Storie

Tutta la storia delle cinque torri di San Polo, dall’inizio

Quando Benevolo disegnò il quartiere non esistevano, la Tintoretto divenne la più divisiva ma ha quattro «sorelle». Il modello? Le Corbusier: a Marsiglia è nata una comunità, qui una telenovela travagliata ancora senza finale
Una panoramica delle torri di San Polo, con l'ex Tintoretto -  © www.giornaledibrescia.it
Una panoramica delle torri di San Polo, con l'ex Tintoretto - © www.giornaledibrescia.it

La prima cosa che si notava, arrivando da sud-est, era il colore. Anzi, i colori: righe di tinte accese, ma via via consumate dal tempo, come se quella superficie fosse stata riempita di giallo, verde, amaranto, azzurro utilizzando dei pennarelli scarichi. Ma quelle «fasce vintage» erano la prima firma del capoluogo anche per chi approdava in città dall’autostrada: «Eccole là, le righe colorate, siamo a Brescia. E quella è la torre. La torre Tintoretto». Un punto di riferimento geografico, un punto di riferimento sociale (nel bene e nel male), ma soprattutto un punto di rottura – urbano, urbanistico, politico – diventato subito, sin dalla sua nascita, un simbolo.

Non è mai stata sola, la ex torre Tintoretto: insieme a «lei», a interrompere il piano sequenza orizzontale di San Polo ci sono sempre state le altre quattro: a est il grattacielo gemello, il più noto, ossia la torre Cimabue (di proprietà del Comune di Brescia); a ovest – spezzate da via San Polo, che le divide come una faglia a terra, ma senza intaccare la sequenza dello skyline – la Raffaello, sempre dell’Aler come la Michelangelo, e la Tiziano di Italposte.

Tutte le altre sono ancora lì, a svettare nel verde; quelle righe colorate, invece, dal 2022 non sono più un punto di riferimento per nessuno: sono state mangiate dalle gru, anche se non ancora davvero «digerite e metabolizzate» dalla città. Insieme – nei progetti disegnati dalle matite dell’architetto Leonardo Benevolo, ispirato dal concetto di unité d’habitation di Le Corbusier – Tintoretto, Cimabue, Raffaello, Michelangelo e Tiziano erano «il complesso 5 torri». E questa è la loro storia. 

La risposta sociale come filo conduttore

A firmare tutte le torri è stato lui: l’architetto Leonardo Benevolo. Anzi, ad onor del vero, la sua firma è sull’intero quartiere. Storico dell’architettura, urbanista, professore, «il maestro con la matita», come tutt’ora lo definiscono generazioni di studenti che con lui si sono formate. Il suo studio-bottega a Cellatica era un luogo di disegni tracciati a mano, di china e di pazienza. Perché l’architettura, ripeteva, «non è un’arte irrequieta».

Le due torri gemelle di Brescia, la ex Tintoretto e la Cimabue -  © www.giornaledibrescia.it
Le due torri gemelle di Brescia, la ex Tintoretto e la Cimabue - © www.giornaledibrescia.it

San Polo, nella sua idea originaria, non doveva essere una foresta di torri. Ma negli anni Settanta la crescita urbana e la domanda abitativa erano impetuose: Brescia era una città industriale in espansione, con un centro storico da riqualificare e una periferia da progettare. L’idea originaria di Benevolo era tutt’altra: un tappeto di case a schiera, giardini, dimensione familiare ed equilibrio orizzontale. Le torri non c’erano, arrivarono dopo. Come «soluzione di ripiego» spiegò lui stesso, ma con un’ambizione precisa: fornire una risposta concreta a un’esigenza sociale e, quindi, introdurre tagli più piccoli, appartamenti accessibili, una quota di densità capace di tenere insieme sostenibilità economica e mix sociale.

L'architetto Leonardo Benevolo -  © www.giornaledibrescia.it
L'architetto Leonardo Benevolo - © www.giornaledibrescia.it

«Il grande quartiere che nasceva allora a sud est della città – ricordava l’architetto – prevedeva per l’80 o il 90 per cento abitazioni familiari di buone dimensioni, quasi tutte con la possibilità di un giardino. Ma questa tipologia da sola non basta a rispondere a tutte le esigenze che derivano dalla domanda di case. C’era bisogno, allora come oggi, anche di tagli più piccoli. Ed ecco allora gli edifici alti». 

Non solo abitazioni: «Al piede delle torri può trovare spazio tutta una serie di servizi che servono il quartiere intero». Uffici pubblici, negozi, luoghi di riunione e spazi d’incontro: un’idea di città compatta, dove l’architettura non è un gesto isolato, ma parte di un organismo, un’orchestra sociale. Insomma, un’interpretazione italiana dell’unité d’habitation teorizzata da Le Corbusier, adattata al contesto bresciano.

Il modello Marsiglia firmato Le Corbusier

Cioè? Siamo a Marsiglia, tra il 1952 e il 1965. Quando il palazzone fu realizzato suscitò reazioni opposte, tramandando la tradizionale diatriba tra antico e moderno: la fazione modernista lodava il progetto per il design lungimirante e l’estro architettonico; lo schieramento tradizionalista sentenziò al contrario che si trattava di un progetto grezzo e alienante, soprattutto per via delle mastodontiche dimensioni, al punto che il palazzone fu subito soprannominato dai detrattori di Le Corbusier «La maison du fada» (ossia «la casa del matto»), sostenendo che i suoi abitanti sarebbero impazziti in men che non si dica.

Una delle assemblee per discutere del progetto San Polo - © www.giornaledibrescia.it
Una delle assemblee per discutere del progetto San Polo - © www.giornaledibrescia.it

Come andò a finire a Marsiglia? Molti, e per molto tempo, considerarono quella dell’architetto svizzero l’emblema di un’edilizia popolare ghettizzante e caratterizzata da bassi standard abitativi e architettonici. In realtà, a dispetto dei giudizi più severi, l’unité di Marsiglia si è dimostrata a lungo andare un progetto efficace. Non appena il grattacielo fu terminato e popolato, nel 1952, i suoi abitanti formarono a tutti gli effetti una comunità, tanto che, nel 1953, venne fondata l’Associazione dei residenti, che tutt’ora esiste. Come mai, allora, a Brescia la storia è andata nella direzione opposta, a braccetto cioè con il giudizio severo della fazione più «tradizionalista»? Per un dettaglio che, alla prova dei fatti, dettaglio non è: il governo (politico e sociale) di questo tipo di grammatica architettonica.

Un cantiere abitato da fragilità

A Brescia la storia delle torri comincia già incompiuta. La Tintoretto di via Robusti - di proprietà dell’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale (Aler), 17 piani, 195 alloggi, una sola scala, dodici appartamenti per piano – inizia a popolarsi quando intorno ci sono ancora campi. Gli interni non sono ultimati, le finiture mancano, il quartiere è in costruzione.

Ad abitarla, tra il 1984 e il 1986, arrivano famiglie ricollocate dal Comune, di fatto «espulse» dal quartiere Carmine, famiglie che non possono più permettersi gli affitti cresciuti per effetto della gentrificazione e delle trasformazioni che stavano riscrivendo il destino del centro storico. E poi gli operai (i primi furono quelli impiegati all’Alfa Acciai), dipendenti delle forze dell’ordine (a cui era stata riservata una quota del 10%, ma che si spostarono presto, non appena le villette a schiera o gli appartamenti delle altre tre torri furono pronti all’uso) e i primi migranti. In quegli anni il grattacielo di San Polo è un cantiere abitato, composto da tante solitudini, isolato da tutto, servizi in primis.

La ex torre Tintoretto, prima dell'abbattimento -  © www.giornaledibrescia.it
La ex torre Tintoretto, prima dell'abbattimento - © www.giornaledibrescia.it

Le torri occidentali – Raffaello, Michelangelo e Tiziano, che si fermavano a 15 piani – sono più basse e hanno tre scale. Le due orientali, Tintoretto e Cimabue, una soltanto. Una scala per 195 appartamenti. È un dettaglio tecnico che nel tempo diventa fatto sociale: concentrazione, attraversamenti obbligati, gestione complessa. L’edilizia pubblica intercetta fragilità, nuovi flussi migratori, precarietà economica. L’immaginario si sedimenta in fretta e i palazzoni orientali diventano un catalizzatore di fragilità. E di percezioni che via via si cristallizzano. Ben presto, il simbolo prende il sopravvento sulla complessità. 

La torre Cimabue - © www.giornaledibrescia.it
La torre Cimabue - © www.giornaledibrescia.it

L’annuncio choc del 2008: giù le torri

Da allora, da quando cioè le cinque torri sono state abitate, via San Polo non ha solo diviso fisicamente i cinque grattacieli, ma ha rappresentato anche una spaccatura sociale. 

Si arriva così al 2008: Adriano Paroli regala al centrodestra la vittoria in Loggia al primo turno. Poche settimane più tardi, arriva uno degli annunci che più caratterizzerà il suo mandato amministrativo e che, però, scuote immediatamente la città. Siamo, precisamente, al 26 luglio 2008 e l’annuncio è questo: «Abbatteremo le torri Tintoretto e Cimabue di San Polo», perché – ha spiegato l’ex sindaco insieme agli allora assessori Paola Vilardi, Massimo Bianchini, Giorgio Maione e Mario Labolani – «l’edilizia sociale verticale ha fallito e gli abitanti ci chiedono una migliore qualità della vita».

Il GdB del 2008 con l'annuncio dell'abbattimento -  © www.giornaledibrescia.it
Il GdB del 2008 con l'annuncio dell'abbattimento - © www.giornaledibrescia.it

Il progetto guida si chiamava Contratto di quartiere e ha come attori Comune, Regione ed Aler. In sostanza, prevedeva questo: la ricollocazione delle famiglie di casa alla Tintoretto in alloggi recuperati sul territorio cittadino, la demolizione del grattacielo colorato, la riqualificazione del quartiere. A seguire, il cronoprogramma immaginava l’avvio di un nuovo progetto sull’area di via Robusti, dove si escludeva il ritorno delle case popolari (Erp), oltre che l’inizio del lavoro che avrebbe dovuto portare a replicare l’operazione sulla torre gemella, ossia la Cimabue. Tutto questo con un budget ben preciso: 33.930.000 euro, di cui 13.343.737 erogati dalla Regione, quasi altrettanti in capo al Comune (la sola demolizione della Tintoretto valeva circa 3,5 milioni di euro) e 6 milioni di contributo dell’Aler.

La battaglia politica

Da qui in avanti, si apre una stagione fatta di battaglie politiche, scontri, proteste, esposti alla Corte dei Conti (il più battagliero è stato Mirko Lombardi, ex consigliere dell’Aler, che più volte ha gridato al «danno erariale» perché «la torre è stata svenduta»).

Il Pd – con l’opposizione capitanata da Emilio Del Bono, diventato sindaco nel mandato immediatamente successivo, nel 2013 – condusse una campagna a tambur battente contro l’operazione, con l’ex consigliere Claudio Bragaglio che, dall’annuncio del progetto e fino all'ultimo Consiglio comunale utile, non ha mai smesso di presentare interrogazioni sul tema, costringendo gli assessori a fornire in Aula ogni dettaglio, passo dopo passo: i verbali dei Consigli comunali di quei cinque anni custodiscono arringhe politiche memorabili, uno scontro ruspante e costante su due idee di città. Uno scontro culminato però, ironia della sorte, con un passaggio del testimone politico del progetto: a dover portare a conclusione la vendita della torre Tintoretto, ormai vuota, fu proprio la Giunta guidata da Del Bono. 

Le cassette postali della ex Tintoretto - © www.giornaledibrescia.it
Le cassette postali della ex Tintoretto - © www.giornaledibrescia.it

Nel mezzo, la città si divide. C’è chi legge nell’abbattimento la chiusura di una stagione urbanistica; chi teme lo spostamento di centinaia di famiglie; chi chiede valutazioni comparative tra demolizione e ristrutturazione. E c’è Benevolo, che non difende un monumento ma un equilibrio: «Ma quelle torri hanno una funzione, abbatterle significa stravolgere il quartiere – rivendica l’architetto –. Il problema non è il numero dei piani, ma chi gestisce l’immobile». L’architettura, per lui, non è colpevole, è strumento.

L’addio del grattacielo alla città

Nel 2013 le ultime porte della Tintoretto vengono chiuse. Centonovantacinque appartamenti restano vuoti: le finestre sono sbarrate, le piante sui pianerottoli spariscono, tutto si spegne. Per quasi dieci anni la torre resta lì, sospesa, come un dente cariato che la città non decide se curare o estrarre.

Nel 2021, dopo un teorema di ricorsi, arriva l’atto notarile. L’area passa di mano: Aler cede la Tintoretto alla Sgr milanese Redo, che si aggiudica l’operazione per poco più di 1,3 milioni di euro. La demolizione inizia sul finire dello stesso anno e dura tre mesi. Niente implosione spettacolare. Le braccia meccaniche salgono piano, strato dopo strato. La torre viene mangiata. Smontata. Ridotta a un cumulo di macerie e spazzata via. In quei giorni, più di qualche ex inquilino, si è piazzato sotto il palazzone a contemplarne la fine: «Non me la sarei persa per niente al mondo, perché io lì sopra ci ho trascorso quasi tutta una vita» racconta, ad esempio, la signora Ines. Del resto, è un atto che segna l’inizio del cammino di trasformazione - nel bene e nel male - di uno spicchio importante della città. E la caduta di un simbolo.

Un momento della demolizione - © www.giornaledibrescia.it
Un momento della demolizione - © www.giornaledibrescia.it

All’inizio del 2022 le righe colorate spariscono totalmente dall’orizzonte. Al loro posto resta un rettangolo vuoto dietro barriere giallo fluo, tra le vie Robusti e Lippi. Un cratere urbano in mezzo a un quartiere che conta oltre ventimila residenti. La promessa è un nuovo complesso di housing sociale: circa 270 alloggi, corti verdi, servizi, percorsi pedonali. Una risposta a una domanda che a Brescia cresce, esattamente come quando l’architetto Leonardo Benevolo stava disegnando San Polo. 

Il progetto ancora in cerca di un finale

Mentre il mondo urbanistico dibatte, quello economico viene stravolto. Aumentano i costi dei materiali, si impennano le spese di costruzione, mutano gli equilibri del mercato immobiliare. I prezzi fissati attorno ai 1.600 euro al metro quadrato per la vendita diventano un parametro fuori scala rispetto ai costi reali. E l’operazione che il Comune aveva immaginato insieme alla Sgr si inclina. Nel frattempo Redo cambia pelle, si riorganizza, assume un nuovo nome: la proprietà resta, il progetto si arena, il vuoto si normalizza. A San Polo ci si abitua a quel buco come ci si abitua a una cicatrice.

Una riproduzione grafica del progetto di Redo - © www.giornaledibrescia.it
Una riproduzione grafica del progetto di Redo - © www.giornaledibrescia.it

Nella primavera del 2026 la Loggia riapre il dossier. L’amministrazione guidata da Laura Castelletti avvia la revisione della convenzione: l’obiettivo è ricalibrare i conti senza snaturare la funzione, che significa restare nell’housing sociale, mantenere i 270 alloggi, aggiornare prezzi e mix tra vendita e affitto, valutare modelli di affitto con riscatto, ipotesi di realizzazione per fasi. Il tema della casa pesa sulla città e l’ex area Tintoretto diventa banco di prova politico oltre che urbanistico.

Per questo si inizia a ragionare sul vicino quartiere di Sanpolino, dove viene convogliato il 50% delle risorse economiche che la Loggia si era aggiudicata attraverso il bando Pinqua (l’altra metà del finanziamento è invece rimasto nelle casse romane). Questi fondi erano inizialmente destinati a via Robusti ma, senza un’intesa sulla nuova convenzione e senza una trattativa politica che garantisse un mini piano alternativo sull’housing sociale, sarebbero stati del tutto persi. Se il progetto Sanpolino procede a passo spedito e al ritmo dei tempi imposti dal Pnrr, del cantiere della ricostruzione della ex Tintoretto, al contrario, ancora non c’è traccia. 

Intanto, a San Polo lo skyline è cambiato, ma il borgo si porta ancora addosso la sua stratificazione. Le altre quattro torri sono ancora lì. La Cimabue continua a dividere le opinioni e il progetto che ne prevedeva l’abbattimento è rimasto intrappolato su una carta ingiallita. La Raffaello, la Michelangelo, la Tiziano punteggiano il verde come promemoria di un’epoca in cui la città pensava di poter governare la propria crescita con un disegno unitario. Forse è questa la vera eredità della ex Tintoretto: avere costretto Brescia a interrogarsi su che cosa significhi evolvere per una città. Con l’addio al palazzone multicolor la verticalità del quartiere non è stata cancellata, è stata solo selezionata

Un momento dei lavori di demolizione della ex torre - © www.giornaledibrescia.it
Un momento dei lavori di demolizione della ex torre - © www.giornaledibrescia.it

Le torri sono state un dispositivo urbano dentro un progetto più grande: hanno rappresentato una correzione, poi una tensione, infine un problema simbolico. Ma soprattutto hanno mostrato la distanza tra l’idea di città e la sua durata nel tempo. Leonardo Benevolo questo lo aveva intuito sin dall’inizio. Per lui la città non era mai uno spazio finito, ma un processo continuo. E proprio per questo non smetteva di difendere le torri: perché eliminarle non significava, per lui, correggere un errore, ma cancellare una parte di quel processo. Diceva che l’architettura richiedeva responsabilità pubblica: «Non bisogna mai smettere di cercare un’evoluzione» sono le parole di una delle sue ultime interviste. La sua si era ispirata a Le Corbusier. Quella di oggi, a diciotto anni dall’annuncio dell’abbattimento, resta ancora un mistero.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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