Lo stop alla riforma Schillaci non mette in discussione il futuro delle Case di comunità. Al contrario, il dibattito sul possibile passaggio dei medici di famiglia alla dipendenza rischia di spostare l'attenzione dalle criticità che frenano realmente lo sviluppo della sanità territoriale, a partire dalla carenza di professionisti e dalle difficoltà incontrate nell'attuazione del Pnrr.
Ne è convinto Angelo Rossi, segretario provinciale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale.
I veri problemi
«Ho l'impressione che le Regioni si stiano aggrappando al tema della dipendenza per giustificare il fallimento degli investimenti del Pnrr, sia per quanto riguarda il numero delle Case di comunità sia la loro effettiva operatività – afferma –. Una spiegazione che può forse risultare convincente agli occhi dei cittadini, ma molto meno a quelli di chi sarà chiamato da Bruxelles a verificare lo stato dei lavori e il rispetto del Decreto ministeriale 77».
Secondo Rossi la presenza dei medici nelle Case di comunità non viene messa in discussione dal congelamento della riforma. «Il Dm 77 già prevede il coinvolgimento dei medici di famiglia nelle Case di comunità e anche l’attuale Accordo collettivo nazionale stabilisce un monte ore da svolgere in queste strutture. Il problema non è il contratto di lavoro, ma la possibilità concreta di realizzare questo modello sul territorio».
Il modello e gli spazi

Secondo il segretario Fimmg, la situazione lombarda è molto diversa da quella di altre regioni che hanno ispirato il progetto delle Case di comunità: «Il modello è stato costruito guardando soprattutto a Emilia-Romagna e Toscana, dove esistono da tempo le Case della salute e dove numerosi medici hanno già gli ambulatori all’interno delle strutture territoriali. In Lombardia, invece, la situazione è molto più eterogenea». A partire, innanzitutto, dagli spazi disponibili: «Le Case di comunità non sono sufficienti ad accogliere tutti i medici. A Leno, per esempio, su un bacino di circa 50mila assistiti è disponibile un solo ambulatorio».
A questo si aggiunge il problema della carenza di professionisti: «La maggior parte dei medici di famiglia segue già oltre 1.600 assistiti. Pensare che il passaggio alla dipendenza possa risolvere questa situazione è irrealistico: il problema è trovare i medici».
Utilità delle Case di comunità
Rossi ribadisce che le Case di comunità deve essere complementari (e non alternative) agli studi dei medici di famiglia: «Ogni medico riceve mediamente tra 20 e 30 pazienti al giorno. Considerando una cinquantina di professionisti, si arriva facilmente a oltre mille accessi quotidiani. È evidente che una Casa di comunità non potrebbe assorbire questi volumi. Il collegamento informatico funzionante tra i nostri ambulatori e le Cdc sarebbe la cosa più razionale da coltivare».
Ciò non significa che le nuove strutture siano inutili. Al contrario, Rossi, che lavora nella Bassa, riconosce il ruolo che possono svolgere nella presa in carico della fragilità e nell’integrazione dei servizi territoriali: «La Casa di comunità di Leno, ad esempio, funziona bene come punto di riferimento per i pazienti fragili, grazie alla presenza degli infermieri di famiglia e di comunità, dell'assistenza domiciliare, dei servizi socio-sanitari e della continuità assistenziale». A suo avviso queste strutture dovrebbero concentrarsi soprattutto sui pazienti privi di medico di famiglia, con urgenze differibili o che necessitano di una risposta diagnostica rapida.

Più ascolto delle parti sociali
La Fimmg aveva già espresso forti perplessità sulla bozza della riforma. Critiche erano arrivate anche dallo Snami, che aveva definito il decreto legge «un intervento correttivo costruito in modo frettoloso, pensato per affrontare le criticità strutturali delle Case di comunità». Sullo stop interviene Giovanni Gozio, vicepresidente provinciale dello Snami e medico di famiglia a Rezzato: «Potrebbe trattarsi di un passaggio necessario per ascoltare le parti sociali coinvolte. Non credo che rallenterà lo sviluppo delle Case di comunità. Come sindacato auspichiamo di essere coinvolti in modo più attivo nelle scelte future, partecipando alla fase di elaborazione delle decisioni e non quando sono già state definite».
Coinvolgimento dei pensionati
La questione è seguita con attenzione anche dalla Fmt (Federazione dei medici territoriali). Il segretario regionale lombardo Francesco Falsetti, medico bresciano, sottolinea come il congelamento della riforma non avrà alcuna ricaduta sulle Case di comunità «perché i medici di medicina generale possono già operare al loro interno, come avviene in Lombardia sulla base dell’Accordo integrativo regionale 2025, attraverso specifici accordi convenzionali nazionali, già possibili sulla base dell’atto d’indirizzo emanato da Regioni e Governo e già più volte sollecitato da Fmt».
Il dottor Falsetti contesta l’idea che i ritardi nello sviluppo delle Case di comunità siano imputabili ai medici di famiglia: «Si continua a parlare della carenza di medici di medicina generale – sottolinea -, ma perché non si affronta con la stessa attenzione la difficoltà di reperire specialisti, sia nelle Case di comunità sia negli Ospedali di comunità? E perché non valorizzare maggiormente il contributo dei liberi professionisti e dei medici in pensione?».




