I veleni della Caffaro non sono colpa solo loro. Ma anche loro. Il perché lo spiegano le duecento e passa pagine della motivazione della sentenza con la quale il 16 dicembre dello scorso anno i giudici della prima sezione penale li hanno condannati a vario titolo per disastro ambientale, inquinamento ambientale, gestione incontrollata di rifiuti e falso in bilancio, a pene tra un anno e due mesi e i due anni.
Secondo il collegio presieduto da Francesca Grassani, che della sentenza è anche l’estensore, Donato Antonio Todisco, presidente del cda della Caffaro Brescia Srl sino al luglio del 2016 e poi suo coamministratore di fatto; Alessandro Quadrelli, amministratore delegato dall’agosto del 2016; Alessandro Francesconi, direttore dello stabilimento di via Nullo e consigliere delegato alle tematiche ambientali a partire dall’ottobre del 2017; e Vitantonio Balacco, da direttore dello stabilimento e consigliere delegato all’ambiente fino all’autunno del 2017 non hanno impedito che il loro ciclo produttivo aggravasse lo stato dei terreni sulle quali poggia lo stabilimento al centro di uno dei più gravi ecodrammi d’Italia, ma anche delle acque che dalla zona di via Milano scivolano verso sud per decine e decine di chilometri.
Il sottosuolo e la falda
Secondo i giudici è provato che Caffaro Brescia Srl – che Todisco acquistò nel 2011 impegnandosi tra le altre cose a mantenere attiva la barriera idraulica che avrebbe dovuto impedire l’inquinamento della falda – continuò a riversare bicromato di sodio, cromo esavalente e clorato perché il suo management non aveva provveduto a mettere in sicurezza gli impianti. Il riferimento è in particolare a quattro serbatoi in condizioni critiche, dai quali percolavano bicromato di sodio e cromo esavalente; alle perdite di impianti e serbatoi collegati al ciclo produttivo; ma anche a pavimentazioni non impermeabilizzate a dovere, e ad un grosso serbatoio dal quale, hanno stabilito i consulenti dell’accusa, sarebbero fuoriusciti circa 50 litri a settimana di cromo esavalente, infiltrati nel sottosuolo dalla pavimentazione corrosa.
Alla più recente fase di vita di Caffaro Brescia Srl e, quindi agli imputati, il Tribunale attribuisce anche l’inquinamento delle acque sotterranee. Lo fa attraverso un ragionamento in parte tecnico in parte logico. La falda diventa il «ricettacolo» di ciò che proviene dalla superficie. E dalla superficie arrivano cromo VI e clorati, che hanno andamento discendente e alta solubilità. Che quello trovato nella falda non possa essere inquinamento risalente ad un’epoca storica precedente a quella targata Caffaro Brescia Srl, come i difensori degli imputati hanno cercato di dimostrare, i giudici lo desumono dal fatto che, il «lavaggio» del sottosuolo ad opera di acque sotterranee avvenne nel 2011 e nel 2014, mentre nel 2019 la falda era particolarmente bassa. Nonostante ciò le concentrazioni di cromo esavalente erano comunque elevate e questo anche se la barriera idraulica aveva pompato nel periodo più di due tonnellate del pericoloso inquinante.
Le acque
Alla barriera idraulica i giudici dedicano diverse pagine della sentenza. Acquistando il ramo d’azienda Caffaro Brescia Srl avrebbe dovuto mantenerla efficiente, potenziarla e assicurare che l’acqua emunta fosse trattata in modo adeguato prima dello scarico. Per il tribunale da un lato lo scarico nelle rogge di acqua di falda contaminata da Pcb; dall’altro la propagazione sotterranea dell’acqua inquinata a valle del Sito di interesse nazionale sono la prova che della barriera e della depurazione delle acque gli imputati – come sostenuto dai pm Donato Greco e Silvio Bonfigli – non si sono curati come imposto non solo dai contratti, ma anche dal codice penale.




