Opinioni

Il centrosinistra plurale tra forza e debolezze

Storicamente la derivazione del centrodestra può essere trovata in quel rapporto che la parte moderata della Dc aveva nella Prima repubblica col Msi. A sinistra tutto è diverso
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Giuseppe Conte ed Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giuseppe Conte ed Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nonostante i sondaggi diano i poli quasi alla pari (ma forse proprio per questo) c’è un po’ di nervosismo che serpeggia. Nel destracentro l’esposizione mediatica data con un post di Trump a Salvini ha avuto solo l’effetto di rendere evidenti le differenze di posizione in politica estera fra il leghista e la premier; il tutto, mentre Forza Italia – che nel frattempo si ristruttura – sta nella coalizione ma guarda al centro e probabilmente anche a un «pareggio» fra i poli nel 2027.

Questi movimenti nella maggioranza sono fisiologici e sono sempre comparsi nei trenta e più anni della Seconda Repubblica: prima di tutto, conta vincere e governare; il resto viene poi (e in secondo piano).

Storicamente la derivazione del centrodestra può essere trovata in quel rapporto che la parte moderata della Dc aveva nella Prima repubblica col Msi: distanti ma, all’occorrenza, disposti a scambiarsi qualche favore (l’elezione di Leone nel 1971, il referendum sul divorzio nel 1974, il «turatevi il naso e votate Dc» nel 1976). A sinistra tutto è diverso. Non dimentichiamo che l’Ulivo e l’Unione, poi il Pd, nascono dall’incontro fra due grandi famiglie politiche (Dc e Pci) che avevano passato decenni a contrapporsi, per poi incontrarsi solo grazie alla preziosa e paziente opera di Aldo Moro, nel ’76.

Il centrosinistra nasce e cresce plurale, fra anime cattoliche progressiste e centriste, sinistra di derivazione Pds-Ds, riformisti laici, ecologisti e ora – dopo l’arrivo sulla scena dei pentastellati – anche un soggetto politico diverso dagli altri e tentato di esercitare – attraverso Conte – un’egemonia che però i voti attuali non gli attribuiscono. Fino a quando il centrosinistra a guida Pd e il M5s faticavano persino a mettersi insieme per alcune elezioni comunali (nemmeno tutte) e fallivano nei primi esperimenti alle regionali, nessuno si poneva il problema di governare insieme (e di come fare).

Giuseppe Conte - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giuseppe Conte - Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ora è diverso. L’opportunità c’è, i sondaggi danno un sostanziale pareggio fra la maggioranza (più l’eventuale apporto di Vannacci) e il «campo largo» (senza Calenda, che va da solo). Se stare all’opposizione lascia mani libere un po’ a tutti, avere invece la prospettiva di andare al governo fra un anno o poco più cambia lo scenario.

Così, i riformisti del Pd cercano – dopo la sconfitta referendaria – di ritagliarsi uno spazio e di creare una sorta di «Margherita 2.0» imperniata non solo su Italia viva ma anche su alcuni esponenti democratici – come Marianna Madia – che sono usciti dal partito di Schlein o che ragionano se e come farlo; il tutto, con l’intento di rendere più ampia e variegata l’offerta, non di sfasciare il polo, approfittando peraltro delle voci che vedrebbero la segretaria del Pd prepararsi a fare le liste per le politiche a sua immagine e somiglianza.

Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

E c’è il nodo di chi potrebbe essere la personalità da indicare agli elettori per Palazzo Chigi. La destra ha già una Meloni che con i suoi consensi ha ormai fra il 55 e il 57% dei voti dell’intero polo, ma nel campo largo il partito più forte non arriva neanche al 50% del peso della sua coalizione. Quindi, l’automatismo di Schlein leader e candidata premier fatica ad affermarsi, tanto più che Conte vuole tornare a Palazzo Chigi (dal quale si sentì cacciato, nel 2021, dall’«usurpatore» Draghi e da Renzi).

Poi c’è Avs, che ha ormai sorpassato la Lega ed è al quinto posto fra i partiti italiani, dopo FdI, Pd e FI: è un partito la cui linfa è tutta giovanile, se si vedono le statistiche. Fratoianni e Bonelli non hanno una linea moderata, ma potrebbero tranquillamente far parte di una coalizione di governo con gli altri (semmai, a suo tempo, fu Calenda a non volerli). Fra i centristi, la sindaca di Genova Salis ha qualche possibilità di affrontare le primarie da outsider forte e imprevedibile: da qui nasce l’ipotesi di costruire un soggetto politico che riequilibri verso il centro le spinte estreme (in politica estera, ma non solo) del M5s e, in parte, di Avs (senza contare che non sono poche le differenti sfumature su alcuni temi fra il Pd della Schlein e i moderati della Salis).

Silvia Salis - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Silvia Salis - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il punto è che se strutturalmente e storicamente (si veda la fine che hanno fatto i due governi Prodi, nel 1998 e nel 2008) il «campo largo» è troppo plurale per non rischiare di trovarsi spaccato, prima o dopo le elezioni, stavolta bisogna trovare una sintesi. Ma come? Se nascesse un soggetto centrista allargato, il Pd perderebbe qualche voto e vedrebbe il M5s avvicinarsi, rendendo la sfida Conte-Schlein per le primarie molto più aperta e complessa.

Non fare le primarie ma avere una coperta corta sotto la quale mettere progressismi più o meno radicali, un laburismo marcato come quello del Pd e una vocazione più moderata e centrista potrebbe creare una situazione difficile da gestire. Anche vincendo le politiche, forse, il problema non si risolverebbe, a meno di fare patti chiari e duraturi. Ma, ad oggi, tutto sembra ancora in alto mare, tranne che a livello locale, dove almeno il «campo largo» esiste e funziona già.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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