Economia

Lombardia «Silicon Valley d’Italia» dei data center, ma manca energia

Abbiamo la maggior parte degli hub e la Regione stima altri 22 miliardi di investimenti nell’arco dei prossimi cinque anni
L'interno di un data center
L'interno di un data center

La Silicon Valley italiana è la Lombardia, ma non assomiglia alla Silicon Valley. Non ha campus immersi tra gli alberi, biciclette colorate o giovani ingegneri seduti sull’erba con un portatile sulle ginocchia. Ha capannoni senza finestre, cabine elettriche, trasformatori e chilometri di fibra ottica. Da fuori sembrano magazzini come tanti. Dentro custodiscono la materia prima dell’economia digitale: la capacità di calcolo. Per anni abbiamo immaginato il cloud come un luogo senza geografia, una nuvoletta simpatica incorporata nei nostri telefoni. In realtà ha il peso del cemento, il rumore dei trasformatori e il fabbisogno energetico di una ciclopica industria.

Ogni domanda rivolta a un chatbot, ogni fotografia archiviata online, ogni algoritmo addestrato per riconoscere un volto o tradurre una lingua passa attraverso edifici anonimi, senza insegne né finestre, dove migliaia di server lavorano senza fermarsi mai. Ma l’intelligenza artificiale ha un problema molto materiale: trovare abbastanza elettricità, perché alla nuova economia digitale non basta solo con il software, servono anche i megawatt.

La Lombardia se n’è accorta prima del resto del Paese (non perché abbia deciso di puntare sui data center, ma perché i data center hanno iniziato a puntare sulla Lombardia) e si è trovata per le mani immediatamente il «peso» del cloud: succede quindi che, mentre si prepara ad accogliere la maggiore concentrazione italiana di data center, è già in deficit energetico.

La strategia

Non è un caso che la questione si entrata per direttissima nel dossier che descrive «la nuova strategia energetica regionale». Sfogliandolo, ci si accorge subito di questo fatto: i data center non compaiono come un semplice capitolo della trasformazione digitale, diventano anzi uno dei principali fattori destinati a modificare domanda elettrica, reti e programmazione energetica della Lombardia. La ragione sta tutta nei numeri.

Eccoli: secondo le stime dello studio, nei prossimi cinque anni il settore attrarrà ben 22 miliardi di euro di investimenti per un totale di due gigawatt di nuova capacità installata. Per intenderci: si tratta di due miliardi di watt, una misura di potenza che può alimentare circa 2 milioni di case. Già oggi, il consumo associato agli hub supera i 5,3 terawattora all’anno, circa il 2% della domanda nazionale. È facile leggere questi dati come il racconto di un’opportunità economica. Lo diventano molto meno quando vengono sovrapposti a un altro numero (quasi nascosto) nella stessa relazione.

La Lombardia, oggi, non produce abbastanza energia per soddisfare il proprio fabbisogno. Nel 2024 la produzione regionale si è fermata a poco più di 51 terawattora, mentre i consumi hanno superato i 62. Il divario viene colmato importando elettricità dal resto del Paese e dall’estero. In altre parole, la regione che punta a diventare il principale polo italiano dell’intelligenza artificiale parte già con un deficit strutturale di energia.

Cosa c’entra il nucleare

Non a caso il documento insiste sulla necessità di accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, rafforzare la rete di trasmissione e coordinare, per la prima volta, pianificazione energetica, trasformazioni territoriali e sviluppo industriale. I data center però hanno una caratteristica che li distingue da quasi tutte le altre attività economiche: non possono fermarsi. Una fabbrica può rallentare la produzione, un ufficio chiudere la sera, un impianto industriale programmare le fermate. I server no. Devono restare operativi 24 ore su 24, sette giorni su sette.

La Strategia regionale prova a quantificarne gli effetti. Nello scenario elaborato dalla Regione insieme alla Fondazione Politecnico di Milano, entro il 2030 la domanda elettrica dei data center potrebbe aumentare del 454% nello scenario conservativo e del 555% in quello più espansivo; al 2050 l’incremento sfiora addirittura il 1.200%. Nessun altro settore cresce con questa intensità. In pratica, una quota rilevante della nuova domanda di energia lombarda sarà assorbita dalle infrastrutture che sostengono il cloud e l’intelligenza artificiale.

È vero, la Lombardia punta a produrre sempre più energia da fonti rinnovabili, soprattutto fotovoltaico. Ma il sole non splende di notte, mentre un algoritmo continua a elaborare dati anche alle tre del mattino. È la stessa Strategia energetica regionale a indicare questo come uno dei nodi più delicati: «il rischio - si legge - è la saturazione della rete elettrica». Ecco perché nelle simulazioni al 2050 gli Small modular reactors (alias: Smr) compaiono come una delle possibili fonti in grado di alimentare questi grandi consumatori di energia.

Ciclo di vita

Dentro questo scenario, Brescia rappresenta quasi un laboratorio. Da una parte c’è il progetto di Intred all’ex Ideal di via Milano (il cui iter è incerto). Dall’altra A2A, che recuperare il calore prodotto dai server e lo immette nella rete di teleriscaldamento. È un principio di economia circolare applicato all’intelligenza artificiale: non elimina l’enorme fabbisogno energetico dei data center, ma prova almeno a restituirne una parte sotto forma di calore utile.

Il data center di A2A a Lamarmora - © www.giornaledibrescia.it
Il data center di A2A a Lamarmora - © www.giornaledibrescia.it

Non basta, naturalmente, a sciogliere tutte le questioni aperte. Il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sul consumo di suolo e sulle autorizzazioni urbanistiche. Sono temi reali, destinati ad accompagnare ogni nuovo progetto. Ma ce n’è uno che oggi resta quasi sullo sfondo: quanto dura, davvero, un data center? Non l’edificio, ma la sua funzione economica.

I server vengono sostituiti mediamente ogni tre o cinque anni. L’hardware che oggi rappresenta lo stato dell’arte rischia di diventare rapidamente obsoleto. Anche gli impianti di raffreddamento e le infrastrutture elettriche hanno cicli di vita molto più brevi rispetto alle grandi fabbriche costruite nel Novecento. L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questa corsa: ogni nuova generazione di processori aumenta la potenza di calcolo, ma anche la densità energetica e il calore da dissipare. A un certo punto, aggiornare una struttura può costare più che costruirne una nuova.

Con l’aumentare degli investimenti, sarà inevitabile interrogarsi anche sul ciclo di vita di questi impianti e sulle garanzie necessarie affinché la loro dismissione non ricada sulla collettività. Per oltre un secolo la Lombardia ha costruito la propria ricchezza attorno alle fabbriche. Molte di quelle hanno lasciato in eredità aree dismesse, bonifiche e lunghi processi di riconversione. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale promette un futuro molto diverso, ma pone una domanda sorprendentemente simile: come si progetta il fine vita delle infrastrutture che oggi sembrano indispensabili?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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