Opinioni

Autonomia differenziata, l’ultimo miglio infinito

Nei fatti, almeno per ora, è svuotata. Ma resta valida come carta politica, da giocare al momento giusto, per guadagnare spazio nell’alleanza di Governo più che contro le opposizioni
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Roberto Calderoli, ministro degli Affari Regionali e Autonomie - Foto Ansa/Giuseppe Lami © www.giornaledibrescia.it
Roberto Calderoli, ministro degli Affari Regionali e Autonomie - Foto Ansa/Giuseppe Lami © www.giornaledibrescia.it

E l’autonomia differenziata? Un paio d’anni fa sembrava che fosse il primo passo di un marcia inarrestabile dei cambiamenti, su un audace equilibrio fra maggiori poteri alle Regioni ed accentramento presidenzialista. Per la verità è durata poco questa illusione: il presidenzialismo è rapidamente retrocesso a premierato, poi accantonato, mentre l’autonomia regionale diventava legge, ma in modo tanto dispersivo da finire sotto l’esame implacabile della Corte costituzionale, che tuttavia le ha evitato il referendum. Ed ora? Sulla questione vi sono due prospettive contrapposte. C’è chi sostiene che non se ne farà nulla, se non con un drastico dimezzamento di poteri e materie.

E c’è chi vede la riforma ancora in pista, che avanza senza suscitare troppe attenzioni per riemergere quando meno ce lo si aspetterà. Questa versione carica di attese si lega al rilancio della Lega, se ci perdonate il gioco di parole. Abbandonata la declinante fase nazionalista di Matteo Salvini, il mondo leghista del Nord punterebbe ad una rinnovata visione federalista, affidata a Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. E l’autonomia differenziata diventerebbe il passaggio ineludibile. Tecnicamente è possibile e il ministro Roberto Calderoli è lì, già pronto.

Luca Zaia, ex governatore del Veneto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Luca Zaia, ex governatore del Veneto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

È vero che a fine 2024 la Corte costituzionale aveva chiesto forti aggiustamenti della riforma, ma la legge è in vigore e lo scorso dicembre quattro Regioni – Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte – hanno stipulato delle pre-intese che entro la metà di luglio dovranno essere esaminate dal Parlamento con «atti di indirizzo». Le commissioni affari costituzionali di Camera e Senato hanno avviato nei giorni scorsi le audizioni.

La maggioranza di Governo avrà buon gioco a far valere la sua forza, nonostante le resistenze e i malumori di quasi tutte le Regioni del Sud. Perché se è vero che la questione dell’autonomia sta a cuore (quasi) solo alla Lega è altrettanto vero che Fratelli d’Italia dovrà assecondarla se vuole portare a casa la riforma elettorale, l’unica rimasta della campagna delle riforme promesse, in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Fratelli d’Italia porta a casa la riforma elettorale se la Lega potrà innalzare, davanti al proprio elettorato, la bandiera dell’autonomia regionale. Su questo punta la visione «ottimista».

Non sarà facile, replicano dal fronte opposto. La Consulta ha posto questioni chiare e distinte, mentre le pre-intese che vengono avanzate vanno in tutt’altra direzione. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha pubblicato uno studio che sottolinea come le perplessità su questi pre-accordi siano almeno due. La prima riguarda i documenti, che sono identici per tutte e quattro le Regioni, e quindi contraddirebbero il principio stesso dell’autonomia differenziata che prevede spazi di autonomia differenti fra le varie Regioni in funzione delle specificità di ognuna.

Gli stessi documenti poi darebbero una descrizione delle funzioni molto generica, che non spiega, come invece richiede la Consulta, perché l’autonomia della singola Regione in quel settore permetterebbe di svolgere la funzione meglio dello Stato. E senza costi aggiuntivi. Questione spinosa e dirimente, quella dei costi: come assicurare anche alle Regioni che oggi hanno una situazione svantaggiata e diversa gli stessi Lep, cioè identici livelli essenziali delle prestazioni? Basterebbe un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale per bloccare tutto. Su questa ingarbugliata matassa punta l’attenzione chi dà per esaurito lo slancio dell’autonomia differenziata.

Sulle disparità fra le Regioni, per la verità, ci sarebbero i Fondi di coesione, che dovrebbero mettere assieme risorse europee soprattutto, e in parte risorse nazionali, proprio a favore delle Regioni meno sviluppate. Ma la recente proposta del commissario europeo Raffaele Fitto di usare questi fondi per affrontare l’emergenza energetica ha mostrato quanto il re sia nudo. Quei fondi vengono usati come bancomat per coprire buchi nei bilanci regionali, ma soprattutto per promozione turistica, sagre, corsi fantasma, e a ricaduta furbate che finiscono sotto inchiesta (458 solo nel 2024, secondo la Procura europea). I fondi che dovrebbero ridurre i divari territoriali hanno solitamente altre destinazioni.

Il commissario europeo Raffaele Fitto - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Il commissario europeo Raffaele Fitto - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it

Quindi: a che punto siamo? Alle pre-intese dimezzate. Sulla materia più delicata, ma anche quella già in gran parte affidata alle Regioni, quella della Sanità, ad esempio, l’autonomia prevista dai nuovi accordi conferma quel che già c’è, con una drastica riduzione delle richieste iniziali sulle risorse destinate ad assunzioni, prestazioni integrative e riduzione delle liste d’attesa. Sul resto, si vedrà. Se nei fatti, almeno per ora, l’autonomia è svuotata, resta però pienamente valida come carta politica, da giocare al momento giusto, per guadagnare spazio nell’alleanza di Governo più che contro le opposizioni. Qui sta il bivio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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