Tutti ne hanno sentito parlare, alcuni le frequentano, parecchi non sanno ancora cosa siano. Le Case di comunità non sono nuovi poliambulatori o vecchie sedi dei distretti restaurate: dovrebbero diventare il luogo in cui il paziente trova, in un unico ambiente, medici, infermieri e servizi sociosanitari e socioassistenziali. Ma cosa c’è davvero, oggi, dentro queste strutture?
In linea con il Decreto 77 del 2022 si basano su un modello di presa in carico di prossimità in tempi in cui la popolazione è composta sempre più da anziani e malati cronici, la domanda di salute cresce ed è necessario superare il vecchio assetto ospedalocentrico.
Nel Bresciano, a fine operazione, saranno una trentina. Beneficiando dei finanziamenti del Pnrr, dovrebbero essere pronte entro fine giugno, scadenza imposta dal Piano che non tutte riusciranno a rispettare per motivi legati all’edilizia e alla concessione di autorizzazioni indispensabili a procedere con i cantieri. A queste si aggiungono nuove strutture sociosanitarie (come quelle di Salò e Pisogne) che sono state concepite extra Pnnr e non sono tenute a far riferimento a questi termini.
Dove sono
Ad oggi Asst Franciacorta ha aperto le Case di comunità di Barbariga, Chiari, Orzinuovi e Palazzolo; quella di Iseo è parzialmente funzionante; quella di Marone risulta ancora da attivare.
Asst Garda - dopo aver inaugurato le strutture di Leno, Nozza di Vestone e Gargnano - è alle prese con i cantieri di Desenzano, Montichiari, Verolanuova e Gavardo. Gli Spedali Civili hanno aperto le Case di comunità di Flero, Nave, Ospitaletto, Travagliato e Tavernole.
In città sono presenti nella sede di viale Duca degli Abruzzi; è in fase di completamento, nel mese di maggio, la Casa di comunità di via Corsica. I lavori in via Marconi termineranno a giugno, così come quelli di Gardone Valtrompia.
Servirà, invece, più tempo per completare l’intervento in via Don Vender iniziato soltanto in autunno dopo aver ottenuto il via libera della Sovrintendenza.

Quanto, infine, alla Valcamonica, i cantieri in corso sono due: quello di Darfo verrà completato entro l’estate, quello di Edolo entro l’autunno. Sono, invece, nella loro sede definitiva le Case di comunità di Breno, inaugurata a metà aprile, Ossimo, Cedegolo, Berzo Inferiore e Ponte di Legno. Tirando le somme restano da completare una decina di cantieri più i due poli sociosanitari extra Pnrr di Salò (lavori in corso) e Pisogne (intervento ancora da avviare).
Le preoccupazioni
Cantieri e inaugurazioni, però, rappresentano soltanto il primo passo. La vera sfida sarà trasformare in realtà il modello delle Case di comunità che, almeno sulla carta, ha raccolto consensi trasversali.
L’obiettivo è colmare quel vuoto tra ospedale e territorio che la pandemia ha reso evidente. Ma per riuscirci sarà necessario affrontare una criticità tutt’altro che secondaria: la carenza di personale, soprattutto infermieristico, senza sottrarre risorse preziose agli ospedali.
Quali servizi offrono
Guardando alle Case di comunità già attive emerge come alcuni servizi siano presenti in modo costante, mentre altri cambino da struttura a struttura in base alle esigenze del territorio.
Fondamentale in ogni realtà è il Punto unico di accesso (Pua) che - senza necessità di prenotazione - accoglie le persone, le orienta e offre loro una prima valutazione del bisogno.
Ci sono, poi, l’ambulatorio infermieristico (per la valutazione dei bisogni infermieristici, il monitoraggio ed l’educazione all’automonitoraggio, le medicazioni, la gestione di accessi vascolari, stomie, Peg e catetere vescicale, la rimozione di punti di sutura), lo sportello di scelta e revoca del medico di famiglia e del pediatra, i servizi di screening e vaccinazioni e la continuità assistenziale (ex guardia medica).
Possono trovare spazio, inoltre, i medici di famiglia, il punto prelievi, il servizio di psicologia delle cure primarie, il consultorio familiare, l’ambulatorio ostetrico e l’ufficio protesica.
In rari casi ci sono, ad esempio, anche l’ambulatorio di stomaterapia, lo sportello antiviolenza, il Centro per la vita indipendente e i servizi per la salute mentale.
Le Case di comunità sono pensate anche per accogliere specialisti (ad esempio di Diabetologia, Oculistica, Dermatologia, Cardiologia) nell’ottica di offrire risposte vicino a casa ai pazienti cronici. Queste strutture sono, inoltre, il punto di riferimento per le cure domiciliari.
Infermieri di famiglia
Una figura centrale del modello delle Case di comunità è l’infermiere di famiglia e di comunità (IFeC) che opera per garantire una presa in carico integrata, continuativa e di prossimità, in particolare nei confronti delle persone fragili, croniche o con bisogni complessi. In Asst Franciacorta, ad esempio, ce ne sono una quarantina, una decina in più sono quelli del Garda.
L’IFeC lavora in sinergia con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli specialisti, i servizi sociali e le altre professionalità sanitarie, fungendo da raccordo tra domicilio, territorio e servizi sanitari.
Svolge numerose attività: valuta i bisogni assistenziali della persona e della famiglia, promuove prevenzione, educazione sanitaria e autocura in tutte le fasce di età, supporta il caregiver e favorisce il coinvolgimento attivo della persona assistita, orienta e accompagna l’accesso ai servizi sanitari e sociosanitari, collabora alla gestione delle condizioni croniche, utilizza strumenti digitali, soluzioni di telemedicina e teleassistenza. Quando necessario svolge servizi a domicilio.




