Opinioni

Bipolarismo, la gabbia italiana: leader forti, Parlamento debole

Le polemiche, le invettive e la violenza verbale servono agli ultras dei poli per darsele di «santa» ragione, ma allontanano molti cittadini dall’«agorà» elettorale
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

La Camera dei Deputati - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it
La Camera dei Deputati - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it

Poiché gran parte della classe politica italiana vive ormai solo per le polemiche del giorno, incapace di offrire prospettive concrete e di medio-lungo periodo agli elettori (oltre che a non saper far fronte alle necessità concrete che i cittadini affrontano quotidianamente), occupiamoci di un aspetto sistemico che però ha ricadute dirette su tutti.

I sistemi elettorali della Seconda Repubblica e la leaderizzazione dei partiti hanno portato ad un doppio accentramento: sul piano della scelta dei rappresentanti del popolo, tutto è nelle mani di pochi capi che stilano le liste (bloccate; ma cambierebbe poco anche con le preferenze, perché basterebbe presentare solo nomi di fedelissimi) riducendo il Parlamento ad un semplice strumento di esecuzione di decisioni prese da pochi; sul piano delle coalizioni, il bipolarismo forzato che è stato costruito perché nessuna coalizione riesce a ottenere almeno il 50% dei voti costringe i partiti ad alleanze di difficile coesione.

Storicamente, il centrodestra si è quasi sempre presentato (eccetto che nel 1996) in una classica formazione a tre (più piccoli marginali): Forza Italia, Lega, An (poi Pdl e Lega, poi FI, Lega e FdI). Potevano mutare i rapporti di forza interni, ma la formula era sempre la stessa (si potrebbe dire «è», ma chi ci assicura nel 2027 non ci saranno variazioni per allargamento o cambiamento di «soci»?). Nel centrosinistra l’eterogeneità ha reso sempre sofferto il raggiungimento di accordi pre e post-elettorali, ma il raggruppamento che vinse nel 1996 e nel 2006 non fu più riproposto nel 2008 (Pd da solo con Iv), nel 2013 (ovviamente senza M5s e Scelta civica), nel 2018 (senza M5s) e nel 2022 (senza M5s e Terzo polo), senza contare che nel 1994 Progressisti e Patto per l’Italia si erano presentati divisi e che nel 2001 il centrosinistra andò al voto senza alcuni partiti già alleati.

Anche stavolta, mettere insieme Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni, Renzi e centristi (non Calenda, però) è molto complesso, soprattutto per le divergenze in politica estera (che ci sono anche nel centrodestra, dove però la posizione della Lega su Ucraina e Russia è completamente ignorata e «bypassata» da Meloni e Tajani).

I leader del campo largo in una foto di settembre 2025 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I leader del campo largo in una foto di settembre 2025 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Se nel 2022 la destra ha goduto delle divisioni nel campo avverso, stavolta Atene piange ma Sparta non ride più. C’è infatti il caso Vannacci: il generale sembra avere troppi voti per essere escluso dal polo di destra, ma è incompatibile con Forza Italia (a dir poco) e pone condizioni che possono spostare molto verso l’estrema la politica dell’attuale maggioranza. Tutto questo perché il totem del bipolarismo è intoccabile, anche se siamo in una Repubblica parlamentare nella quale i governi nascono nelle Camere (possibilmente mettendo insieme partiti dalle opinioni convergenti anziché creare raggruppamenti eterogenei finalizzati a ottenere e dividere il potere).

Il premio di maggioranza serve come il pane ai tre principali leader (Meloni, Schlein, Conte) perché in caso di pareggio si dovrà mettere da parte lo schema amico-nemico del bipolarismo (che è una camicia di forza imposta al sistema e all’elettorato, ormai aizzato e spinto ad accentuare odi e divisioni, anziché essere invitato a comprendere che il Paese si salva – come negli anni del Dopoguerra – solo se si rema tutti insieme) e scegliere un terzo per Palazzo Chigi.

Rischiare di perdere le elezioni o mettere insieme caravanserragli di sinistra e di destra pur di non perdere la possibilità di andare alla presidenza del Consiglio non coincide necessariamente col bene del Paese. Del resto, va altrettanto biasimato il trasformismo, del quale nella legislatura 2018-2022 abbiamo avuto larga prova ad opera di quasi tutte le formazioni politiche che sono state – a turno – al governo.

La premier Giorgia Meloni - Filippo Attili/Palazzo Chigi
La premier Giorgia Meloni - Filippo Attili/Palazzo Chigi

In quanto alla legge elettorale, in alcune realtà si inserisce una clausola che ne differisce l’applicazione dal primo rinnovo del Parlamento al secondo, proprio perché le regole del gioco si scrivono insieme e non per favorire qualcuno. Il problema è che i poli, stretti in camicie di forza coalizionali sempre più soffocanti, non sono in grado di liberarsene guardando al medio e al lungo periodo.

Del resto, su scuola, lavoro, fisco, sanità, sicurezza non ci sono visioni che vadano oltre il lasso di tempo del tornaconto elettorale. L’affluenza alle urne è sempre più bassa, segno che lo scollamento fra classe politica e «Paese reale» è sempre più forte. Le polemiche, le invettive, la violenza verbale, l’evocazione di casi sempre più divisivi servono agli ultras dei poli per darsele (per fortuna ancora metaforicamente) di «santa» ragione, ma allontanano molti cittadini dall’«agorà» elettorale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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