Caffaro, Marino Ruzzenenti: «Bene, ma si sono scordati i cittadini»

Storico dell’ambiente ed ex sindacalista: nell’agosto del 2001 avvisò pubblicamente, attraverso la stampa, la città dell’entità del danno
Marino Ruzzenenti - Foto Livio Senigalliesi
Marino Ruzzenenti - Foto Livio Senigalliesi
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Ad avvisare pubblicamente la città (e non solo) dell’entità del danno e di quanto i veleni fossero entrati nel «dna» bresciano, nell’agosto del 2001, fu – attraverso la stampa – Marino Ruzzenenti, storico dell’ambiente ed ex sindacalista. Da allora, il caso Caffaro ha convissuto con lui, che non ha mai smesso di occuparsene e di battagliare affinché questo enorme disastro non rimanesse sigillato in una bolla di silenzi.

Responsabilità

Oggi, Ruzzenenti non sarà in via Nullo a vedere la prima demolizione, simbolo del via della bonifica («non sono stato invitato, andrò a sciare» commenta sorridendo), ma qualcosa da dire ce l’ha. «È molto importante che finalmente si cominci a operare per la bonifica. Certo, con "solo" un quarto di secolo di ritardo».

Marino è diretto e pungente, come sempre: «Bisognerebbe riflettere sulle responsabilità di questo ritardo, che riguardano tutti i livelli, dal Ministero al governo locale. Per anni si è pensato che il subentro di un’altra società (Caffaro Bs) bastasse a tamponare un disastro insopportabile per la città, ma nel frattempo la verità è che quella fabbrica ha continuato ad inquinare: bisogna stigmatizzare tutto questo, perché si doveva e si poteva partire prima». Ora, però, ci siamo e il percorso sarà complesso: «Tolti i fabbricati, si dovrà di nuovo indagare a fondo e rifare le analisi, perché si opera in un contesto tossico complesso».

Tre punti

Ci sono però tre punti rimasti del tutto in sospeso nell’enorme dossier Caffaro. A partire dalla platea che, ancora e nonostante sia davvero trascorso un quarto di secolo, è rimasta ai margini: «I cittadini vittime dell’inquinamento sono ancora del tutto dimenticati. Sulle bonifiche dei terreni privati, i più frequentati, è ancora tutto da fare: molti dei cittadini che abitano in quella zona non sanno neppure il livello della contaminazione dei terreni in cui vivono».

L’altra grande questione aperta è quella delle indagini epidemiologiche: «Non ci sono solo i Pcb, lo ripetiamo da anni –ricorda Ruzzenenti –. Le diossine sono, anzi, il problema principale e su questo non è stato fatto nulla: non è stata indagata la correlazione con il sarcoma dei tessuti molli, ad esempio». Infine, lo snodo della discarica Vallosa di Passirano: «Bisogna risanare anche fuori dall’azienda di via Nullo. E sulla Vallosa si deve intervenire con una bonifica radicale e profonda, in loco». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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