Opinioni

Calenda e Vannacci, due rebus per la premier Meloni

Comincia, per il centrodestra, la riflessione sui possibili scenari elettorali futuri: la coalizione del centrodestra deve capire come strutturarsi in vista delle Politiche del prossimo anno
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Roberto Vannacci e Carlo Calenda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Roberto Vannacci e Carlo Calenda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nel momento in cui cominciano le schermaglie tattiche sulla riforma della legge elettorale, il centrodestra sembra essere chiamato a riflettere su possibili scenari futuri. Se il «campo largo» va testato – non tanto alla prova delle amministrative del 24-25 maggio, quanto a quella delle comunali del 2027 – la coalizione guidata dalla Meloni deve capire come strutturarsi in vista delle elezioni politiche del prossimo anno.

Da questo punto di vista, il centrosinistra è più abituato a unirsi, dividersi, ricomporsi ad ogni elezione: l’Unione del 2006 comprendeva tutti i partiti di quell’area, fino a Mastella; nel 2008 il Pd di Veltroni sperimentò invece la «vocazione maggioritaria»; nel 2013 il centrosinistra di Bersani si accorse troppo tardi di avere due scomodi vicini (Grillo e Monti) che avrebbero sottratto voti importanti per aggiudicarsi il Senato; nel 2018 Renzi andò alle politiche con un Pd ai minimi termini; nel 2022, Letta non poté imbarcare Calenda e Renzi e nel contempo non volle trattare con Conte (che aveva di fatto provocato la fine del governo Draghi).

A destra, invece, tutto è sempre stato semplice, dopo il «giro di valzer» che la Lega si concesse fuori dal polo, fra il 1995 e il 1999. Fratelli d’Italia (già Msi, già An), Forza Italia (già Pdl, già ancora Forza Italia) e Lega sono da trentatré anni i componenti fissi (con qualche postdemocristiano) di una coalizione i cui confini sono sempre stati chiarissimi (almeno da quando l’Udc di Casini ne fu espulso, nel 2008). Ora la falange macedone di destra, che ha una leader indiscussa (la Meloni, come prima Berlusconi, tranne che per il periodo 2018-2022), un partito largamente egemone (ora FdI, ieri il Pdl, ieri l’altro Forza Italia) e un presidente del Consiglio che è anche capo della coalizione, ha qualche problema. Per la precisione, due: Calenda e Vannacci. Uno incompatibile con l’altro, ma non solo.

Il generale Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il generale Roberto Vannacci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Quel 3-4% di cui Azione e Futuro nazionale sono accreditati è fondamentale per l’esito delle prossime elezioni politiche. Se il "campo largo" ha già perso da tempo le speranze di agganciare Calenda (che è agli antipodi di Conte e dei Cinquestelle), la destra non sa se restare nell’attuale conformazione o se allargarsi per vincere. Il problema è che far entrare Azione significa compiere una scelta di campo a favore dell’europeismo e contro le simpatie filorusse di alcuni ambienti leghisti; Calenda e Salvini si detestano, ma se il vicepremier ha un certo senso pratico, il leader di Azione è intransigente.

In più, il partito di Calenda, come si è visto al referendum sui giudici, è almeno per metà fatto di simpatizzanti del centrosinistra. Conviene imbarcare un leader scomodo per guadagnare l’1,5 o il 2% (quando è verosimile che altrettanto andrebbe ai centristi del campo largo)? Con Calenda, semmai, si può parlare dopo il voto, ma se il Paese avrà una legge elettorale tale da dare una solida maggioranza a uno dei due poli, ogni interlocuzione con partiti terzi sarà inutile. Poi c’è Vannacci, una spina nel fianco non tanto di Fratelli d’Italia (anche se il generale si richiama molto alle radici remote del Msi e parla ad un elettorato che a certe antiche sirene è ancora sensibile) quanto della Lega sovranista, con la quale Futuro nazionale è in aperta concorrenza.

Per avere i voti di Vannacci, la Meloni dovrebbe convincere Salvini a far spazio a chi gli ha provocato una scissione nel Carroccio, ma dovrebbe anche accettare una correzione non da poco dell’attuale linea di politica estera del polo di centrodestra. Vannacci fuori può prendere i voti di chi in questi anni ha visto disattese tante promesse elettorali della Meloni e dei suoi partners (un conto è offrire la luna quando si è all’opposizione, un altro conto è dover governare e misurarsi con i fatti e quel poco che c’è nelle casse dello Stato), ma può anche perdere qualche consenso verso FdI in nome della governabilità e soprattutto della necessità di battere la sinistra (che per certi elettori è, dal 1976, una sorta di perenne «turatevi il naso e votate Dc»).

Se invece la premier imbarcasse il generale, dovrebbe dare a Futuro nazionale posti di governo e concedere – come si diceva – qualcosa di sostanziale e identitario sul programma (altrimenti perché c’è stata la scissione?). Allo stesso tempo, si rischia che una quota di elettori forzisti abbandoni una coalizione sempre più sbilanciata a destra, per finire nelle fila di Azione (non nel campo largo, però: la Schlein non si illuda). Risultato? Con Vannacci fuori la destra rischia di farsi sorpassare dal campo largo, ma con Futuro nazionale dentro gli esiti non sono certi, ma i problemi successivi (nel caso di vittoria) sono sicuri (anche perché gli adepti del generale avrebbero molto probabilmente un numero di seggi decisivi per la sopravvivenza di un eventuale secondo governo Meloni).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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