Opinioni

Tutte le incognite per Meloni in vista del voto del 2027

L’economia è il tema più delicato, perché la scienza della politica è ricca di teorie sul ciclo economico-elettorale e sull’allentamento dei vincoli di bilancio in prossimità del rinnovo del Parlamento
La premier Giorgia Meloni - Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Non sono certo le imminenti, parzialissime, elezioni comunali del prossimo mese a impensierire Giorgia Meloni. Le nubi che si addensano su questo anno (o anno e mezzo) di legislatura sono molte. Lasciando perdere i risvolti della sconfitta referendaria e il repulisti che ha dovuto fare nel governo - tutte cose che appartengono al passato e che potrebbero però riverberarsi un po’ nel futuro prossimo - c’è ben altro di cui occuparsi.

L’economia è il tema più delicato, perché la scienza della politica è ricca di teorie sul ciclo economico-elettorale e sull’allentamento dei vincoli di bilancio in prossimità del rinnovo del Parlamento. Ebbene, su questo fronte la premier non può concedere nulla, non solo perché l’Esecutivo avrebbe potuto rinviare all’esercizio 2026 lo 0,08% del Pil di spesa per restare sotto il 3% di deficit e uscire dalla procedura d’infrazione europea. Il punto è che la situazione internazionale ci porta inflazione, rallentamento della crescita e impossibilità di sforare (anche con lo «scostamento di bilancio» che alcune opposizioni potrebbero perfino appoggiare, a determinate condizioni).

Le spese per la Nato finiranno per risentirne, aggravando i rapporti con un Trump che già fece fuoco e fiamme contro gli spagnoli quando affermarono di non voler aumentare al 5% la loro quota di Pil da destinare all’Alleanza atlantica.

Adesso che l’ex pontiera con gli Usa è sotto attacco da parte del presidente americano e - curiosamente - anche degli amici di Putin (lo «spirito di Anchorage» è molto vivo, sembra), i margini di manovra per la politica estera italiana si restringono all’ambito europeo. In pratica, l’economia avrà difficoltà per ragioni che non dipendono dall’Italia ma dagli Usa, mentre la politica estera risentirà dei volubili umori dell’autocrate statunitense ma anche dall’impossibilità di dare alla Nato tutto il sostegno economico richiesto. Il tutto, nel quadro di un vento che ha già spazzato via il sovranista Orbàn e che non tira a favore dei sodali europei (anche se, va detto, il centrodestra italiano regge nei sondaggi ed è ancora leggermente favorito per confermarsi alle politiche 2027).

La crisi economica peserà, fiaccherà gli animi e innervosirà gli elettori; quindi, per qualche forza politica è meglio cambiare la legge elettorale e scongiurare quel pareggio che porterebbe inevitabilmente ad un governo di larghe intese estromettendo in un colpo solo da Palazzo Chigi Meloni, Schlein e Conte (cioè i tre che, ad oggi, possono verosimilmente ambire ad andarci alla fine dell’anno prossimo).

Il problema è che a fare le spese della riforma sarebbero in primo luogo la Lega e Forza Italia, che con un sistema proporzionale con premio ma senza collegi uninominali perderebbero molti seggi. Per la premier sarebbe difficile (o, meglio impossibile) varare un nuovo sistema di trasformazione dei voti in seggi tenendo fuori dall’accordo i suoi due alleati Salvini e Tajani.

Soprattutto se qualcosa si muove già nell’area centrista della maggioranza: l’attivismo di Marina Berlusconi fa pensare che la rivoluzione azzurra preluda a una politica meno appiattita sull’assoluta fedeltà alla formula di centrodestra ed eventualmente (anche se è solo un’ipotesi giornalistica) aperta nella prossima legislatura, se necessario e opportuno, a nuove forme di combinazioni parlamentari che partano dal centro dello schieramento politico e comprendano, le forze politiche «di buona volontà».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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