. La differenza, in questa seconda parte politica del mandato Castelletti inevitabilmente proiettato verso Loggia 2028, la farà la capacità di non considerare quelle mani alzate come rumore di fondo, ma come mappa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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