Il referendum è un’arma politica che non fa più male

L’istituto è in crisi per l’elevato quorum e per la capacità di un polo di fare «blocco», astenendosi
Uno scrutatore esegue lo spoglio delle schede di un referendum abrogativo
Uno scrutatore esegue lo spoglio delle schede di un referendum abrogativo
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Fra un mese – l’8 e il 9 giugno – è in programma il turno referendario del 2025, dedicato a cinque proposte abrogative: quattro riguardano il Jobs Act (su contratti di lavoro a tutele crescenti, condizioni e durata del tempo determinato, licenziamenti illegittimi, responsabilità di chi appalta e del subappaltatore) e una che potrebbe portare al dimezzamento (da dieci a cinque anni) del tempo di stabile residenza in Italia richiesto agli stranieri per ottenere – su loro richiesta – la cittadinanza.

Come accade dall’inizio della Seconda Repubblica (fatta eccezione per il 1990, quando la consultazione di giugno su caccia e uso dei fitofarmaci fallì per una smobilitazione volontaria dalle urne da parte dei contrari al referendum) chi pensa di perdere o chi non vuole confronti che potrebbero nascondere insidie ricorre all’astensione di massa. Così, insieme a quel 40% di astensionismo fisiologico, basta l’11% di defezione degli elettori di una o più parti politiche per far mancare il quorum di validità del voto (50% più uno degli aventi diritto, cioè più di 25 milioni di persone).

E questo senza contare che all’estero non vota quasi nessuno ma che quegli italiani sono conteggiati nel quorum (nel 1999 l’abolizione della quota proporzionale per la Camera del «Mattarellum» non passò perché l’affluenza fu del 49,6%, quando tutti davano il voto per valido, non tenendo conto della gigantesca solita defezione dei nostri connazionali che vivono all’estero). Nel 2003 il referendum sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori si fermò al 25,5% di affluenza; due anni dopo, i quesiti sulla procreazione medicalmente assistita furono bloccati dall’«astensionismo organizzato» ed ebbero anch’essi un’affluenza del 25,5%. L’unica eccezione fu rappresentata nel giugno 2011 dal referendum su acqua, servizi pubblici locali di rilevanza economica, nucleare e legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato: votò il 54,8%. Allora il Pdl optò per l’astensione, mentre la Lega lasciò libertà di voto. Ma la stagione del berlusconismo stava per concludersi (l’ultimo governo del Cavaliere si sarebbe dimesso pochi mesi dopo, con l’Italia sull’orlo della bancarotta) e la spallata astensionista non funzionò.

Tuttavia, dopo il 2011 si ebbero solo due referendum senza quorum (2016, 2022). Stavolta la Cgil, il centrosinistra e il M5s, con i radicali, sostengono il voto, mentre la maggioranza è per l’astensione, quindi l’esito appare scontato, salvo sorprese. Inutile nascondere che l’istituto referendario è in crisi per almeno due ordini di fattori: quello strutturale riguarda l’elevato quorum, che – come si accennava – in presenza di una abituale astensione fisiologica valutata fra il 30% e il 40% persino per le politiche, rende impervia la possibilità di avere consultazioni valide; quello politico rende uno o l’altro polo capaci di fare «blocco» astenendosi e unendo il proprio non voto a quello di chi già non va mai alle urne.

Fra le tante riforme – anche istituzionali – delle quali si parla si potrebbe inserire l’abolizione del quorum, unita però all’innalzamento a 1-1,5 milioni delle firme necessarie da raccogliere per ogni quesito (tanto ora si raccolgono anche online), così le forze politiche dovrebbero prendere posizione e sfidarsi a viso aperto sui temi, come facevano quelle della Prima repubblica (le quali, peraltro, avevano col popolo un rapporto migliore, perché l’affluenza alle politiche e ai referendum era molto più alta di oggi; allora i partiti di governo non avevano solo la maggioranza assoluta dei voti validi, ma talvolta sfioravano quella calcolata sugli aventi diritto al voto, mentre oggi siamo a livelli di consenso minimi per chiunque, in rapporto all’intero corpo elettorale). Il problema è che oggi ci si confronta sui social, ma si ha timore di perdere nelle urne, persino alle Comunali (dove, infatti, si prospetta un cambio delle regole del gioco).

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