Da qualche settimana, nei Comuni italiani, si è diffuso un piccolo rito scaramantico: si apre il file del Pnrr; si guarda la percentuale di avanzamento; si controlla il calendario con una certa angoscia. E poi si rifanno i conti. Non quelli politici, quelli veri con calcolatrice e agenda. Perché il 30 giugno si avvicina e, dietro le rassicurazioni ufficiali, una domanda continua a rimbalzare da un municipio all’altro: chi pagherà le opere che non riusciranno a raggiungere il traguardo in tempo?
La stagione dei rendering, dei sopralluoghi in giacca e caschetto e delle conferenze stampa sulla «più grande occasione della storia repubblicana» è finita da un pezzo. Adesso è il tempo dei collaudi, delle certificazioni, delle fatture e dei cronoprogrammi: esattamente come per il quinto anno di scuola superiore, è il momento dell’esame di maturità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). E come accade a ogni esame, la tensione aumenta man mano che si avvicina il giorno della prova.
La geografia delle scadenze
Per cinque anni l’Italia ha corso dietro agli obiettivi fissati da Bruxelles. Ha aperto cantieri, pubblicato bandi, assegnato appalti, rincorso scadenze. Ora che il traguardo è vicino, però, il problema non è più partire. È arrivare. La domanda che già da alcuni mesi i sindaci pongono sembra semplice: «Cosa accade ai progetti che non saranno completati nei tempi previsti?» ha chiesto in via ufficiale, ad esempio, il numero uno di Montichiari, Marco Togni. La risposta, però, è tutto fuorché lineare.
Attorno alla data del 30 giugno si è infatti sedimentata una convinzione parziale: che tutto debba essere concluso entro quel giorno. In realtà il quadro è più sfumato. La scadenza finale del Piano è fissata al 31 agosto e non tutte le misure richiedono la conclusione fisica delle opere. In molti casi conta il raggiungimento di obiettivi amministrativi, procedurali o finanziari. Ma sarebbe un errore liquidare la questione come una disputa per azzeccagarbugli. Perché entro l’estate arrivano a scadenza oltre 60 miliardi di investimenti, una sessantina di misure e circa 45mila progetti, gran parte dei quali nelle mani degli enti locali.
Entro il terzo trimestre, inoltre, l’Italia dovrà raggiungere gli ultimi 159 obiettivi del Piano per ottenere la decima e ultima rata europea: 28,4 miliardi di euro. Se un’opera non viene completata e certificata come previsto, il rischio è che non possa essere rendicontata come Pnrr. Significa che il cantiere magari prosegue, le ruspe non spariscono e i lavori non vengono necessariamente abbandonati. Ma i soldi potrebbero dover arrivare da un’altra parte. E da qui nasce l’inquietudine.
Il tormento dei sindaci
I sindaci lo dicono sottovoce, nei confronti con i Ministeri, nelle riunioni tra amministratori. Nessuno vuole trovarsi nella situazione di dover spiegare ai cittadini che un’opera promessa con fondi europei dovrà essere invece completata con altre risorse. O, peggio ancora, che rischia rallentamenti, rimodulazioni o stop. Anche perché, fanno notare molti amministratori anche nelle riunioni dell’Associazione Comuni Bresciani (Acb) e dell’Anci, non tutti i ritardi dipendono dai Comuni.
Ci sono aziende che non rispettano le tabelle di marcia, procedure che si complicano, ostacoli emersi lungo il percorso. Il caso del progetto bis legato al velodromo di Montichiari è diventato, nelle conversazioni di queste settimane, uno dei simboli di questo cortocircuito: il tempo scorre, il cantiere procede, ma la linea che separa responsabilità e sfortuna diventa sempre più sfocata.
L’affaire fondi
Intanto la Corte dei Conti continua a fotografare un Paese che corre a velocità diverse. Ma il dato che colpisce di più non riguarda le classifiche, riguarda il significato stesso del Pnrr. Le Case di comunità sono uno dei simboli della nuova sanità territoriale immaginata dopo la pandemia. L’obiettivo delle 1.038 strutture appare ormai vicino, eppure soltanto il 3,8% di quelle già realizzate risulta pienamente operativo. È un numero che racconta molto più di quanto sembri: le mura ci sono, i tetti pure, le targhe sono state affisse. Ma dentro, spesso, mancano ancora medici, personale, servizi.
È una scena che assomiglia a una metafora nazionale: un Paese che riesce a costruire gli edifici ma non sempre a riempirli, che completa l’involucro e poi scopre che la parte più difficile era il contenuto. Il vero bilancio del Pnrr si nasconde proprio qui, non nei miliardi stanziati, non nelle slide e neppure nelle percentuali.
In Lombardia il Piano vale 23,33 miliardi di euro distribuiti su oltre 114mila progetti. Brescia viaggia più veloce di molti altri territori: 2,96 miliardi assegnati per oltre 21mila interventi e un avanzamento che ha raggiunto quota 76%. Cifre che raccontano una provincia arrivata vicina al traguardo. Ma è proprio il traguardo che oggi fa più paura. Tenere d’occhio il reale andamento del Pnrr è un grattacapo: i dati non sono aggiornati, i report hanno criteri di monitoraggio differenti, Regis ha un andamento pachidermico oltre che caotico. Il che porta ad avere un’istantanea verosimile ma spesso spannometrica.
Solo tra poco più di un mese sapremo quindi davvero quanti cantieri sono stati conclusi. Molto più difficile sarà invece capire quanti progetti sono davvero entrati in servizio. Alla fine, il giudizio sul Pnrr non dipenderà dal numero dei nastri tagliati. Dipenderà da una domanda infinitamente più semplice: una volta spenti i riflettori delle inaugurazioni, dentro quegli edifici qualcuno avrà davvero acceso la luce?




