Le acciaierie bresciane si preparano a spegnere i forni nelle ore più «calde» della giornata. Non per mancanza di ordini o di materie prime, ma perché l'energia elettrica ha raggiunto prezzi folli. È uno degli effetti più concreti dell’interminabile crisi dello Stretto di Hormuz, che dopo oltre cento giorni di tensioni continua a riverberarsi sull’economia bresciana.
Mentre il traffico marittimo prova lentamente a tornare alla normalità, per le imprese manifatturiere il conto della guerra resta salatissimo: quotazioni dell’elettricità ai massimi, costi logistici in crescita e margini sempre più compressi.
Pasini
Tanto che alcune aziende siderurgiche hanno già programmato di fermare alcune produzioni nelle ore di picco dei prezzi energetici. A lanciare l’allarme è Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia e alla guida del gruppo Feralpi. «Nelle prossime quattro settimane, da qui alla fermata di agosto, abbiamo già programmato di fermare alcuni impianti se la tariffa elettrica raggiungerà determinati livelli. Abbiamo dato indicazioni ai responsabili di stabilimento: non siamo disposti a pagare l'energia a qualsiasi prezzo».

Non si tratta di una scelta isolata. Secondo Pasini, anche altre acciaierie avrebbero adottato strategie analoghe per evitare di produrre nelle ore in cui il costo dell'elettricità raggiunge livelli insostenibili. «Probabilmente rallenteremo alcune produzioni. Non significa ricorrere alla cassa integrazione, ma sicuramente ci saranno ore di fermata degli impianti. Con queste temperature e con i picchi di domanda elettrica durante il giorno, le tariffe raggiungono valori assolutamente fuori dalla normalità».
Emergenza energia
Una situazione che evidenzia tutte le fragilità strutturali dell’Italia e un’economia fortemente energivora come quella bresciana ne paga più di altre le conseguenze. «Sul tema energia siamo perennemente in emergenza – osserva Pasini –. Al di là della guerra tra Stati Uniti ed Iran, ogni volta che arrivano periodi di freddo intenso o di caldo intenso torniamo a confrontarci con prezzi elevati. È una caratteristica soprattutto italiana».
Gli effetti si riflettono anche sull'andamento dei mercati internazionali. «I dati dello scorso maggio mostrano un rallentamento delle esportazioni della nostra regione – aggiunge il presidente di Confindustria Lombardia, che precisa –. Difficile immaginare un ritorno alla normalità prima della fine dell'anno. Le raffinerie colpite dovranno essere ripristinate e le tensioni geopolitiche restano elevate».
Il conto salato della guerra
Secondo una survey realizzata recentemente da Confindustria Brescia, per il 55% delle aziende la guerra ha avuto ripercussioni sulla propria attività, mentre soltanto il 4% esclude qualsiasi conseguenza. Tra le aziende che prevedono conseguenze, oltre il 61% ritiene che l’impatto del conflitto sarà duraturo con effetti destinati a protrarsi nei prossimi mesi.

«Il blocco dello Stretto di Hormuz produce effetti che hanno un arco temporale che si prolunga nel tempo – spiega il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava –. Le compagnie marittime hanno dovuto allungare le rotte, sostenendo maggiori costi di carburante, di assicurazioni e gestione. A questo si è aggiunto il costo dell'incertezza: molte aziende hanno scelto di effettuare doppie spedizioni per evitare il rischio di fermare le proprie catene produttive. Questo ha generato un aumento dei costi enorme».
La deviazione delle navi verso percorsi alternativi ha infatti comportato fino a 18 giorni aggiuntivi di navigazione, con inevitabili rincari lungo tutta la filiera. Un fenomeno che si riflette sia sulle materie prime sia sui prodotti finiti. I risultati dell'indagine – spiega il presidente di Confindustria Brescia – fotografano una situazione delicata: il 64% delle imprese indica nell'aumento dei costi delle materie prime il principale effetto della crisi, seguito dal rincaro dell'energia (62%) e dall'aumento dei costi di trasporto (41%). Tre fattori che rischiano di erodere i margini aziendali e di alimentare nuove tensioni inflazionistiche.
Secondo Streparava il momento più difficile deve ancora arrivare. «Gli effetti della guerra non li abbiamo ancora visti completamente, arriveranno nei prossimi mesi. Sempre se la crisi si chiuda, mi aspetto che il picco degli impatti venga raggiunto nei prossimi due mesi, per poi iniziare gradualmente a ridursi. Ma fino alla fine dell'anno continueremo comunque a subirne le conseguenze». E ancora: «L’Italia paga l’energia elettrica una follia, ma nonostante questo restiamo uno dei Paesi più competitivi d’Europa».
Il nodo della logistica
Una lettura condivisa anche da Pierluigi Cordua, presidente di Confapi Brescia. «La situazione evidenzia quanto siano interconnessi i sistemi economici globali. Dallo Stretto di Hormuz non passano soltanto petrolio e gas naturale liquefatto, ma anche alluminio, plastiche, fertilizzanti e numerose altre materie prime strategiche. Quando si blocca un nodo logistico di questa portata gli effetti si propagano in tutto il mondo».

Secondo Cordua il rischio immediato non è tanto la disponibilità fisica delle forniture quanto il livello dei prezzi. «L'Italia dispone oggi di fonti di approvvigionamento diversificate, dall'Algeria all'Azerbaijan fino al Nord Europa. Il problema è che i prezzi vengono determinati dai mercati internazionali e ogni tensione geopolitica si traduce in maggiori costi per le imprese».
Per il presidente di Confapi il vero nodo resta la politica energetica europea. «Occorre intervenire sul meccanismo di formazione del prezzo dell'elettricità. Oggi il costo finale continua a essere determinato dalla fonte più cara, con il risultato che le tensioni sul gas e sul petrolio finiscono per incidere anche sull'energia prodotta da fonti rinnovabili».
Le imprese bresciane si preparano ad affrontare mesi complessi: la normalizzazione dei traffici marittimi non cancellerà infatti gli effetti accumulati negli ultimi cento giorni di crisi. Ritardi logistici, materie prime più costose, energia cara e domanda internazionale debole continueranno a pesare sui bilanci aziendali almeno fino alla fine del 2026.
E nelle acciaierie bresciane, cuore della manifattura lombarda, le fermate programmate nelle ore più costose della giornata rischiano di diventare il simbolo di una competitività messa sotto pressione da fattori che si decidono a migliaia di chilometri di distanza.




