Umberto Bossi, l’ultimo irregolare della politica italiana

È davvero difficile inquadrare la figura politica di Umberto Bossi. È stato un leader capace di guidare il suo movimento nei mari agitati della fine della Repubblica dei partiti fino al cuore della cosiddetta Seconda Repubblica. Un po’ avventuriero, un po’ libertario, ma anche federalista, autonomista o secessionista à la carte: sicuramente un irregolare della politica italiana che ha saputo leggere i tempi.
Oggi sarebbe impensabile avere un Bossi protagonista della scena politica. Ed è stata proprio questa la sua forza: in un momento di passaggio, segnato dalla rarefazione delle grandi famiglie politiche novecentesche, seppe proporre un partito etnopopulista capace di intercettare domande diffuse. La Lega non fu solo un movimento autonomista: riuscì a dare voce a rivendicazioni che, al di là del voto, molti nel Nord sentivano come proprie rispetto alla politica romana. Dal mondo dell’industria alla piccola borghesia lombardo-veneta, fino a settori popolari tradizionalmente vicini alla sinistra: tutti subirono, in momenti diversi, la fascinazione leghista e del «sindacato del Nord». Bossi guidò il primo vero terremoto politico della partitocrazia italiana nel secondo dopoguerra; solo il Movimento 5 Stelle, vent’anni dopo, avrebbe avuto un effetto paragonabile. Non a caso anche il suo leader, Beppe Grillo, presentava tratti simili: un avventuriero della politica, tra pulsioni libertarie e derive reazionarie.
Al grande fiuto politico e alla capacità di costruire un movimento alternativo a partiti che, all’inizio degli anni Novanta, apparivano ormai dinosauri, vanno però affiancati elementi ben meno lusinghieri. In primo luogo, la visione delle «piccole patrie», anticamera di un nazionalismo escludente che in Europa trovava sponda in esperienze come quella dei nazionalisti fiamminghi, che tenevano conferenze a favore dell’apartheid.
Non è un caso che, sul piano europeo, la Lega bossiana si sia presto legata a Jean-Marie Le Pen e a Jörg Haider: il nucleo originario di quella che oggi chiamiamo internazionale sovranista. Qui sta la forza, ma anche la contraddizione, di Bossi: un leader che si dichiarava libertario ma utilizzava un linguaggio divisivo, parlando di «terroni» e di «negher», evocando persino «diecimila fucili pronti» contro Roma ladrona. Oggi lo definiremmo hate speech; allora poteva apparire, a tratti, naïf. Ma fu proprio quella radicalità a contribuire alla polarizzazione della politica italiana, una polarizzazione sulla quale costruì una parte decisiva della sua fortuna.
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