La fotografia simbolo della Caffaro esiste. O, meglio: ne esistono tante. Solo che quando furono scattate, nessuno sapeva che lo fossero. Ci sono, ad esempio, i ritratti della famiglia di Pierino Antonioli: 25 anni fa, suo figlio era piccolo, non aveva ancora mangiato nulla di ciò che si coltivava nell’orto, né aveva ancora assaggiato le uova delle galline della cascina. Ma Franca, la moglie di Pierino, che lo allattava, sì: ecco perché, già da bambino, i livelli di Pcb nel suo sangue erano altissimi. Gli Antonioli abitavano ed abitano a poche centinaia di metri dalla Caffaro. Il 13 agosto 2001 non potevano sapere che da quel giorno non solo avrebbero perso tutto, ma che avrebbero anche dovuto imparare parole che non appartenevano alla loro vita: Pcb, diossine, contaminazione. Forse per rendersi conto di quanto tempo sia passato bisogna cominciare da qui: da quel bambino piccolo, figlio di Pierino e Franca. Che oggi è ormai un uomo.
Una «Seveso bis»
Siamo nel pieno dell’estate del 2001: esattamente come oggi mancano due giorni a Ferragosto quando la città arriva sulle cronache nazionali con un titolo che non dimenticherà più: «A Brescia c’è una Seveso bis». La notizia corre nella città mezza vuota. La Caffaro, la fabbrica chimica di via Nullo che per generazioni aveva significato soprattutto lavoro, ha lasciato fuori dai propri cancelli Pcb, diossine, mercurio, cromo esavalente e un cocktail velenoso di metalli pesanti. Non è successo quella notte. È successo negli anni precedenti, mentre tutt’attorno la vita continuava.

Comincia così una delle storie più lunghe di Brescia. Da quel momento le fotografie cambiano: arrivano quelle dei cartelli di divieto. Dei giardini nei quali non si può entrare. Delle mappe colorate della contaminazione. Dei campionamenti. Dei tecnici con le tute. Delle assemblee. Un orto diventa un luogo dal quale stare lontani, un giardino un posto nel quale dire a un bambino di non giocare. Le rogge che hanno irrigato per generazioni i campi a sud della fabbrica hanno trasportato anche l’inquinamento e le analisi lo trovano negli alimenti e nel sangue di chi abita nei quartieri attorno alla fabbrica. Brescia, d’improvviso, deve imparare a diffidare di ciò che fino al giorno prima era familiare. Nel 2002 lo Stato inserisce Brescia-Caffaro tra i siti da bonificare di interesse nazionale.
Poi le immagini diventano sempre meno frequenti, perché anche uno scandalo ambientale così grande, quando dura abbastanza, smette di destare scalpore. E comincia una delle specialità più longeve di questa storia: aspettare. Bisogna trovare i soldi, stabilire chi deve pagare, progettare gli interventi. I progetti cambiano. Arrivano i commissari, poi altri commissari. Cambiano sindaci, ministri, governi. Si aprono contenziosi. La fabbrica cambia proprietà e produzione, resta attiva fino al 2021, quando viene sequestrata perché - nonostante gli anni trascorsi - continua a sprigionare inquinamento. Dietro il muro di via Nullo resta il cuore di un problema che tutti sanno di dover risolvere e che nessuno riesce davvero ad aggredire.
Nell’ex azienda
Nel frattempo, a farsi carico della bonifica dei parchi pubblici è il Comune, con l’Amministrazione di Emilio Del Bono. E le persone invecchiano. È il dato che non compare in nessuna caratterizzazione ambientale. Quel bambino allattato nel 2001 oggi è un adulto. Chi allora aveva cinquant’anni ne ha settantacinque. C’è chi ha trascorso un quarto di secolo con un terreno sottoposto a limitazioni, chi ha visto cambiare il valore della propria casa, chi ha continuato a chiedere che al riconoscimento dell’inquinamento seguisse quello del danno. E c’è chi l’inizio della bonifica non ha fatto in tempo a vederlo.

È accaduto il 13 febbraio di quest’anno: dentro la vecchia Chimica si è sentito il rumore di un muro che si sgretolava. Stavolta c’era qualcosa da vedere: una ruspa, gli operai, il cemento che cede. Dopo quasi venticinque anni il verbo più usato nella storia della Caffaro ha finalmente cambiato tempo: la sindaca Laura Castelletti non ha detto «bonificheremo», ma «bonifichiamo».
Il cantiere oggi è lì: si demoliscono gli edifici, si rimuove l’amianto, si smantellano gli impianti. Poi bisognerà scendere sotto, nella terra che conserva decenni di sostanze tossiche, e affrontare la contaminazione in profondità e quella della falda: è la parte più difficile, durerà ancora almeno dieci anni. È, soprattutto, un risultato enorme proprio perché è arrivato enormemente tardi. Sarebbe ingiusto diminuirne il valore: dopo 25 anni Brescia può guardare dentro la Caffaro e vedere qualcosa che prima esisteva solo nei carteggi.
Quello che resta
Poi, però, si esce dal cancello e fuori ci sono le persone. Quelle alle quali è stato detto di non coltivare, non mangiare, non scavare. Quelle che hanno avuto terreni vincolati e proprietà svalutate. Quelle che non hanno prodotto un grammo di Pcb e hanno dovuto imparare a pronunciarne il nome. Per loro, venticinque anni dopo, non è ancora arrivato alcun risarcimento capace di chiudere il conto.

È il paradosso più amaro di questo anniversario. Lo Stato può spendere decine di milioni per riparare il danno ambientale. Può demolire, scavare, trattare la terra, contenere la falda. Può combattere per anni nei tribunali per stabilire chi debba sostenere quei costi. Ma chi quel danno lo ha vissuto fuori dal perimetro della fabbrica è rimasto in fondo alla fila. E venticinque anni cambiano anche il significato delle parole. All’inizio si dice: aspetto. Poi: spero. Dopo molto tempo si comincia a dire: ormai. È quell’ormai che pesa sull’anniversario di oggi.
Dentro la fabbrica, per fortuna, non è troppo tardi. Si può ancora scavare, trattare la terra, fermare la contaminazione, recuperare un giorno quell’enorme pezzo di città. È cominciato e conta (è cominciato tardi e conta anche questo). Una città, con abbastanza soldi e abbastanza tempo, può provare a riparare il proprio Novecento. Fuori, però, è diverso: ci sono cose che nessun cantiere può restituire. Venticinque anni, per esempio.




