Cronaca

La Lombardia guarda al nucleare con sei mini reattori: Brescia è in gioco

Con il sì alla nuova legge nazionale si riapre la strada all’atomo. La Regione si sta preparando e ha già ipotizzato la road map in uno studio che parte dal prospetto dei consumi energetici: il primo Smr potrebbe entrare in funzione nel 2035
La Lombardia studia un piano energetico che guarda a i mini reattori - © www.giornaledibrescia.it
La Lombardia studia un piano energetico che guarda a i mini reattori - © www.giornaledibrescia.it

Per quasi quarant’anni il nucleare italiano è rimasto chiuso in una specie di eterno dopodomani. Ora il Parlamento ha approvato la legge delega sul cosiddetto «nucleare sostenibile», pubblicata in Gazzetta il 30 settembre ed efficace dal 15 ottobre. Non significa che sia stata battezzata una centrale, tantomeno che sia stato deciso dove costruirla: significa che, se davvero vuole riportare l’atomo nel sistema energetico italiano, il Governo dovrà scrivere le regole. E a Brescia la questione è meno teorica che altrove. Perché qui, prima ancora di chiedersi come produrre energia, bisogna capire quanta ne divora la macchina industriale.

L’affresco

Nel 2024 la provincia ha consumato 12,14 TWh di elettricità. Ben 8,32 sono serviti all’industria: quasi sette kilowattora su dieci. È il metabolismo di una provincia fatta di acciaierie, fonderie, meccanica, fabbriche che non possono regolare i propri turni sull’ora in cui splende il sole. Ed è dentro questa contraddizione che si infila la nuova strategia energetica lombarda.

Tralicci dell'alta tensione - © www.giornaledibrescia.it
Tralicci dell'alta tensione - © www.giornaledibrescia.it

La Regione parte da un problema che esiste già. Nel 2024 la Lombardia ha consumato 65,5 TWh di elettricità producendone 51,2: autosufficienza al 78%. L’industria, da sola, assorbe metà della domanda elettrica regionale. Poi viene il futuro. Nello scenario più conservativo elaborato con Fondazione Politecnico, al 2030 i consumi salgono ancora dell’8%; quelli industriali di 2.295 GWh, il 7%. Intanto la produzione fotovoltaica dovrebbe crescere del 127%.

È molta energia, ma non necessariamente quando serve. Un pannello produce seguendo il cielo, un forno elettrico seguendo la fabbrica. La Regione lo chiama, meno poeticamente, «disallineamento tra produzione intermittente e domanda continua» e mette tra le criticità anche la probabile saturazione della rete.

Non a caso, nello scenario di crescita più sostenuta il report racconta già di «significativo stress» delle infrastrutture elettriche e di un problema che il fotovoltaico, da solo, «non risolve»: l’obiettivo - si legge - è trovare una fonte programmabile, quella che continua a produrre anche quando il sole tramonta. Ed è a questo punto che nelle carte ricompare il nucleare.

Le due strade

Lo scenario lombardo al 2050 prova infatti due strade. Nella prima, tutta rinnovabili e accumuli, il fotovoltaico dovrebbe aumentare di oltre tredici volte rispetto al 2025, +1.330%, accompagnato da circa 58 GWh di sistemi di accumulo. Regione stessa segnala le difficoltà nel garantire continuità e l’elevato consumo di suolo.

Nella seconda strada entra l’atomo: rinnovabili, accumuli e circa 1,8 GW di Small modular reactor. Il fotovoltaico crescerebbe comunque enormemente, +1.090%, ma al 2050 il nucleare fornirebbe circa 15 TWh. E qui le proiezioni cominciano ad assomigliare più a un calendario.

Un prototipo di un reattore nucleare modulare -  © www.giornaledibrescia.it
Un prototipo di un reattore nucleare modulare - © www.giornaledibrescia.it

Lo studio ipotizza un primo Smr da 300 MW nel 2035 e nuovi moduli ogni tre anni. Seguendo quella scansione, per arrivare agli 1,8 GW finali servirebbero sei moduli da 300 MW. Sei, naturalmente, sulla carta: non esistono siti individuati né sei centrali già programmate. Ma il salto politico è evidente: fino a ieri si discuteva se il nucleare sarebbe tornato; ora una legge nazionale ne costruisce la cornice e la Lombardia ha già provato a calcolare quanto potrebbe servirgliene.

La rete

Brescia, nel frattempo, una candidatura informale l’ha già avanzata. A maggio Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e vicepresidente di Confindustria, aveva detto che le siderurgie bresciane sarebbero pronte a ospitare Smr da circa 200 MW, anche attraverso un consorzio tra imprese: una quota di energia continua dall’atomo e il resto da rinnovabili e rete. Non proprio un dettaglio, visto che la strategia regionale indica espressamente l’industria pesante tra le possibili applicazioni del nuovo nucleare.

Poi c’è la rete, che ha meno fascino di un reattore ma il brutto vizio di essere indispensabile. Terna considera Brescia un nodo delicato proprio per la presenza delle grandi utenze industriali energivore e sta ammodernando la rete cittadina a 132 kV. Regione e Terna preparano inoltre mappe della capacità disponibile per capire dove possano essere accolti nuovi carichi. Il nucleare, dunque, non risolverebbe domani la bolletta delle acciaierie e il 2035 resta uno scenario, non un appuntamento con il primo reattore.

Il reattore dell'esperimento Iter - © www.giornaledibrescia.it
Il reattore dell'esperimento Iter - © www.giornaledibrescia.it

Ma i pezzi hanno cominciato a disporsi sul tavolo: Roma ha «riaperto per legge» la partita, Milano ha messo nei suoi conti 1,8 GW e Brescia consuma già elettricità a ritmi industriali, con siderurgici disponibili a ospitare i piccoli reattori. Mancano ancora le regole attuative, i siti, gli impianti e parecchi anni.

Di più: già due volte i cittadini hanno bocciato la strada del ritorno al nucleare, attraverso i referendum del 1987 (a un anno dal disastro di Chernobyl) e del 2011 (quando la tragedia di Fukushima era avvenuta pochi mesi prima). Tutti aspetti che quando si parla di nucleare saranno anche dettagli, ma di certo sono «dettagli» piuttosto ingombranti. A differenza del passato, però, per la prima volta adesso il focus del dibattito politico e interno alle istituzioni non sembra più essere «se» l’atomo tornerà. Bensì dove.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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