Politica

La Lega senza Salvini nel logo social: quando un nome non è più intoccabile

La «firma» del leader che scompare dal simbolo racconta molto di più: la débâcle del Capitano a Milano, la mancata espulsione del segretario di Brescia Maggi, la fine del «sogno Zaia»
Salvini con la stampa ad un gazebo del partito - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Salvini con la stampa ad un gazebo del partito - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

A un certo punto non era più chiaro se fosse la Lega ad avere un leader o Salvini ad avere un partito. La scritta «Salvini Premier» (nelle sue molteplici declinazioni regionali, come «Salvini Lombardia») raccontava esattamente questo. Non un semplice slogan elettorale, ma la certificazione di un’identificazione pressoché completa: il Carroccio era il suo capo e il suo capo era il Carroccio. Perciò la decisione della sezione cittadina di Brescia di adottare nelle proprie comunicazioni social un simbolo senza quel nome non può essere liquidata come una faccenda per grafici.

È vero: la versione alleggerita circola già da tempo nelle campagne nazionali (lo conferma lo stesso partito nazionale apertis verbis) e non è stata inventata nottetempo da qualche congiurato padano. Ma in politica i loghi sono come i termometri: non provocano la febbre, la misurano. E la Lega, al Nord, non sembra precisamente in forma smagliante.

Salvini sì, Salvini no

Michele Maggi, segretario cittadino e consigliere comunale a Brescia, non dichiara guerra a Salvini. Ricorda ciò che il leader ha dato al partito e respinge l’idea di un’imboscata personale: «Io mi sono semplicemente allineato a ciò che ha fatto la comunicazione nazionale: da mesi loro hanno iniziato a pubblicare il logo senza il nome di Salvini e dunque ho fatto la stessa cosa sui canali social del partito locale». Poi, però, arriva al punto: «Certo, non si può dire che navighiamo esattamente con il vento in poppa. Serve una scossa e credo che, oltre a pensarlo, lo stia esplicitando la grande maggioranza dei militanti stessi». Il simbolo, insomma, non contiene una mozione di sfiducia, contiene un auspicio.

Il simbolo senza il nome di Salvini che viene ormai usato sui social - © www.giornaledibrescia.it
Il simbolo senza il nome di Salvini che viene ormai usato sui social - © www.giornaledibrescia.it

Dal canto suo, i vertici cercano di mettere una toppa al tam tam che si è conquistato la ribalta. E lo fanno con una nota che, nei fatti, certifica la versione di Maggi. Eccola, recita così: «A seguito del diffondersi di informazioni imprecise o fuorvianti, si precisa che il simbolo del partito "Lega per Salvini Premier" rimane invariato. La grafica con la sola dicitura "Lega" e Alberto da Giussano è una firma grafica utilizzata sui profili social del segretario Matteo Salvini e della Lega, in uso da oltre otto mesi (fin dalla fine di ottobre dello scorso anno). Si tratta di una veste grafica realizzata dallo staff del segretario, approvata dal responsabile comunicazione e dal portavoce del segretario, e utilizzata in accordo con lo stesso segretario». 

Difese d’ufficio o strategie, resta il fatto che per la prima volta dopo anni non è più impensabile che la Lega possa presentarsi senza mettere Salvini in copertina. È una differenza sottile, ma decisiva. Il punto politico non è che il Capitano sia già stato rovesciato (che sembra la preoccupazione principale della nota ufficiale), ma che il suo nome abbia smesso di essere intoccabile. Non tanto per una questione di consenso elettorale, quanto perché il Capitano ha perso il monopolio della speranza. Tradotto: fino a qualche tempo fa, il leitmotiv era «magari sbaglia, però è l’unico che può riportarci dove eravamo», oggi questa convinzione vacilla (e neppure in segreto). 

Il caso dei numeri di Milano

Per capire perché un dettaglio grafico pesi così tanto bisogna mettere in fila ciò che sta accadendo nel partito. A Milano, nelle primarie interne del 22 giugno per indicare il candidato sindaco, chi era presente (più di una persona, ma tutte hanno chiesto di non comparire con nome e cognome) assicura che i numeri diffusi pubblicamente non corrispondono affatto ai numeri reali. «La verità è che hanno votato meno di duemila persone. L’eurodeputata Silvia Sardone ha raggiunto oltre 1.100 preferenze, risultando di gran lunga la più preferenziata. Matteo Salvini, candidato in prima persona e non semplice sponsor di qualcun altro, si è fermato a 160». Una débâcle così plateale per il Capitano, nel cuore della regione in cui la Lega è nata e si è fatta potere, fino a qualche anno fa sarebbe stata considerata una iattura statistica, o un errore del pallottoliere.

Salvini al gazebo per le primarie della Lega a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Salvini al gazebo per le primarie della Lega a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Non è soltanto una questione di voti. A Brescia città i militanti scavalcavano la settantina nel 2024, oggi si fermano a quota 52; la provincia tiene meglio e il Bresciano rimane uno dei territori meno malmessi. I dati complessivi della Lombardia, invece, restano sigillati con una cura che difficilmente alimenta l’ottimismo (non è certo un segreto: di solito i partiti esibiscono i numeri quando crescono e li custodiscono come segreti militari quando raccontano altro).

La Lega perde pezzi anche a prescindere da Roberto Vannacci, che più di tutti ha segnato il de profundis di Patto per il Nord. Qualcuno ha seguito l’ex generale, ma molti altri hanno semplicemente smesso di esserci: se ne sono andati senza fondare correnti, senza migrare verso nuovi vessilli e senza disturbare. È forse questo il segnale peggiore: la protesta almeno fa rumore, la disillusione restituisce la tessera e chiude la porta.

Malcontento ed espulsioni

Nelle chat dei militanti i messaggi sono impietosi; «L’autonomia è stata un flop»; «hai visto cosa si è inventato oggi Salvini?»; «sta facendo fallire la Lega». Non sono parole attribuibili a qualche nemico esterno né il bollettino di Futuro Nazionale: sono giudizi che circolano tra le persone rimaste nel partito. Sia chiaro: non compongono un sondaggio scientifico, ma lo stesso descrivono un clima. E raccontano che, per una parte della base, le difficoltà non dipendono più soltanto da Giorgia Meloni, dagli alleati, dai giudici, dall’Europa o dal destino cinico e baro. Hanno un nome e un cognome.

Il segretario cittadino della Lega, Michele Maggi - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il segretario cittadino della Lega, Michele Maggi - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Michele Maggi, del resto, aveva già incocciato contro il muro della disciplina salviniana. Alla fine del 2025 promosse una raccolta di firme affinché Luca Zaia diventasse il punto di riferimento politico della Lega nel Nord: il tentativo di affiancare alla leadership nazionale una figura capace di ricucire il rapporto con i territori settentrionali. L’iniziativa si diffuse anche fuori da Brescia e arrivò sul tavolo del consiglio regionale del partito. Lì, secondo quanto ricostruito all’interno del Carroccio, alcuni salviniani di ferro chiesero l’espulsione del segretario cittadino bresciano per «insubordinazione» e «sovversione». Parole da caserma, o da partito sull’orlo di una crisi di nervi. A evitare il processo sommario sarebbero stati il segretario lombardo Massimiliano Romeo e il segretario provinciale e vice regionale Roberta Sisti, che bloccarono l’operazione.

«Good bye Zaia»

La fiammata zaiana si è poi spenta. Dopo l’incontro con Salvini a Roccaraso, Zaia ha di fatto lasciato tramontare l’ipotesi di diventare il riferimento del Nord. Per chi aveva raccolto le firme, più che una ritirata è sembrato il modo migliore per bruciarsi prima ancora di partire. Insomma: «Good bye Zaia». Ma la questione politica è rimasta sul tavolo: se un pezzo della Lega lombarda aveva cercato in Zaia un altro punto di equilibrio, significa che già allora considerava insufficiente quello esistente.

Luca Zaia e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Luca Zaia e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il guaio di Salvini non è soltanto aver perso il consenso stratosferico della stagione del Papeete: nessun leader, oggettivamente, può vivere per sempre del proprio massimo storico. Il guaio è che la sua lunga operazione nazionale non ha conquistato stabilmente l’Italia e, nel frattempo, ha diluito il Nord.

Fratelli d’Italia occupa con maggiore forza il campo della destra nazionale, mentre una parte dell’elettorato settentrionale non riconosce più nella Lega il partito che dovrebbe rappresentarne interessi, insofferenze e ambizioni. L’autonomia, promessa fondativa e bandiera identitaria, viene vissuta da molti militanti come un’impresa arenata. Le battaglie quotidiane del leader sembrano cambiare con la velocità dei social e dietro ogni «nuova sparata» cresce il sospetto che la prossima serva soprattutto a far dimenticare la precedente.

Scenario

Per anni la forza di Salvini è stata far coincidere ogni discussione sulla Lega con una discussione su di lui. Oggi quella coincidenza rischia di diventare la sua condanna: quando il capo perde smalto, il partito non dispone più di un’identità autonoma alla quale tornare, deve ricostruirla mentre è ancora governato dall’uomo che l’ha smontata. Ecco perché il simbolo bresciano e quello nazionale (seppur solo a prova di social), in fondo, contano. Non annunciano un golpe, non incoronano un successore e non dimostrano neppure che l’era salviniana sia finita. Dicono qualcosa di meno clamoroso e forse più insidioso: nella Lega si può ormai togliere il nome del leader senza che cada il soffitto.

I partiti non scaricano un capo il giorno in cui perde. Cominciano a farlo quando smettono di credere che senza di lui non potrebbero vincere. Alla fine, insomma, il logo è un veicolo: conta il fatto che la maggioranza, dentro la Lega, sembri più considerare il Capitano intoccabile. Salvini è sembrato a lungo il collante del partito; adesso rischia di diventare l’interrogativo che il partito non riesce più a schivare. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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