Per capire il gasometro bisogna guardare quello che gli è cresciuto intorno. Il cavalcavia Kennedy, il Crystal Palace, le torri e gli uffici di Brescia Due, il parco Tarello, la metropolitana. Quasi niente di questo paesaggio esisteva quando il gigante d’acciaio venne costruito, all’inizio degli anni Trenta. Lui invece è ancora lì. È forse questa la cosa più interessante dell’ex gasometro: non è soltanto sopravvissuto alla funzione per cui era nato, è sopravvissuto alla città che lo aveva costruito.
Oggi appare come una presenza fuori scala piantata sul margine del Tarello, ai piedi del cavalcavia Kennedy. Ventotto metri di diametro, una cinquantina d’altezza secondo i dati comunemente utilizzati nelle ricostruzioni bresciane: un enorme dodecaedro metallico che non contiene più gas e proprio per questo, negli ultimi trent’anni, è stato riempito di quasi tutto il resto: museo, archivio, spazio espositivo, polo culturale, memoriale delle vittime del Covid, torre in legno per i giovani. Brescia ha provato a immaginarlo in molti modi. Quello che non è ancora riuscita a fare è trasformarlo davvero. E adesso che qualcosa finalmente si muove, la sorpresa arriva dalla parte opposta rispetto a quella guardata per trent’anni: non cinquanta metri sopra terra, ma fino a dieci metri sotto.
Quando illuminare la notte era il futuro
La storia comincia molto prima del gasometro che vediamo oggi. Brescia appartiene infatti al primo gruppo di città italiane che sperimentarono l’illuminazione a gas già prima dell’Unità: le fonti storiche collocano nel 1859 l’avvio del servizio, gestito dalla Società tedesca del gas di Augusta. Nella seconda metà dell’Ottocento chi arrivava in treno trovava, vicino alla stazione, la fumosa Officina del gas. Era un’altra città, ancora stretta attorno al nucleo storico, che cominciava ad allargarsi oltre le mura e imparava insieme all’industria una cosa oggi ovvia: sottrarre ore al buio. Il gas veniva ottenuto dalla distillazione del carbone, bisognava però conservarlo e distribuirlo mantenendo stabile la pressione della rete. È qui che entrano in scena i gasometri: giganteschi serbatoi che sono insieme edifici e macchine.

Quello sopravvissuto a Brescia appartiene alla famiglia dei gasometri «a secco» di tipo «Man»: la sua architettura nasce direttamente dalla funzione. Dentro l’involucro verticale si muoveva un grande pistone; il gas entrava nella parte inferiore e ne determinava il movimento, mentre il peso del sistema contribuiva a mantenere la pressione necessaria alla distribuzione. Non c’è praticamente nulla di ornamentale ed è precisamente questo a renderlo interessante: il gasometro non era stato disegnato per essere bello, doveva funzionare. La sua forma è la conseguenza di ciò che avveniva dentro: l’altezza, l’involucro metallico, il gigantesco vuoto centrale. Una macchina grande come un palazzo che, una volta privata della macchina, è diventata architettura.
1933, o forse 1932
Anche la sua carta d’identità conserva una piccola zona d’ombra. Le ricostruzioni bresciane più recenti, compresa quella utilizzata dal Comune, datano il gasometro al 1933 e gli attribuiscono circa 28 metri di diametro e 50 d’altezza. Una fonte specialistica dedicata al riuso dell’archeologia industriale indica invece il 1932, attribuisce la costruzione alla società Antonio Badoni & C. e riporta misure leggermente inferiori: 22,5 metri per 45. La differenza non cambia la storia, ma dice qualcosa della storia stessa: perfino un oggetto impossibile da non vedere ha attraversato quasi un secolo lasciando dietro di sé documenti non sempre coincidenti.
Durante la seconda guerra mondiale l’impianto venne colpito dai bombardamenti; nel dopoguerra fu ripristinato. Una ricostruzione locale indica il 1948; le fonti specialistiche attestano comunque che nei primi anni Cinquanta era nuovamente operativo. Ma proprio allora cominciava la sua vecchiaia. L’arrivo del metano rese progressivamente superato il sistema precedente. Dal 1952 il gasometro venne utilizzato soltanto parzialmente per lo stoccaggio, mentre la dismissione cominciò alla fine degli anni Ottanta fino al 1992, quando arrivò la chiusura definitiva. Aveva circa sessant’anni: la parte più lunga della sua seconda vita stava appena cominciando.
La città arriva fino a lui
Nel frattempo Brescia aveva fatto qualcosa di più radicale: gli si era spostata intorno. Quando il gasometro nacque, quello era ancora il limite tra città e campagna. Poi arrivò il cavalcavia Kennedy. Poi Brescia Due, il nuovo centro direzionale che negli anni Settanta avrebbe cominciato a spostare verso sud uffici, servizi e residenze. Poi le torri, il Crystal Palace, il parco Tarello. Molto più tardi, la metropolitana. Il paradosso urbanistico è tutto qui. Il gasometro era stato costruito fuori dalla città perché apparteneva alla sua infrastruttura industriale. La città, crescendo, lo raggiunse, lo circondò e infine lo superò. Un impianto nato ai margini si ritrovò nel mezzo di uno dei luoghi scelti da Brescia per rappresentare la propria modernità.

Senza muoversi di un metro, cambiò paesaggio. E finì per mettere una modernità di fronte all’altra: quella novecentesca dell’acciaio, dell’energia e della grande macchina industriale e quella di Brescia Due, fatta di vetro, cemento, terziario e mobilità. Due idee di futuro costruite a pochi decenni di distanza. Una diventava archeologia mentre l’altra le cresceva intorno.
1994: salvare il vuoto
Il problema di che cosa farne nasce praticamente insieme alla sua dismissione. Nel 1994 gli architetti Roberto Spinoni e Annalisa Taurchini dedicano al manufatto una tesi al Politecnico di Milano. Non un esercizio di poche tavole, ma una ricerca di oltre duecento pagine, poi pubblicata nei «Quaderni di Sintesi» dell’Asm con un titolo che contiene già l’intero problema: «Il gasometro di Brescia come reperto di archeologia industriale. La storia negli archivi, un archivio nella storia».
La loro intuizione è importante perché rovescia il modo di guardarlo: il vuoto non è un difetto da eliminare riempiendolo, è la cosa da conservare. Il progetto immagina infatti un archivio inserito all’interno del vecchio organismo industriale senza cancellarne la leggibilità. Il gasometro dovrebbe continuare a raccontare se stesso mentre ospita una funzione nuova. È un principio che tornerà continuamente negli anni successivi: quanto si può trasformare una macchina industriale senza perdere precisamente ciò che la rende unica?
Trentadue idee per un gasometro
Due anni dopo la domanda diventa pubblica. Nel 1996 viene bandito il concorso per il riuso dell’ex gasometro. Partecipano 32 gruppi. La giuria è presieduta dall’architetta e urbanista Paola Viganò e sceglie di premiare proprio le proposte architettonicamente meno invasive: non quelle che cancellano il manufatto, ma quelle che accettano di fare i conti con il suo enorme vuoto. Il primo premio va al padovano Andrea Viviani. Il concorso viene ricordato come quello del 1996-97 e il progetto vincitore finirà nel 1998 sulla rivista di architettura «Metamorfosi». Viviani immagina di trasformare il gasometro in un polo culturale.

Ma è interessante guardare anche le altre proposte, perché è allora che Brescia comincia davvero a costruire la collezione dei possibili futuri del suo gigante. Il progetto di Sergio Agape, per esempio, prende sul serio il vuoto fino a farlo diventare la materia stessa dell’intervento. Dentro il gasometro compaiono tre elementi: Platea, Toroidi ed Emiciclo. Al piano terra la Platea, spazio teatrale flessibile e aperto verso l’esterno. Più in alto i Toroidi: livelli sospesi destinati a hall, esposizioni, percorsi museali, attività commerciali, fino a bookshop e caffetteria. Nel sottosuolo l’Emiciclo, anch’esso pensato per le esposizioni. È quasi un edificio che galleggia dentro un altro edificio. Ma il progetto contiene soprattutto un’intuizione urbanistica.
Agape osserva che mettere attività culturali dentro il gasometro non basta: bisogna collegarlo alla città. Immagina quindi un percorso capace di ricucire il parco con la zona a ovest di viale Kennedy e perfino una futura fermata della metropolitana chiamata «Stazione Gasometro». La metropolitana sarebbe arrivata davvero, molti anni dopo. La stazione Gasometro no.
Una proprietà, due eredità
Il concorso produce idee, disegni, una graduatoria e un vincitore. Non produce il nuovo gasometro. Ed è qui che la storia dell’edificio cambia natura: da problema architettonico comincia a diventare un problema politico e amministrativo.
Nel 1998 Asm viene trasformata in società per azioni. Con la divisione dei beni, il gasometro passa al Comune (previa bonifica). È un passaggio che molti anni più tardi tornerà decisivo: la proprietà è pubblica, ma il sito era stato utilizzato e gestito dalla municipalizzata. Intanto il concorso scivola nell’archivio. Nel 2013, proprio in una lettera pubblicata dal Giornale di Brescia sul tema dei concorsi di progettazione, quello del gasometro viene ormai citato insieme alla Crociera di San Luca, via Dante e largo Formentone come esempio di concorsi pubblici «caduti nel nulla». È passata un’altra generazione.
La questione diventa ancora più curiosa negli anni successivi. Formalmente il gasometro appartiene al Comune dal 1998. Materialmente, però, manutenzioni e ispezioni erano state eseguite dalla vecchia Asm. Tanto che, nel 2025, negli uffici comunali non risultava nemmeno chiaro dove fossero finite le chiavi del manufatto: nessuno entrava all’interno da decenni. Il Comune sollecita A2A a intervenire nel 2015 e nuovamente nel 2022.
La posizione della Loggia è che la multiutility abbia raccolto l’eredità industriale di Asm; quella di A2A è differente: il gasometro è proprietà comunale dal 1998, dieci anni prima della nascita della società, e questo impedirebbe all’azienda di intervenire direttamente sull’area. Nel 2025 le parti confermano comunque interlocuzioni in corso. È una specie di paradosso perfetto per un edificio abbandonato: tutti sanno dov’è, tutti lo vedono, la proprietà è nota, ma la sua eredità materiale continua a passare da una mano all’altra.
Poi arriva il Covid
Nel 2021 il gasometro cambia ancora significato. Brescia è una delle città italiane che hanno pagato il prezzo più alto alla pandemia. L’amministrazione guidata da Emilio Del Bono decide di trasformare il vecchio gigante industriale in un memoriale delle vittime del Covid. Non si immagina un monumento tradizionale: l’idea è usare proprio quella massa metallica che da quasi un secolo appartiene all’orizzonte della città. Il gasometro dovrebbe essere recuperato e illuminato, accompagnato da un’area di sosta e meditazione. Nel dossier ufficiale di Bergamo Brescia Capitale italiana della Cultura 2023 viene descritto come un luogo del ricordo capace di trasformare il dolore in «speranza e impegno civile».
Comune e A2A lavorano al progetto. L’incarico viene affidato allo studio internazionale Acpv Architects di Antonio Citterio e Patricia Viel, con il coinvolgimento della società di ingegneria Inginn. L’intervento va oltre l’illuminazione: sistemazione del verde, una recinzione strutturata al posto delle transenne, un percorso pedonale protetto che consenta di avvicinarsi al manufatto in sicurezza. Anche questa volta il progetto avanza abbastanza da diventare più di una suggestione. E anche questa volta non viene realizzato. Il memoriale rimane sulla carta.
2023: il gasometro diventa «sociometro»
Due anni dopo arriva un altro futuro. È il 2023, Brescia è Capitale italiana della Cultura con Bergamo e la mostra «Visioni per un futuro presente» chiede a ventidue studi di architettura di immaginare altrettanti luoghi della città. Defendini Architects sceglie il gasometro. La proposta è probabilmente la più radicale tra quelle elaborate negli ultimi anni: demolire e ricostruire mantenendo sagoma e volume, facendo nascere al posto della vecchia struttura quella che viene presentata come la torre polifunzionale in legno più alta d’Italia.

L’idea è trasformare il gasometro in una struttura per i giovani. Matteo Defendini la chiamerà anche «sociometro»: un contenitore di funzioni diverse costruito secondo i principi dell’architettura bioclimatica, capace di utilizzare acqua, sole e vento come risorse. L’immagine è potente. La macchina dell’energia fossile ricostruita in legno per diventare un manifesto della transizione ecologica. Il monumento industriale del Novecento trasformato nell’edificio bioclimatico del secolo successivo. Ma «Visioni» si chiama così per una ragione: è una visione, non un’opera finanziata.
Nel frattempo restano le transenne
Così, mentre i progetti cambiano, il gasometro rimane. Nel 2025 il capogruppo di Brescia Civica Massimiliano Battagliola riporta il caso in Consiglio comunale. Le domande sono ormai elementari: chi deve occuparsene? In quali condizioni si trova? Sono previste verifiche tecniche? Il terreno è contaminato? Perché il memoriale è stato abbandonato? Esiste finalmente un progetto di valorizzazione? La sindaca Laura Castelletti riconosce che la situazione trascinata per decenni deve essere risolta. Il manufatto, ricorda, è tutelato dalla Soprintendenza come testimonianza di archeologia industriale.

E poi c’è il sottosuolo. Perché dopo aver immaginato per trent’anni che cosa mettere dentro il gasometro, Brescia deve capire che cosa c’è sotto. Ed è qui che la storia compie probabilmente il giro più paradossale. L’area dell’ex gasometro è infatti già formalmente passata al Comune. Ma quella cessione portava con sé una condizione: il sito doveva essere bonificato. Un obbligo che risaliva ad Asm e che, nella successione societaria, è oggi ricondotto ad A2A. Solo che una bonifica, almeno sulla carta, doveva esserci già stata.
La bonifica dopo la bonifica
Ricostruire nel dettaglio questa storia è tutt’altro che semplice: bisogna tornare al 2007-2008. All’epoca Asm aveva effettuato un primo intervento di bonifica dell’area, necessario proprio nel percorso che avrebbe portato il bene nelle mani del Comune. Una partita che avrebbe dovuto essere chiusa allora e che invece, quasi vent’anni più tardi, si scopre non esserlo affatto.
All’inizio di gennaio 2026 il procedimento ambientale avrebbe dovuto arrivare finalmente alla conclusione. Diciannove anni dopo quella prima bonifica. È successo il contrario. Nel corso delle verifiche eseguite nell’ambito del procedimento, con Arpa in contraddittorio come previsto dalla procedura, nel terreno è risultata ancora presente una contaminazione da idrocarburi. La bonifica che avrebbe dovuto permettere di chiudere il passato industriale del gasometro ha così aperto un nuovo procedimento sullo stesso passato.

Da qui parte l’ultimo capitolo, questa volta fatto meno di rendering e molto più di campionamenti e analisi. La scorsa settimana, il 24 settembre, si sono concluse le nuove indagini nell’area già interdetta al pubblico. Dieci carotaggi, spinti fino a dieci metri di profondità, per capire quanto sia estesa la contaminazione rimasta nel sottosuolo. Sono stati inoltre installati tre piezometri che raggiungono gli otto metri, necessari a controllare le acque sotterranee e ricostruire meglio il quadro ambientale. I risultati dei nuovi campionamenti sono attesi entro i primi dieci giorni di ottobre. Ma potrebbero non bastare.
Il passaggio successivo dipenderà proprio da ciò che diranno le analisi. I sondaggi potrebbero infatti essere estesi oltre la recinzione che delimita l’area del gasometro, per rispondere alla domanda che a questo punto conta più di tutte: la contaminazione da idrocarburi è rimasta confinata all’interno del vecchio sito industriale oppure ha superato quel perimetro? Solo allora sarà possibile definire dimensioni e modalità del nuovo intervento. Ed è difficile non vedere il cortocircuito temporale. Un’area ceduta al Comune con l’obbligo di essere bonificata. Una prima bonifica eseguita nel 2007-2008. Un procedimento che avrebbe dovuto chiudersi diciannove anni più tardi. E proprio mentre si prova a mettere il punto, la scoperta che nel sottosuolo gli idrocarburi ci sono ancora. Anche la bonifica del gasometro, insomma, ha avuto bisogno di una seconda vita.
Il futuro comincia sotto terra
Forse è questa l’ironia finale della storia. Per trent’anni Brescia ha guardato verso l’alto. Ha immaginato passerelle, piani sospesi, ascensori trasparenti, musei, archivi, luci, torri di legno. Ha discusso di come riempire cinquanta metri di vuoto. Nel frattempo, sotto, il passato era ancora lì. Ed è questa l’immagine che tiene insieme meglio di qualsiasi rendering quasi un secolo di storia. Sopra terra c’è un enorme manufatto industriale che Brescia continua a immaginare diverso. Sotto terra ci sono ancora le tracce dell’attività per cui quel manufatto era stato costruito. Il primo aspetta un futuro; le seconde obbligano ancora a fare i conti con il passato.

È difficile trovare un luogo che racconti meglio il rapporto complicato di una città con la propria eredità industriale. Quando il gasometro venne costruito rappresentava il progresso: una macchina gigantesca necessaria ad alimentare la città. Quando Brescia Due cominciò a crescergli intorno era già una tecnologia destinata a invecchiare. Quando venne spento definitivamente, nel 1992, diventò archeologia. Poi museo possibile, archivio possibile, polo culturale possibile, memoriale possibile, torre sostenibile possibile. Ogni epoca gli ha consegnato la propria idea di futuro. Il gasometro le ha viste passare tutte.
Attorno sono arrivati il Kennedy, Brescia Due, il Crystal Palace, il Tarello, la metropolitana. Sono cambiate le tecnologie, le amministrazioni, perfino le parole con cui raccontiamo la città: dall’industria alla rigenerazione, dal gas alla sostenibilità, dal monumento alla memoria. Lui è rimasto lì. E alla fine, dopo trent’anni passati a chiedersi che cosa costruire dentro cinquanta metri di vuoto, Brescia ha dovuto ricominciare otto metri sotto terra.




