Settembre per Simona Tironi si apre su più fronti. Con la ripartenza della scuola, l’assessore regionale a Istruzione, Formazione e Lavoro fa il punto sulle sfide di un mercato che cambia, tra difficoltà delle imprese a trovare personale, formazione tecnica e intelligenza artificiale. Ma c’è anche la politica: esponente di primo piano di Forza Italia nel Bresciano (e non solo), Tironi arriva a una stagione che si annuncia decisiva anche per gli equilibri del partito e del centrodestra.
Assessore, qual è il dato sul lavoro che oggi la preoccupa di più?
La partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto di donne e giovani. Nel 2025, per esempio, abbiamo registrato un aumento delle donne inattive: significa persone che non soltanto non lavorano, ma hanno smesso di cercare un lavoro. E tra i giovani c’è ancora un paradosso: le ragazze lasciano gli studi meno dei ragazzi, ma sono più frequentemente Neet. Quindi la sfida è mettere più persone nella condizione di partecipare al mercato del lavoro e farlo con continuità, conciliando lavoro, formazione e vita familiare.

Le imprese dicono di non trovare lavoratori, i giovani dicono di non trovare lavori pagati a sufficienza o attrattivi. Chi ha più ragione?
Hanno ragione entrambi, sarebbe un errore contrapporli. Il mismatch di competenze esiste: ci sono professionalità tecniche e specialistiche che le imprese cercano e che il mercato non riesce a offrire: è uno dei motivi per cui investiamo tanto sulla formazione tecnica e professionale. Ma un’impresa deve anche chiedersi se il lavoro che offre è competitivo: retribuzione, stabilità, orari, prospettive di crescita e capacità di conciliare vita e lavoro, qualità del lavoro e welfare aziendale.
Cosa può fare Regione su questo fronte?
Sto lavorando ad un libro bianco sul «benessere aziendale», raccogliendo best practis dalle migliori aziende lombarde per poi presentare una legge. Il tema del benessere aziendale oggi diventa uno strumento competitivo fondamentale. La scarsità di lavoratori cambia anche il rapporto tra domanda e offerta: oggi non sono soltanto le persone a dover essere occupabili, sono anche le imprese a dover essere attrattive. Le politiche pubbliche possono ridurre il mismatch e formare meglio; non possono però sostituirsi alle imprese nella responsabilità di offrire un buon lavoro.
Possiamo considerare un successo trovare rapidamente lavoro a un giovane se quel lavoro non gli consente di diventare economicamente autonomo?
No. Dobbiamo guardare anche alla qualità e alla sostenibilità di quel lavoro: continuità, competenze, prospettive professionali e capacità di costruire una propria autonomia. Regione non stabilisce i salari e non può decidere le condizioni contrattuali al posto delle parti sociali. Può però incidere sulla qualità dell’incontro tra domanda e offerta: per questo non considero concluso il nostro compito nel momento in cui una persona firma un contratto. Un esempio su tutti è la misura «formazione continua»: 50mila euro ad azienda, 2mila euro a lavoratore per la formazione.
La Lombardia investe oltre 71 milioni sugli Its per il 2026-27 e i risultati occupazionali sono alti. Perché allora sono ancora percepiti come una seconda scelta?
Perché dobbiamo cambiare una gerarchia culturale che abbiamo costruito in decenni. I 71 milioni che Regione mette in campo dimostrano che per noi non sono una politica marginale, ma una componente strategica del sistema formativo lombardo. Non dobbiamo convincere un ragazzo a scegliere un Its anziché l’Università. Dobbiamo metterlo nelle condizioni di scegliere sapendo che entrambe sono strade di valore, diverse per metodo, obiettivi e vocazione.

Fino a che punto è giusto costruire la formazione sulla domanda delle aziende di oggi, quando il lavoro che i giovani faranno tra dieci anni potrebbe essere del tutto diverso?
Sarebbe un errore costruire la formazione esclusivamente sulla fotografia delle professioni richieste oggi. Scuola e formazione non devono produrre lavoratori su ordinazione, ma formare persone capaci di continuare ad apprendere. Per questo i nostri percorsi hanno successo: sono correlati al mercato del lavoro che è il primo a notare i cambiamenti, invece i percorsi scolastici ordinari hanno ancora schemi datati.
Se domani perdesse il lavoro, andrebbe davvero in un Centro per l’impiego?
Sì, e vorrei che fosse una scelta normale per qualunque cittadino. Ma la provocazione è giusta: se ancora molte persone e molte imprese non pensano al Centro per l’impiego forse non sanno che abbiamo raddoppiato il personale, ristrutturato tantissime nuove sedi e cambiato organigramma ed approccio al mondo del lavoro. La Lombardia oggi ha 64 Centri per l’impiego e più di 500 agenzie per il lavoro.
Tra pochi giorni ricomincia la scuola. Come siamo messi sul fronte organizzativo tra cattedre, supplenze e sostegno?
L’obiettivo è naturalmente partire nelle migliori condizioni possibili, sapendo però che in una regione grande e complessa come la Lombardia il tema del reperimento del personale resta una criticità, in particolare su alcune professionalità e sul sostegno. Va anche fatta una distinzione molto chiara sulle competenze: reclutamento, organici e supplenze del personale della scuola statale dipendono dal Ministero e dagli Uffici scolastici, non dalla Regione. Noi però non possiamo limitarci a dire che non è una nostra competenza. Regione deve fare la propria parte sulla programmazione dell’offerta formativa, sul diritto allo studio, sulla formazione professionale e su tutti gli strumenti che possono rendere il sistema educativo lombardo più solido. Quindi seguiremo l’avvio dell’anno scolastico con grande attenzione, soprattutto dove le carenze di personale rischiano di incidere sulla continuità didattica.
Perché finanziare chi sceglie una scuola privata anziché concentrare tutte le risorse sulla scuola pubblica?
Noi diamo risorse per affermare un diritto di libertà, poter far scegliere alle famiglie quale sia la scuola più adatta per i propri figli. Perché il principio che vogliamo sostenere non è la scuola privata contro la scuola statale: è il diritto della famiglia a scegliere il percorso educativo migliore, senza che quella scelta dipenda solo dal reddito. E va ricordato che il sistema pubblico di istruzione comprende scuole statali e scuole paritarie, che svolgono anch’esse una funzione pubblica nel sistema nazionale. Dote scuola, inoltre, comprende strumenti diversi per il diritto allo studio: dal materiale didattico al merito al sostegno agli studenti disabili. È chiaro che la scuola statale deve avere risorse adeguate e restare un pilastro fondamentale. Ma sostenere la scuola statale e garantire libertà di scelta educativa non sono obiettivi alternativi.
Se uno studente usa ChatGpt per un compito, sta imbrogliando o sta imparando a usare uno strumento che gli servirà nel lavoro?
Dipende da come lo usa. Se chiede all’Ai di fare il compito al posto suo e presenta il risultato come proprio, non sta imparando: sta delegando ed è come copiare. Se invece la utilizza per cercare alternative, farsi spiegare meglio un concetto, confrontare fonti, migliorare una prima versione e poi verifica criticamente quello che l’Ai gli restituisce, sta acquisendo una competenza. L’errore tipico italiano è mostrare paura di fronte a questi nuovi strumenti: ChatGpt è come la calcolatrice, uno strumento. L’Ai può aiutare a velocizzare i processi e la ricerca. La scuola deve insegnare ciò che l’intelligenza artificiale non garantisce: verificare le fonti, riconoscere un errore, formulare una buona domanda, distinguere un’informazione attendibile da una risposta soltanto plausibile. Il progresso non possiamo fermarlo, i nostri ragazzi devono essere di grado di saperlo guidare.

Che cosa dovrebbe saper fare con l’Ai un insegnante lombardo oggi?
Direi almeno tre cose. Primo: conoscerla abbastanza da capire che cosa può fare e quali sono i suoi limiti. Secondo: saperla utilizzare come supporto alla didattica, senza delegarle la relazione educativa e la valutazione. Terzo, forse il più importante: insegnare agli studenti a usarla criticamente.
Lei era vicecoordinatrice regionale vicaria di Forza Italia. È stata una scelta condivisa lasciare quel ruolo?
Quel ruolo mi era stato riconosciuto anche in ragione del risultato ottenuto alle Regionali: sono stata la donna più votata di tutto il centrodestra in Lombardia. Arrivati a discutere dei nuovi equilibri, sono stata io per prima a dire che quel ruolo poteva essere ricoperto anche da qualcun altro. Non voglio accumulare incarichi e voglio concentrarmi su altri progetti.
Quali progetti?
Progetti che mi porteranno a essere ancora più impegnata nel partito. Entrare nel dettaglio, però, è prematuro.
Nel Bresciano si parla apertamente di un’area Tironi, accanto alle aree che fanno riferimento a Paroli-Carzeri e a Casasco. Riconosce l’esistenza di una sua corrente?
Preferisco parlare di area. Esiste un’area politica che fa riferimento al mio percorso e a una rete, tra cui molti amministratori locali, che condividono la mia idea e la mia visione di Forza Italia. Per me sono fondamentali riconoscimento del merito, valorizzazione delle competenze, concretezza amministrativa e capacità di dare spazio a chi dimostra sul campo di saper fare. Ma non è un’area contro qualcuno: è una comunità politica che vuole contribuire a rafforzare e rigenerare il partito.
Cosa distingue la sua area dalle altre?
Io arrivo dal territorio. Il mio percorso è cominciato quando mi sono messa a disposizione del mio paese senza avere una tessera in tasca e senza l’ambizione di scalare posizioni politiche. Poi la politica è diventata una passione e ho scelto Forza Italia perché ne condividevo i valori. Ma il mio marchio di fabbrica è rimasto il territorio: ascoltare, esserci, dare risposte concrete. Oggi i cittadini seguono una persona per quello che fa, per la capacità di dare risposte chiare e di stare vicino ai problemi reali delle persone, che bisogna conoscere.
Nel 2027 per Forza Italia si aprirà una nuova fase congressuale?
Credo che in vista delle prossime elezioni abbiamo la responsabilità di trovare sempre più un equilibrio all’interno del partito. I cittadini si allontanano quando vedono persone che combattono l’una contro l’altra. Dobbiamo concentrarci sul programma.
Veniamo al centrodestra. Vannacci può essere un alleato oppure per Forza Italia è un confine politico invalicabile? Simona Tironi starebbe in una coalizione con lui?
Vannacci ha valori che non sono i miei e idee e progetti che non sono in linea con quelli che porto avanti. Per stare insieme bisogna condividere una strada: oggi non vedo la sua affine alla mia. Poi, per esempio sulla sicurezza, ci possono essere aspetti sui quali non si può dire che non abbia ragione, ma serve l’onestà di dire che cosa sia realmente possibile fare.
Ma se nel 2027 i voti di Vannacci fossero necessari al centrodestra per vincere, Forza Italia dovrebbe accettarlo in coalizione?
No, non si riesce a stare con chi non condivide i tuoi valori. Penso al governo gialloverde: per governare avevano bisogno di stare insieme, ma quanto è durata? Nel nostro caso stare con Vannacci significherebbe tradire la fiducia degli elettori. Non si può cambiare pelle per convenienza.

Fratelli d’Italia rivendica la scelta dei prossimi candidati in Lombardia e in Loggia. Forza Italia è pronta ad accettarlo?
È naturale che il partito con le percentuali più alte avanzi le proprie proposte, ma non credo siano giuste imposizioni precostituite. La coalizione deve avere la forza e il coraggio di individuare le candidature migliori per rispondere ai problemi dei cittadini.
Ci sono già nomi sul tavolo?
Ci sono tanti nomi che circolano, ma una sintesi non è ancora stata fatta. Bisognerà capire come andranno le Politiche.
A proposito di nomi che circolano, per la Loggia c’è anche il suo. Esclude di candidarsi a sindaca di Brescia nel 2028?
Diverse persone, da ambienti differenti, mi hanno detto: «Se decidi di scendere in pista per la Loggia, io ci sono». Le ringrazio per la stima. A me piacerebbe portare a compimento i progetti avviati prima da consigliera e ora da assessora in Regione: ho delle riforme da mettere a terra.
Ma la candidatura la esclude?
No, nella vita non ho mai escluso nulla. Brescia è la mia città e mi piacerebbe lasciare un segno nella città in cui vivo e dove crescerà mia figlia. Non credo che nell’immediato sia il momento giusto per me.
Politiche, Regionali e Comunali. Se dipendesse solo da lei, che strada sceglierebbe?
Mi metto a disposizione del partito dove riterrà che io possa davvero fare la differenza, a livello nazionale, regionale o locale. Non mi interessa una candidatura fine a se stessa, ma avere la possibilità di incidere per i cittadini. Per questo non escludo nulla.
Neppure Roma?
No, neppure Roma. Mi interessa poter fare e lasciare un segno. Sono una donna del territorio e questa resta la mia bussola.




