La prima cosa che si notava, arrivando da sud-est, era il colore. Anzi, i colori: righe di tinte accese, ma via via consumate dal tempo, come se quella superficie fosse stata riempita di giallo, verde, amaranto, azzurro utilizzando dei pennarelli scarichi. Ma quelle «fasce vintage» erano la prima firma del capoluogo anche per chi approdava in città dall’autostrada: «Eccole là, le righe colorate, siamo a Brescia. E quella è la torre. La torre Tintoretto». Un punto di riferimento geografico, un punto di riferimento sociale (nel bene e nel male), ma soprattutto un punto di rottura – urbano, urbanistico, politico – diventato subito, sin dalla sua nascita, un simbolo.
Non è mai stata sola, la ex torre Tintoretto: insieme a «lei», a interrompere il piano sequenza orizzontale di San Polo ci sono sempre state le altre quattro: a est il grattacielo gemello, il più noto, ossia la torre Cimabue (di proprietà del Comune di Brescia); a ovest – spezzate da via San Polo, che le divide come una faglia a terra, ma senza intaccare la sequenza dello skyline – la Raffaello, sempre dell’Aler come la Michelangelo, e la Tiziano di Italposte.




