Caffaro, giorno storico: cade il primo muro, via alla bonifica

Inizia la demolizione della fabbrica dei veleni: la prima fase del risanamento «vale» 86 milioni di euro e guarda al 2030
L'ingresso della Caffaro - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
L'ingresso della Caffaro - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
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La sirena che per decenni ha scandito il ritmo del cambio turno è a riposo già da mesi. Ma da oggi, non suonerà più. Perché questo è il d-day: con la demolizione del primo capannone interno alla fabbrica dei veleni di via Nullo, scocca il gong della fase operativa della bonifica dell’epicentro del Sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro (Sin). Venticinque anni dopo quel 13 agosto 2001 che ha stravolto la città al punto da portarla a rifiutare, per decenni, un disastro che in Europa non ha precedenti. Un tempo così lungo da sembrare irreale, quasi mitologico, eppure inciso nelle vite, nei corpi e nella memoria di un’intera città.

Policlorobifenili

La ruspa che entra, i muri che cadono, le strutture che vengono sezionate pezzo dopo pezzo non sono solo un passaggio tecnico. Sono un gesto simbolico, potentissimo. Per la prima volta, ciò che per decenni ha rappresentato l’opacità, la rimozione, la paura e l’attesa viene fisicamente smontato.

Quella fabbrica – nata nel 1906 sotto il nome di Società chimica ed elettrochimica del Caffaro, a soli 900 metri dal centro, a ridosso di una scuola elementare e dalle case, producendo Pcb dal 1938 al 1984 e manovrando un carnet di sostanze tossiche e nocive fino a una manciata di anni fa – ora non è più un monolite immobile, intoccabile, ma un corpo che può essere finalmente attraversato, aperto, svuotato. È la fine dell’immobilismo materiale, dopo anni in cui l’immobilismo era stato soprattutto politico, amministrativo, culturale. A tutti i livelli.

Il Sito di interesse nazionale

Il Sin Caffaro nasce ufficialmente nel 2003, quando l’area passa sotto la regia del Ministero, catalogata come «da bonificare». Ma la storia è molto più antica. È la storia di una produzione chimica che si è sviluppata in una cittadella che occupa 110mila metri quadrati e che ha garantito lavoro e sviluppo (ai tempi d’oro gli operai e gli impiegati sfioravano quota mille persone) e, allo stesso tempo, ha disseminato veleni persistenti.

Uno scorcio all'interno del Sin Caffaro - © www.giornaledibrescia.it
Uno scorcio all'interno del Sin Caffaro - © www.giornaledibrescia.it

A partire dai Pcb (policlorobifenili), considerati all’epoca efficaci lubrificanti e ottimi isolanti termici, ma in realtà tossici, che Brescia non solo ha prodotto, ma pure assorbito per oltre cinquant’anni: da via Nullo ne sono fuoriuscite più di 150 tonnellate. E poi diossine, mercurio, cromo esavalente, arsenico: un cocktail di metalli pesanti inedito.

Sostanze invisibili, silenziose, capaci di insinuarsi nel suolo (7 milioni di mq), nelle falde (23 milioni di mq), nella catena alimentare avvelenando tutto: terra, acqua, sangue. Con livelli di tossicità – scrive Ats – «tra i più alti osservati a livello internazionale». Per anni Brescia ha convissuto con questa consapevolezza a metà, con una ferita che tutti sapevano di avere ma che pochi volevano guardare davvero.

Le indagini

Ci sono voluti scandali, inchieste, sequestri, commissariamenti, cambi di proprietà, fallimenti e rimpalli istituzionali prima di arrivare a questo giorno. Anni di studi, caratterizzazioni, controperizie. Ogni volta sembrava l’inizio, e ogni volta era solo un altro capitolo dell’attesa. Nel frattempo, la fabbrica restava lì: operativa, silenziosa, ma presente. Un confine fisico e mentale tra il prima e il dopo che non arrivava mai.

Fino al lavoro d’indagine e investigativo condotto dal team dell’Arpa di Brescia tra il 2020 e il 2021 (sotto la guida di Fabio Cambielli), determinante per attuare uno stop ad anni di promesse annunciate e poi rinviate: il 9 febbraio 2021 l’azienda (che nel frattempo aveva cambiato proprietà) è posta sotto sequestro, perché viene certificato ciò che i comitati di cittadini (Basta veleni in primis) hanno denunciato: quella fabbrica «inquina ancora» e, per dirla con le parole del procuratore capo Francesco Prete «è un cancro al centro della città che va estirpato».

Cantieri

Oggi il via di quel processo di estirpazione è marcato dal rumore delle demolizioni, che dureranno circa un anno. È un suono secco, metallico, che rimbalza sulle pareti rimaste in piedi e arriva fino ai quartieri intorno: Porta Milano, Fiumicello, Primo Maggio, dove vivono circa 25mila persone. Non è un rumore neutro. È un rumore che pesa, che porta con sé tutto ciò che è stato. Dentro quei capannoni ci sono decenni di lavoro, di turni, di tute sporche di operai come Oreste, Maurizio, Raffaele, Anna e tanti altri, di abitudini industriali che appartengono a un’altra epoca. Ma ci sono anche le omissioni, le sottovalutazioni, le verità dette troppo tardi. Demolire, oggi, significa anche questo: riconoscere che quella stagione è finita e che non può essere semplicemente archiviata senza essere affrontata fino in fondo.

La bonifica

La bonifica che ora entra nella sua fase operativa è una delle più complesse d’Italia. Non si tratta solo di abbattere edifici, ma di gestire e mettere in sicurezza materiali contaminati, di rimuovere terreni, di impedire ulteriori dispersioni (non a caso a gestione la barriera idraulica, quella rete di pozzi che fa da diga ai veleni, è A2A), di lavorare con protocolli rigidissimi per tutelare lavoratori e cittadini (dai lavaruote ai pannelli per misurare le polveri).

È un’operazione che richiederà anni (l’orizzonte della sola prima fase è il 2030), risorse ingenti (il primo step vale 86 milioni di euro), controlli continui. Nessuno può permettersi di raccontarla come una corsa rapida verso il lieto fine. Per la prima volta, però, oggi la macchina si mette visivamente in moto. E la città è chiamata a fare i conti non solo con ciò che è stata, ma anche e soprattutto con ciò che vuole diventare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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