Ma in Parlamento è ancora possibile esprimere liberamente la propria opinione senza essere bollati come traditori o voltagabbana? Nel caso recente del voto alla Camera su un emendamento relativo alle preferenze, si può essere contrari al contenuto di quella norma senza per questo mettere in discussione il programma del governo o i principi politici che lo ispirano?
A giudicare dalle reazioni suscitate da quel voto – e da quelle che hanno accompagnato altre, rare, occasioni analoghe – sembrerebbe proprio di no. Per la destra, chi ha votato contro è un nemico da individuare e punire; per la sinistra, quei voti dimostrano che il governo ha perso la maggioranza e deve dimettersi. Posizioni opposte, ma sorprendentemente convergenti, che dovrebbero indurre a riflettere su quanto si sia ormai smarrito il significato stesso del Parlamento.
La questione, infatti, va ben oltre la cronaca politica e rinvia a un nodo fondamentale del costituzionalismo liberale, oggi quasi del tutto scomparso dal dibattito pubblico.
Il Parlamento, cuore di ogni sistema liberal-democratico, nasce come luogo della libera discussione, nel quale i rappresentanti dei cittadini possono confrontarsi, convincersi reciprocamente e infine votare secondo coscienza, senza essere vincolati da mandati imperativi. È questo il principio che distingue il rappresentante dal semplice delegato: egli rappresenta la Nazione nel suo complesso e non è giuridicamente obbligato a seguire istruzioni provenienti né dagli elettori né dalle organizzazioni politiche.
Questo era lo spirito originario del parlamentarismo nato dalle rivoluzioni liberali tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, quando, abbattuto l'assolutismo monarchico, si immaginò che la pubblica discussione parlamentare potesse diventare il fondamento della nuova legittimazione del potere. Si attribuì al Parlamento una fiducia quasi illimitata, tanto da considerarlo, come si diceva allora, una «panacea universale» capace di risolvere ogni problema della società.
Quell'immagine, tuttavia, entrò rapidamente in crisi. Già dagli anni ‘80 dell'Ottocento si diffuse la convinzione che il parlamentarismo fosse incompatibile con le esigenze di governi chiamati a operare in società sempre più complesse e di massa. Prese così forma una cultura politica che separava rappresentanza e parlamentarismo: la prima era ormai ineludibile; il secondo, invece, veniva liquidato come sterile «bizantinismo», un lusso che rallentava l'azione dell'esecutivo. Il trasformismo fu una delle prime risposte concrete a questa nuova esigenza di governabilità, fondata sulla costruzione di maggioranze capaci di garantire stabilità piuttosto che sulla piena autonomia del dibattito parlamentare.

Dopo la caduta del fascismo, la tanto derisa «aula sorda e grigia» tornò finalmente a essere il centro della vita democratica, senza però recuperare davvero l'autonomia perduta. Furono i partiti di massa, protagonisti della ricostruzione repubblicana, a diventare i veri garanti della stabilità dei governi. I parlamentari persero definitivamente quella dimensione notabilare che aveva caratterizzato l'età liberale e divennero figure sempre più legate alle organizzazioni politiche cui dovevano la candidatura e l'elezione. A rafforzare questa evoluzione contribuirono anche la forte identificazione ideologica e il clima della guerra fredda.
Con il passare dei decenni, nell'opinione pubblica si è così affermata una diversa idea del Parlamento. Non più il luogo del confronto e della deliberazione, ma un'assemblea chiamata essenzialmente a ratificare decisioni assunte altrove, nelle segreterie dei partiti o nei vertici delle coalizioni. Una concezione che non è venuta meno neppure dopo la crisi della cosiddetta Prima Repubblica. Anzi, le riforme elettorali che hanno progressivamente smantellato il sistema proporzionale hanno ulteriormente accentuato questa tendenza, indebolendo il rapporto diretto tra eletti ed elettori e rafforzando quello tra parlamentari e gruppi dirigenti dei partiti.
Il risultato è un progressivo distacco, non soltanto politico ma anche emotivo, tra cittadini e loro rappresentanti: gli elettori finiscono per identificarsi con il partito e non riconoscono più al singolo parlamentare un'autonoma funzione di rappresentanza. Eppure la Costituzione continua ad assegnare ai parlamentari una funzione diversa: rappresentare la Nazione, non il partito.
Non si discute l’importanza della stabilità dell’esecutivo, ma il grado di libertà con cui i rappresentanti dei cittadini possono intervenire e votare secondo coscienza o magari anche, inutile nasconderlo, secondo interessi di bottega. Se però tale libertà diventa un'anomalia, o evento raro e scandaloso, allora il problema non è il comportamento di quei parlamentari, ma l'idea stessa di Parlamento che, un po’ alla volta, ci è diventata estranea.




