Politica

Scaglia: «Non mi ricandido. La holding? Vedo una concentrazione di potere»

La consigliera Pd al terzo mandato: «Mi sono sentita un po’ sottovalutata, in maggioranza servirebbe più spirito critico». E sul suo partito: «C’è un po’ di smarrimento»
La consigliera comunale dem, Diletta Scaglia - © www.giornaledibrescia.it
La consigliera comunale dem, Diletta Scaglia - © www.giornaledibrescia.it

Al terzo mandato in Loggia, con una parentesi da assessora alla fine dell’era Del Bono e l’esperienza in Provincia, Diletta Scaglia ha deciso che può permettersi il lusso meno diffuso in politica: dire che la prossima candidatura non le interessa. Non significa lasciare il Pd, ma chiudere un ciclo in Consiglio comunale. E forse proprio per questo, nel bilancio che traccia della maggioranza di cui fa parte, risparmia qualche cautela e parla del presente della maggioranza Castelletti con la libertà di chi non sente più il bisogno di pesare ogni parola. Una regola, del resto, se l’è data da tempo: «Le cose non dette restano in sospeso, tanto vale dirle». 

Scaglia, dopo tre mandati è ancora contenta di stare in Consiglio comunale?
Quando si parte c’è inevitabilmente un entusiasmo diverso. Io ho iniziato a fare politica con il Partito democratico, prima non avevo mai avuto una tessera. E ho sempre pensato a un’esperienza locale: non mi è mai interessata una carriera parlamentare o regionale, lontana dalla mia città e dalle persone che incontro tutti i giorni. A livello locale credo si possa incidere di più sulla vita delle persone. Ho fatto il primo mandato, poi il secondo e ho avuto anche l’onore e il piacere di fare per sei mesi l’assessora. Quando inizi un percorso speri anche di crescere, non di tornare indietro.

E oggi quella prospettiva non la vede più?
No. Non vedo spazi, non vedo prospettive. Fare altri cinque anni da consigliera sarebbe pesante, lo è già adesso. Quindi mi fermo qui: al prossimo mandato non mi candido più. Questo non significa che smetterò di fare politica, continuerò a farla nel Partito democratico.

Ne è sicura?
Assolutamente, sì.

Una foto di Palazzo Loggia dall'alto - © www.giornaledibrescia.it
Una foto di Palazzo Loggia dall'alto - © www.giornaledibrescia.it

E se invece arrivasse una chiamata per la Giunta?
È un’ipotesi che vedo molto difficile, quasi impercorribile. Detto questo, io non chiedo niente e non ho mai chiesto niente a nessuno. Ho sempre puntato sulle mie capacità e sulla voglia di fare, sperando che qualcuno le apprezzasse. Non sono il tipo che va a chiedere o si prostra per ottenere qualcosa. Ho il mio lavoro, che mi dà soddisfazione. Se mi impegno in politica è perché voglio incidere e avere anche la soddisfazione di fare un buon lavoro.

Si è sentita sottovalutata?
Un po’ sì. Ma questa è anche la logica della politica, che è quanto di più ingrato ci sia: fai una cosa e il giorno dopo te la distruggono, pensi di aver concluso qualcosa e poi cambiano le persone, cambiano le prospettive, quello che hai fatto viene dato per scontato. In politica non c’è niente di acquisito.

Si riferisce più al suo partito o più alla Loggia?
Nel Pd in questo momento c’è un po’ di confusione, anche di smarrimento. Ci sono momenti in cui non ci si ritrova più e altri in cui torna la speranza e la voglia di tenere insieme una comunità importante. Il Pd è stato la casa dei riformisti, dei cattolici, della sinistra e io questa esperienza l’ho sempre vissuta bene. Quanto alla Loggia, non pretendevo niente, ma sicuramente speravo di poter proseguire l’esperienza in Giunta. Era un’aspirazione personale e pensavo che potesse essere utile anche alla nuova Amministrazione, come elemento di continuità. Poi è cambiata la sindaca, sono cambiate le persone: Laura Castelletti ha fatto legittimamente le sue scelte e le rispetto.

Proprio perché ha deciso di fermarsi, può permettersi forse uno sguardo più libero. Che cifra ha avuto secondo lei finora il mandato Castelletti?
È un’Amministrazione che per molti aspetti è andata in continuità con la precedente. Molte scelte erano già avviate: penso ai progetti finanziati dal Pnrr, alla bonifica Caffaro, al tram. La macchina comunale va avanti indipendentemente dal sindaco. È anche un mandato particolare: sono cambiate le minoranze e nella nostra coalizione sono entrate molte persone nuove. Credo che il giudizio vero si potrà dare solo alla fine, guardando alla concretezza di ciò che sarà stato realizzato.

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"Nel 2028 potrei ricandidarmi"

Serve più coraggio?
Di coraggio la sindaca ne ha anche abbastanza. Direi che servono più concretezza e consapevolezza. Lanciarsi in sfide importanti è sicuramente positivo, bisogna però poi vedere se si riescono a concretizzare.

A cosa si riferisce?
Agli investimenti che si vogliono realizzare anche attraverso le società partecipate.

Al progetto della holding comunale, dunque?
Sì. Io non intendo contrastarla a prescindere: valuterò il progetto che uscirà dallo studio. Però ho una preoccupazione. Il Comune non può disporre in maniera completamente elastica delle proprie risorse e temo che si finisca per utilizzare le società per operazioni troppo azzardate o complicate.

Sta dicendo che c’è il rischio di creare un secondo centro di potere rispetto al Comune?
Il rischio c’è, perché questo progetto prevede una concentrazione di potere in un organismo che non è il Comune, ma una società, quindi un soggetto giuridico autonomo. Poi naturalmente dipende dalle persone che ci metti, ma quando prendo una decisione io penso sempre che oggi ci sono queste persone e domani ce ne saranno altre. Non so chi sarà il prossimo sindaco e come la penserà. I sindaci cambiano, le cose che si fanno restano.

E cosa potrebbe accadere?
Vedo una grande concentrazione di potere nella holding e questo potrebbe produrre anche degli scontri con l’amministrazione comunale. Se un domani il sindaco e il presidente della holding non andassero più d’amore e d’accordo, le posizioni potrebbero inchiodarsi. Per questo considero fondamentale il controllo dell’ente. Io avrei rafforzato l’ufficio comunale che segue le partecipate, per renderlo più incisivo.

Diletta Scaglia in Consiglio comunale - © www.giornaledibrescia.it
Diletta Scaglia in Consiglio comunale - © www.giornaledibrescia.it

Avrebbe lasciato sostanzialmente l’assetto attuale?
Avrei lavorato soprattutto su San Filippo, che considero la società più fragile. Le sono stati affidati molti impianti in poco tempo e non è riuscita a strutturarsi allo stesso modo delle altre. Avrei valutato un’unione con Brescia Mobilità oppure un supporto esterno, non soltanto finanziario ma anche dirigenziale. Per il resto mi sembra che il gruppo, così come è stato costruito, funzioni bene: abbiamo una patrimoniale che cresce e sostiene i progetti e Brescia Mobilità come società operativa. Anche una sana concorrenza tra loro secondo me fa bene. Per questo guardo a una holding societaria capogruppo con un po’ di diffidenza e preoccupazione.

Non le è ancora chiaro perché serva?
No. Ci sono stati presentati ipotetici risparmi sui costi generali, ma alcuni servizi possono essere centralizzati anche attraverso un consorzio o affidandone la gestione a una delle società. Si parla della tesoreria unica, ma una parte di quelle risorse sono comunque soldi del Comune. Vedremo cosa uscirà dallo studio, però ciò che dovrebbe cambiare davvero non mi è ancora chiaro.

Eppure potrebbe diventare proprio questa una delle operazioni simbolo del mandato Castelletti.
Secondo me sì. Se vogliamo individuare ciò che caratterizza maggiormente questo mandato rispetto al precedente, direi proprio la riorganizzazione delle partecipate.

Più della casa?
Per come l’ho capita io le due cose sono collegate. Questa riorganizzazione dovrebbe servire anche ad affrontare il problema abitativo, che è enorme, e dalle dichiarazioni della sindaca dovrebbe contribuire anche alla realizzazione dei 600 appartamenti a Sanpolino. Ma io non vedo un rapporto così immediato e risolutivo: se a una società cambi il vestito, alla fine sei sempre tu. Credo invece molto nei progetti nei quali entrano anche i privati, con il Comune che utilizza l’urbanistica e gli strumenti a sua disposizione per rendere sostenibili gli interventi.

Il futuro tram passerà da via San Faustino - © www.giornaledibrescia.it
Il futuro tram passerà da via San Faustino - © www.giornaledibrescia.it

Nel Pd ne avete discusso?
Non c’è stata ancora una grande discussione, proprio perché si sta aspettando l’esito dello studio. Le posizioni mie e di Fabio Capra sono note e abbastanza critiche. Per il resto non c’è stata una presa di posizione del partito: nessun sì e nessun no.

Le sue critiche hanno dato fastidio?
Penso un po’ di sì. Ma le cose non dette restano in sospeso, quelle dette sono dette. Poi un domani si vedrà. Anche se sono in maggioranza, auspicherei un po’ più di spirito critico da parte dei consiglieri comunali. Non è possibile che vada sempre tutto bene o tutto male. Bisognerebbe intervenire anche con uno spirito critico e costruttivo, senza paura.

È quello che manca al gruppo Pd?
Il gruppo consiliare precedente era molto unito. Ci conoscevamo di più, avevamo già fatto un percorso insieme e c’era molta empatia. Quello di oggi è più variegato, sono entrate persone alla prima esperienza che ovviamente non conoscono tutto il trascorso. Poi ci sono anche persone con ambizioni personali e magari si guarda prima alla propria posizione che a quella del gruppo. Il capogruppo fa il possibile per tenere tutti insieme, ma sicuramente non è un gruppo unito come quello precedente: ognuno va un po’ per la propria strada.

È anche questo che l’ha demotivata?
Sì, abbastanza. Non mi sento utile a nessuno. Sono lì, faccio quello che devo fare con serietà e senso del dovere, ma non mi sento protagonista. Forse c’è anche la stanchezza del terzo mandato. Però quando non ho più la motivazione, e soprattutto non mi sento coinvolta, faccio fatica.

Si sente messa da parte?
Un po’ sì. Persone come me o Fabio Capra rappresentano anche una memoria storica e hanno un’esperienza che potrebbe essere utilizzata. Io lo dico sempre: coinvolgeteci, perché certe cose magari le vediamo. Invece a volte l’esperienza viene scambiata per ingerenza o per volontà di contraddire. Mettere molto da parte persone che hanno fatto comunque gli ultimi dieci anni di storia di questa città non credo sia così profittevole. Valorizzarle un po’ di più sarebbe stato importante.

Ne fa una questione generazionale?
Secondo me c’è stato anche una sorta di patto tra i quarantenni: «Adesso siamo noi il futuro e quindi ciao». Umanamente li capisco, ma è pericoloso anche per loro, perché l’esperienza serve. Se vuoi crescere devi confrontarti con tutti, non isolarti dentro una bolla. Le persone sulle quali conti oggi domani magari si spostano. Bisogna avere una visione più larga.

Sogna il ritorno di Emilio Del Bono sindaco?
Non sogno niente. Sogno che Brescia continui a essere amministrata dal centrosinistra perché non ho fiducia nel centrodestra e che chi guida la città sia all’altezza della situazione. Emilio sta facendo il suo percorso e penso sia giusto che continui. Se dovesse tornare mi farebbe piacere, certo, ma non voglio mettere Laura Castelletti in concorrenza con Del Bono. Laura ha dato la disponibilità a proseguire e saranno i partiti a decidere. Io non mi metterò né a favore né contro qualcuno: l’importante è che la città vada avanti.

Il Pd, intanto, lei lo descrive come un partito un po’ smarrito. Dove dovrebbe ripartire?
Deve tornare a parlare di economia, problemi sociali, welfare. E deve affrontare con coraggio anche temi come sicurezza e immigrazione. Sono problemi che esistono. Se non lo facciamo, la gente pensa che siamo quelli che difendono sempre gli immigrati o che parlano soltanto di diritti individuali. Non a caso al Nord il Pd fa fatica: probabilmente non ha argomenti che interessano abbastanza gli stakeholder del Nord. Deve confrontarsi con le associazioni di categoria, con chi lavora e con chi produce.

Scaglia insieme all'assessore Valter Muchetti - © www.giornaledibrescia.it
Scaglia insieme all'assessore Valter Muchetti - © www.giornaledibrescia.it

Quindi anche la sicurezza è un problema che il centrosinistra rischia di rimuovere?
È un tema che non va né demonizzato né sopravvalutato. Il problema esiste, a Brescia come nelle altre città, anche se riguarda molto le forze dell’ordine e non soltanto il Comune. Lo stesso vale per l’immigrazione: c’è un problema sociale e c’è anche un problema di umanità, perché non puoi lasciare morire le persone. Ma proprio per questo bisogna affrontarlo e avere il coraggio di dire come la pensiamo anche sui temi spinosi.

Il centrosinistra viene a volte percepito come distante, persino un po’ snob. È un problema?
Sì, e secondo me è un errore. Un leader deve essere deciso e umile: deciso nelle scelte e umile nel rapporto con gli altri. Essere umili non significa essere sciocchi o farsi mettere i piedi in testa, significa non considerare gli altri inferiori. Io questa storia del Pd come partito dei salotti non l’ho mai capita. Lavoro da sempre, non sono mai stata nei salotti buoni e non so nemmeno cosa siano. Io vado a giocare a burraco con le persone del mio quartiere.

Quindi il burraco è la sua sezione di partito alternativa?
Il burraco mi rilassa. E confrontarsi con le persone, con il pensionato, con gente diversa da te, è una palestra di vita. A me piace stare in mezzo alla gente.

E l’opposizione in Loggia? È cambiata rispetto ai suoi primi mandati?
Molto. Nel 2013 c’era un’opposizione che ragionava parecchio sui temi, con persone che venivano da esperienze amministrative e con cui si discuteva nel merito. Questa minoranza decide molto di più sugli slogan ed è meno disponibile a confrontarsi sui temi. Poi naturalmente ognuno è diverso: ci sono persone più sul pezzo, altre meno, altre che devono ancora orientarsi. Ma complessivamente non la vedo una minoranza particolarmente impegnata.

Uno dei terreni sui quali il centrodestra attacca di più è l’urbanistica. Il nuovo Pgt l’ha visto?
No. Abbiamo visto le linee di indirizzo, ma non ancora il documento di piano. Non so nemmeno se sia già stato redatto nella sua interezza, quindi non posso giudicarlo.

E dell’urbanistica di questi anni che giudizio dà?
Ho sempre avuto fiducia nell’assessora Michela Tiboni, anche per la sua esperienza nel pubblico e nell’università. Non ho mai affrontato le questioni urbanistiche con retropensieri. Quello che noto, però, è molta lentezza. L’urbanistica è un volano: da lì partono investimenti e trasformazioni. Brescia ha bisogno di progetti, crescita e infrastrutture. Auspico più velocità e più scioltezza nel portare avanti le pratiche: stiamo ancora lavorando su piani attuativi di anni fa.

Cosa manca ancora a Brescia per diventare quella «città europea» di cui parla la sindaca?
Investirei molto sui giovani. Servono strutture dove possano venire a studiare, non soltanto all’università ma anche alle superiori, e poi trovare una casa e magari decidere di costruire qui la propria famiglia. Non penso necessariamente a un grande campus, ma a strutture diffuse e dedicate. Anche il tram sarà un valore aggiunto: attorno alle fermate potranno nascere quartieri più vivi e dinamici.

È questo il suo sogno nel cassetto per Brescia?
Sì. Una città per i giovani, dove i giovani tornano e dove hanno voglia di restare. Dopo tanti anni di politica, è probabilmente la cosa che mi piacerebbe di più vedere realizzata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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