Holding Loggia, il Pd alza cartellino giallo e prende tempo

La maggioranza dice «sì» in Consiglio a uno studio che approfondisca anche altre opzioni percorribili
Da sinistra Fabio Capra e Roberto Omodei - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Da sinistra Fabio Capra e Roberto Omodei - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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A Palazzo Loggia la campanella suona come a Porta a Porta: un avviso sonoro da talk show per segnalare la scadenza del tempo a disposizione dei consiglieri. Il plastico non c’era, c’era invece l’espressione plastificata, tra l’attonito e il diplomatico, di parte della Giunta mentre ascoltava le bordate previste e arrivate anche dai consiglieri di maggioranza.

La Holding Loggia

La delibera sullo studio per la riorganizzazione delle partecipate comunali – destinata, almeno nelle intenzioni della sindaca Laura Castelletti, a diventare una delle cifre del mandato insieme al Pgt – è stata presentata come un atto tecnico, prudente, quasi interlocutorio. In realtà, ha avuto i contorni politici di un battesimo. E in Aula, più che un confronto tra centrosinistra e centrodestra, è andata in scena una discussione trasversale sulla legittimità e i rischi dell’operazione.

Il documento non delibera la creazione dell’annunciata Holding Loggia, ma chiede di approfondire questa strada e di valutarla tra quattro opzioni: holding (appunto), fusioni, consorzio di servizi o ristrutturazione interna. Eppure, l’architettura discorsiva della delibera – e ancor più la sua funzione simbolica – non ha fatto abbassare la guardia agli scettici.

I timori

Il vicesindaco Federico Manzoni ha incorniciato la proposta con un lessico da equilibrista politico: «Oggi si sente la necessità di nuove modalità di investimento pubblico. Il Pnrr, che pure ha portato oltre 100 milioni di investimenti a Brescia, è alle spalle. Servono strumenti per rispondere a esigenze strutturali: casa, impiantistica sportiva, innovazione tecnica, collaborazione con l’hinterland». In altre parole: l’apparato comunale, così com’è, non basta più. Serve un altro contenitore, più efficiente, più agile.

In questo lessico, però, si agita una domanda: chi governa davvero le trasformazioni pubbliche? E dove si sposta il potere quando viene tolto all’Amministrazione per essere «tecnicamente gestito» da un Cda? Il primo a denunciarlo con un tono signorile ma con parole taglienti è Fabio Capra (Pd), che pure ha votato la delibera: «Io sto a pieno titolo dentro questa maggioranza, ma faccio un passo indietro. La holding non la condivido, a meno che non mi dimostriate che è utile per la città. Quella che si propone è una gamba privatistica e familistica. La città ha già una holding: il Comune. E l’amministratore unico è il sindaco».

Cartellino giallo

In pochi passaggi, Capra ha decostruito l’idea stessa della holding come veicolo di efficienza, mostrando come il processo decisionale rischi di diventare opaco e filtrato, sottratto alla rappresentanza eletta. Non meno esplicita Diletta Scaglia (Pd): «Sono perplessa, molto perplessa. I rischi sono reali: burocratizzazione, riduzione del controllo democratico, distanza dai cittadini, centralizzazione del potere. La Corte dei Conti ha già segnalato queste criticità».

Nessuno ha osato attaccare frontalmente la leadership della sindaca. Ma non è un segreto che per Castelletti questo disegno rappresenti una delle eredità politiche del mandato, la «firma» sulle trasformazioni future della città. E il Pd, pur votando la delibera, ha alzato il cartellino giallo. Lo ha detto senza dirlo palesemente anche Roberto Cammarata: «Il Pd non è una caserma. Il dibattito su holding sì o no è prematuro. Ma vogliamo costruire il miglior modello possibile».

I Cda delle partecipate

Dietro i tecnicismi e le acrobazie linguistiche, c’è anche un’altra lettura: la paura che questa riorganizzazione finisca per ridurre posti (ed emolumenti) nei Cda delle partecipate, aprendo il classico problema su dove sistemare chi non ha trovato spazio con il consenso elettorale. Andrea Curcio (Pd) ha provato a tenere insieme i pezzi: «La holding può avere un senso solo se va oltre l’efficientamento. Deve diventare un soggetto erogatore di servizi complessi. Ma il timore che si sposti il potere decisionale dal Consiglio comunale al Cda della nuova struttura è legittimo. Anche se, di fatto, questo avviene già».

Nel vuoto di potere reale che Curcio denuncia, si apre il varco per quello simbolico: la forma, il lessico, l’architettura istituzionale. Chi decide come si chiamano le cose, molto spesso, decide anche cosa diventeranno. Ecco perché le parole di Fabrizio Benzoni (Azione) – «la holding c’è già, Bs Mobilità lo è» – suonano meno neutre di quanto sembrino. È già tutto lì, solo che ora si vuole renderlo formale. Ufficiale. Per trarne un vantaggio che viene quasi «sprecato» (questo il concetto), vale a dire due milioni l’anno di risparmi e, quindi, maggiori risorse da investire.

La scacchiera

Il centrodestra ha colto la faglia e vi si è infilato. Massimo Tacconi (Lega) ha bollato la delibera come «stucchevole». Nini Ferrari (FdI) ha messo in discussione il principio stesso: «Mettere tutto nelle mani di una sola persona non è né trasparente né democratico». E Paolo Fontana (FI) ha ridotto il documento a una tautologia: «È ovvio che accorpando società si risparmia. Ma a che prezzo?». Alla fine, la delibera è passata. Tre emendamenti dell’opposizione sono stati respinti. Un quarto – firmato dal Pd – ha avuto parere favorevole, come a voler ribadire che il partito non si oppone, ma nemmeno si fida, non ora almeno, non senza avere più informazioni.

Il capogruppo dem Roberto Omodei è stato cristallino: «Il dibattito è ancora aperto. Quando avremo tutti gli elementi, costruiremo il miglior modello possibile». È un modo elegante per tenere la partita sul tavolo e al tempo stesso evitare che qualcuno rovesci la scacchiera. Castelletti ha risposto rivendicando la visione strategica: «Dobbiamo emanciparci dai soli dividendi A2A. La scelta del modello sarà definita solo dopo lo studio». La sindaca, insomma, tiene la barra ferma, ma sa di avere di fronte un percorso affollato di ostacoli. Perché per Brescia, questa, è una delle scelte più politiche degli ultimi anni.

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