Chernobyl 40 anni dopo: l’incidente nucleare che mise paura al mondo
Tra le tante, c’è un’immagine molto evocativa legata al disastro di Chernobyl. Una ruota panoramica all’interno del parco divertimenti di Pripjat. Abbandonato, come tutto quello che appartiene alla cittadina – dove vivevano 50mila persone – distante due chilometri dalla centrale nucleare. Sono passati quarant’anni, era l’1.23 locale del 26 aprile 1986 quando il reattore quattro esplose innescando il più grave incidente della storia dell’energia nucleare. Abbiamo visto filmati, documentari, ricostruzioni storiche, film e serie tv. Ma quel che resta sono le cabine gialle, mai utilizzate, per vedere dall’alto muoversi la città, e la scritta «Non c’è ritorno. Addio, Pripjat, 28 aprile 1986» sulla lavagna di una classe di un asilo della città.
Di notte
Due giorni prima di quella scritta, durante un test di sicurezza, il reattore quattro della centrale esplose. A causa di alcuni errori umani (ma tra le cause dell’incidente ci sono anche difetti di progettazione) il reattore subì un incredibile picco di potenza, che spinse gli operatori a intervenire con le barre di controllo, che avevano però le punte fatte di grafite: materiale che accelerò la reazione. L’imponente pressione del vapore fece saltare il tetto del reattore – pesante 1.000 tonnellate – e l’ingresso dell’aria generò un incendio e l’emissione di materiale radioattivo durò per circa 10 giorni. Secondo gli studi, la quantità di radiazioni rilasciata è stata centinaia di volte superiore rispetto a quella scaturita dalla bomba atomica lanciata dagli Usa su Hiroshima.
Il contesto
È l’estrema sintesi di ciò che accadde non lontano da Kiev, in quella che allora era l’Unione Sovietica. E lo sarebbe stata ancora per poco, perché dopo tre anni cadde il muro di Berlino e nel 1991 una delle due grandi potenze della guerra fredda scomparve definitivamente. Per molti l’incidente di Chernobyl fu l’inizio della fine e la conferma arrivò poi anche da Michail Gorbaciov, che nel 1986 era segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, di cui divenne presidente nel 1991.
Nel contesto della guerra fredda, in cui era importante mantenere l’aspetto trionfalistico – sia in campo militare, che in quello sociale ed economico – l’Urss non informò il mondo di quello che stava succedendo e i primi a scoprire che era successo qualcosa di grave furono gli ingegneri della centrale nucleare di Forsmark in Svezia. Successivamente arrivarono segnalazioni anche da Finlandia, Danimarca e Norvegia e i tecnici riuscirono a stabilire che la nube tossica proveniva dall’Unione Sovietica. Il governo sovietico prima negò l’accaduto, poi rilasciò delle dichiarazioni scarne e infine fu costretto ad ammettere ciò che era successo.
Le vittime
Il numero dei morti non è mai stato chiarito, soprattutto perché è difficile stabilire quante persone siano decedute negli anni successivi a causa delle radiazioni. Secondo le stime dell’Onu ci sono 65 vittime accertate e 4mila presunte, mentre il rapporto Torch (The other report on Chernobyl) stilato dal Partito verde europeo arriva a contare 9mila morti presunti. E Greenpeace stima che le vittime possano essere tra le 90 e le 100mila se si tengono in considerazione i tumori e le altre malattie collegate all’esposizione alle radiazioni.
La nube tossica si propagò in tutta Europa e arrivò – alcuni giorni dopo l’esplosione – anche sul territorio italiano. Una volta registrato l’aumento della radioattività il governo italiano vietò di consumare alcuni tipi di verdura e di far bere ai bambini e alle donne incinte il latte fresco. Ma importanti furono anche le ripercussioni politiche, perché l’anno dopo, nel 1987, gli italiani furono chiamati alle urne per votare al referendum sul nucleare e l’esito – fortemente influenzato da quello che successe a Chernobyl – fu un plebiscito contro l’atomo.
Per decretare le responsabilità del disastro si tenne un processo – per molti storici una farsa – al termine del quale vennero condannati i principali dirigenti della centrale nucleare. Dieci anni di lavori forzati per il direttore Viktor Brjuchanov, per il capo ingegnere Nikolaj Fomin e anche per il vicecapo ingegnere Anatolij Djatlov. Al tempo l’Urss non prevedeva il risarcimento danni per le vittime, ma dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Ucraina e Bielorussia hanno speso (e spendono) buona parte delle loro risorse per i risarcimenti.
Adesso c’è un sarcofago a coprire il reattore quattro di Chernobyl e tutti i drammi portati da quel 26 aprile 1986. Una tomba per ciò che è stato, come quel parco divertimenti, che in realtà veniva chiamato – con una classica forma sovietica – «Parco della cultura e del riposo». Doveva essere inaugurato il primo maggio, ma venne abbandonato. Come accadde anche al sogno socialista.
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