Opinioni

Se le regole del voto dipendono dai sondaggi

Le forze dell'attuale maggioranza sanno anche che i sondaggi oggi attribuiscono a FdI, FI, Lega e Noi moderati meno del 42%
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Giorgia Meloni e Roberto Vannacci
Giorgia Meloni e Roberto Vannacci

La presentazione degli emendamenti al disegno di legge che vuole riformare il sistema elettorale non ha chiarito del tutto il percorso che attende il progetto. Sulle preferenze (reintrodotte, fermo restando che il capolista bloccato non si tocca, segno che – di fatto, essendo i collegi piccoli – solo tre partiti avranno eletti scelti davvero dai cittadini) si è arrivati a concederne tre: una scelta adeguata, se le circoscrizioni eleggessero una trentina di parlamentari, ma in dimensioni molto più ristrette l'effetto è minimo.

In quanto all’alternanza di genere, ci sono interpretazioni opposte: la destra dice di aver dato spazio alle donne (anche perchè la componente femminile della maggioranza è indiziata di aver affossato quel passaggio alla Camera, mandando sotto il governo) mentre la sinistra afferma l'opposto. In effetti il testo produrrebbe risultati un po’ ambigui e incerti sull'equilibrio della rappresentanza fra i generi.

Il punto davvero importante resta eluso, naturalmente, perché in atto c'è una trattativa e perché la maggioranza è spaccata sull'ipotesi di un ballottaggio fra le coalizioni, se nessuna ottiene la percentuale per aggiudicarsi il premio.Così, siccome il senatore Pera (già presidente dell'Assemblea di Palazzo Madama) ha presentato un emendamento in tal senso, una via d'uscita per chi vuole introdurre il secondo turno c’è.

Il meccanismo prevede che il premio vada alla coalizione più votata oltre il 48% (in entrambe le Camere), altrimenti si fa un ballottaggio fra i due poli che hanno ottenuto almeno il 38%; se, infine, la seconda coalizione resta sotto il 38%, all'altra basta il 42% per avere il premio. Un po' macchinoso, ma chiaro. Il premio è di circa il 15% dei seggi: aggiungerlo al 38% dei voti permette di andare poco sopra la metà dei seggi delle due Camere, mentre sotto il 38% non ha senso (infatti si è anche deciso che se nessun polo ha almeno il 38%, la ripartizione è proporzionale). Il punto che fa discutere è: perchè proprio il 38% e proprio adesso si rispolvera il ballottaggio? Qui la risposta non può che essere politica.

Le forze dell'attuale maggioranza sanno che imbarcare Vannacci per superare il 42% è un suicidio politico, senza contare che Forza Italia uscirebbe dal centrodestra; sanno anche che i sondaggi oggi attribuiscono a FdI, FI, Lega e Noi moderati meno del 42% (quello di Swg dava il 40,7%, contro il 43,8% del campo largo).

Ad oggi, il centrosinistra andrebbe da solo oltre il 42% vincendo le elezioni, mentre se l'asticella del premio fosse spostata più in alto, al centrodestra basterebbe non solo l'attuale 41, ma persino il 38 per andare al ballottaggio e prendersi gratis il 7-8% dei voti di Vannacci (al centrosinistra andrebbe sì e no una fettina del 4% di Azione) senza fare accordi col generale.

Il problema è che la Lega non vuole il doppio turno, non solo perchè di solito gli elettori di centrodestra non amano votare due volte di seguito (non a caso, è stato proposto di abolire il ballottaggio alle comunali); così, Forza Italia si è tirata indietro ed è rimasta la proposta di Pera, velatamente ma non troppo sostenuta dalla Meloni. Il campo largo pare contrario al ballottaggio, anche se autorevoli studiosi di area - come Stefano Ceccanti - lo promuovono, nell'ambito di un'iniziativa trasversale. Si vedrà come andrà a finire, ma una domanda ci pare lecita: si può ragionare di una legge elettorale che deve durare nel tempo calcolando le attuali percentuali dei poli per fissare i quorum e per strutturare il meccanismo? Fino a che punto arriva la miopia della classe politica?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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