Economia

«Il Paese ha bisogno di più giovani, imprese e nuove fonti di energia»

L’ex Consigliere delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, oggi insegna all’Università Cattolica ed è consulente strategico del fondo d’investimento 65 Equity Partners
Victor Massiah è consigliere dell'Università Cattolica ed è consigliere strategico del fondo 65 Equity Partners
Victor Massiah è consigliere dell'Università Cattolica ed è consigliere strategico del fondo 65 Equity Partners

L’inflazione è considerata sempre un nemico, quindi, il problema c’è. È drammatico? No, non è una tragedia, i livelli attuali sono dentro i valori normali: storicamente l’inflazione a questi tassi (intorno al 3% su base annua, ndr) l’abbiamo vista mille volte, non siamo al 10% e non scordiamoci che l’Italia di inizio anni Ottanta pagava il 20% di interessi sui titoli di Stato». Il pragmatismo di Victor Massiah non lascia spazio a inutili allarmismi, nemmeno di fronte all’attuale situazione economica e finanziaria internazionale caratterizzata da sempre più variabili e altrettante incertezze. «Guardo il bicchiere mezzo pieno – ammette l’ex Consigliere delegato di Ubi Banca, che oggi, tra gli altri impegni, insegna Gestione bancaria all’Università Cattolica di Milano –. Sappiamo tutti che se a migliaia di chilometri di distanza da noi succede qualcosa, ne saremo comunque influenzati. Abbiamo visto che se chiude uno snodo marittimo in Medio Oriente inevitabilmente condiziona le nostre economie: per questo motivo dobbiamo adottare una visione globale e rilevare che l’economia mondiale sta comunque crescendo più del 3% l’anno».

Massiah fruisce ancora di un osservatorio privilegiato: è un consulente strategico della piattaforma di investimenti 65 Equity Partners (4,2 miliardi di dollari di fondi in gestione con uffici a Singapore, Londra, Parigi, San Francisco e New York). Inoltre, ha fondato la Next Growth, società milanese a supporto di imprese e privati. «Ora non mi chieda commenti sul ruolo delle banche, tanto meno sul risiko in corso perché, considerati i miei trascorsi, non le risponderò», la sua richiesta è una sorta di regola d’ingaggio.

Se dovesse allora guardare all’Italia dei prossimi dieci anni con gli occhi contestualmente dell’ex banchiere, del docente universitario e pure dell’investitore, qual è l’errore che il nostro Paese non può commettere?

Il mondo, come le ho detto poco fa, sta girando a oltre il 3% di crescita del Pil annuo e in gran parte va dato merito alle performances di Cina, India e crescente Africa. L’Occidente invece è tristemente avviluppato a una bassa crescita, collegata anche a fenomeni demografici, che sono fondamentali nella lettura di questo scenario.

In che senso?

Innanzitutto, con l’inverno demografico non entrano nuovi consumatori sul mercato. Credo però che l’effetto più rilevante del calo demografico non sia di carattere quantitativo, ma riguardi l’atteggiamento mentale della popolazione: i giovani pensano a lungo termine, al contrario di un paese di vecchi in cui resiste uno stato mentale molto limitato con cui può verificarsi la sindrome della rana bollita, che accetta passivamente cambiamenti negativi e lenti, fino a morire senza reagire.

Un riflesso psicologico letale...

Il nostro Paese deve investire sui giovani, anziché accorciare l’età per andare in pensione. Oggi vediamo persone di 65/67 anni con una vitalità che generazioni precedenti non avevano: perché dovremmo escluderle dal mondo del lavoro? Eppure, le mandiamo in pensione, trascurando nello stesso tempo la carenza di personale lamentato dalle imprese, levando risorse ai giovani e rendendo il sistema previdenziale insostenibile. In questo modo, torno alla metafora della rana, è come se aumentassimo ulteriormente la temperatura dell’acqua...

L'inverno demografico è uno dei principali fenomeni che frenano il mondo Occidentale
L'inverno demografico è uno dei principali fenomeni che frenano il mondo Occidentale

Va detto che la riforma Fornero sulle pensioni, seppur criticata, non è mai stata modificata.

Per fortuna. Serve però uno sforzo ancora maggiore sull’educazione e sulla formazione. Inoltre, se il governo risparmierà risorse dovrà trovare il modo di arrivare ad azzerare la tassazione dello stipendio dei giovani all’inizio del loro percorso lavorativo. Verrà data loro così la possibilità di risparmiare, permettendo una visione ottimistica di quella che sarà la vita futura. A tal proposito tengo a evidenziare che oggi, nel Nord Italia, una coppia di giovani con due stipendi da 1.500 euro, a differenza dei loro genitori, non può sognare di comprarsi una casa.

Il lavoro povero, in effetti, è un fenomeno emblematico del nostro tempo

La minore crescita dei salari in Italia non è figlia di una dura negoziazione sindacale finita male: in parte deriva dalla consapevolezza che solo con una certa dimensione aziendale si è ancora competitivi sui mercati internazionali. Non dobbiamo poi stupirci se il fenomeno dei working poor abbia generato degli squilibri sociali, che si sono riverberati anche nel modo di votare i rappresentanti del Parlamento.

Il lavoro però continua a rimanere agli ultimi posti nell’agenda politica, non crede?

La valorizzazione del lavoro purtroppo resta un tema sottovalutato dalla politica, sia di destra sia di sinistra. Dobbiamo anzitutto sradicare definitivamente l’idea che l’impresa sia un nemico, anziché uno dei fattori fondamentali per la crescita del Paese. L’Italia ha delle imprese che sanno stare a tavola con i colossi mondiali, siamo tra i primi cinque Paesi esportatori, in alcuni ambiti di attività siamo considerati i migliori: dobbiamo supportare di più queste realtà. Avanzare singoli interventi è meglio che niente, ma quello che probabilmente andrebbe anche ripensato è un complessivo riequilibrio della nostra dimensione fiscale, in modo che tenga efficacemente conto della produzione, della rendita, del patrimonio e del lavoro. So che una riforma di questo tipo non sia facile da realizzare, ma almeno prendiamone coscienza.

Il Tesoro italiano ha puntato sui piccoli risparmiatori con emissioni dedicate (leggi anche Btp Valore): la nazionalizzazione del debito è una scelta che va in quella direzione?

Se non sbaglio, la detenzione di Titoli di Stato vale il 5% della ricchezza complessiva degli italiani: questo rapporto non può che rassicurare gli investitori. Diversificare il debito è cosa buona, ma il vero obiettivo è ridurlo. Come? Innanzitutto, rafforzando la base che produce il Pil e qui torno alla questione demografica e anche alla necessità di una immigrazione regolare, fatta bene, selezionata.

Le nostre imprese continuano a essere tra le più competitive al mondo
Le nostre imprese continuano a essere tra le più competitive al mondo

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una significativa crescita del private equity, lei crede che i mercati dei capitali privati possano rappresentare una concreta leva di sviluppo per il nostro manifatturiero?

Le nostre aziende danno vita a un paradosso: sono accusate di bassi livelli di produttività, ma continuano a essere tra le più competitive al mondo. Risentono comunque delle loro piccole dimensioni ed è inevitabile che attraggano investitori dall’estero: i fondi di private equity possono dare un plus alle imprese, ma resto dell’idea che sia il Paese a dovere fare di più per loro. Sapevamo sin dall’inizio che l’entrata nel mercato globale di cinesi e indiani comportasse in primis il trasferimento a basso costo di tutta una serie di produzioni che originariamente avvenivano nei Paesi occidentali. Poi il discorso è diventato più sofisticato: oggi Cina e India producono tecnologia di primo livello e nel frattempo abbiamo assistito all’entrata nel mercato di quasi due miliardi di nuovi lavoratori. Un’onda lunga e di enorme impatto sugli equilibri sociali del mondo occidentale, che ha comportato anche la scomparsa della classe operaia e per certi versi della classe media industriale. E non è ancora finita...

Che vuol dire?

Che oggi molte produzioni «sofisticate» vengono già realizzate in Cina e India, creando valore e generando un’evoluzione tecnologica di cui non stiamo ancora vedendo il picco. Penso ad esempio all’intelligenza artificiale: un altro evento che alla lunga potrebbe far collassare i nostri equilibri sociali. In qualche modo abbiamo già visto quello che è accaduto negli Stati Uniti: le difficoltà e l’impoverimento della classe media hanno generato fenomeni come l’elezione del presidente Donald Trump.

Lei insegna tuttavia che bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno

Le vecchie civiltà occidentali entrate in competizione con questi Paesi (un tempo) emergenti stanno assorbendo degli impatti non banali. Per certi versi, comunque, possiamo dire che abbiamo assorbito il colpo senza aver distrutto le nostre comunità. Ora dobbiamo capire verso che nuovo equilibrio stiamo andando, tenendo conto che questo cambiamento non apparterrà a una singola generazione.

Le imprese risentono delle loro piccole dimensioni e attraggono investitori anche dall'estero
Le imprese risentono delle loro piccole dimensioni e attraggono investitori anche dall'estero

Per questo motivo ha ancora più senso parlare di Europa?

Direi di sì. Quando manca chi fa le regole del gioco o addirittura chi faceva le regole del gioco (gli Stati Uniti) è entrato in confusione, è necessario che gli altri giocatori facciano massa critica per superare l’emergenza e avere più potere negoziale.

Come spiega allora questa ondata di nazionalismi che sta invadendo il nostro continente?

Quando stai subendo colpi, come accade in Europa, c’è chi ti spiega che ha "un piano articolato per uscire da questa situazione, della durata di sei anni e che implica tutta una serie di azioni complicate" e c’è anche chi più semplicemente ti tranquillizza con un sorriso e ti dice: "Arrivo io e ti tiro fuori da tutta questa impasse". Sarà una scelta poco razionale e una tentazione come le sirene di Ulisse, ma l’istinto di andare con il secondo è naturale.

L’Europa allora cosa dovrebbe fare?

In qualche modo dovrebbe trovare il modo per semplificare la sua comunicazione, pur rimanendo rigorosa nel suo progetto, ma risultando più rassicurante. Mettersi a fare i precisini abbiamo visto che non paga. Sia chiaro: non dobbiamo fare finta che il problema non esista, anzi. Il problema va compreso, va spiegato e va comunicato in una maniera più semplice di quella attuale, che oggettivamente sta funzionando poco in termini politici.

Serve insomma una reazione urgente da parte dell’Europa. Anche in termini di riforme.

Se abbiamo veramente bisogno di riforme urgenti ne va spiegato il motivo. Tutti, ad esempio, abbiamo compreso che il tema della sicurezza (nel senso più ampio del termine, che comprende anche la cybersicurezza) non è un "nice to have", non è un più un qualcosa di bello ma non essenziale. La drammaticità degli eventi ci chiede una reazione immediata: per anni i singoli Stati europei hanno sostenuto la spesa militare in maniera disordinata, hanno speso relativamente poco, ognuno comprando differenti tipi di armi. Ora si deve invece arrivare a una standardizzazione della spesa militare su scala europea, magari emettendo anche debito comunitario per sostenere questo progetto. Al di là delle volontà espresse da più voci, oggi non esiste un mercato dei capitali europeo perché non c’è un debito europeo.

L'energia si conferma un fattore di sviluppo di notevole importanza
L'energia si conferma un fattore di sviluppo di notevole importanza

In questo modo, oltre al tema della sicurezza si potrebbero definire altre priorità volte a ridare competitività all’Europa?

I giovani, le imprese e l’energia sono i fattori fondamentali per lo sviluppo del Paese. Dobbiamo ripensare quello che è stato il voto di alcuni anni fa sul nucleare: ora esistono nuove tecnologie, molto più sicure e nemmeno paragonabili a quelle di Chernobyl, che darebbero slancio alle nostre imprese. Le fonti di energia rinnovabile, come dicono gli esperti della materia, possono essere una componente importante per l’approvvigionamento di energia pulita, ma non l’unica: in futuro per gestire meglio picchi di energia è quindi necessaria un’altra componente tecnologica, qual è quella del nucleare. Mi creda, l’energia è un fattore di sviluppo importante perché risponde alle esigenze delle nostre imprese, ma anche a una necessità di maggiore sicurezza. Dopotutto se dal punto di vista energetico fossimo meno dipendenti da altri Paesi, per noi sarebbe un vantaggio e non dovremmo scendere a pericolosi compromessi. In altre parole, potrebbero bloccare altri snodi marittimi senza pagarne le conseguenze.

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