I dati dello studio Cisl Brescia sono coerenti con quelli presentati dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Brescia per l’intera provincia (rapporto scaricabile sulla pagina della Commissione) e con quelli dell’intero paese e quindi, purtroppo, non ci sorprendono. Il mercato del lavoro italiano resta fortemente marcato delle disuguaglianze di genere. Secondo l’ultimo Gender Equality Index, tra i paesi dell’UE l’Italia è ormai all’ultimo posto per uguaglianza occupazionale e al penultimo per uguaglianza retributiva con una tendenza negativa negli ultimi quindi anni.
I meccanismi alla base di questa drammatica situazione (drammatica per le donne italiane, certo, ma anche per l’economia del nostro paese) sono conosciuti e ben documentati: mancanza di nidi e in specifico di nidi a prezzi accessibili, congedi di paternità praticamente inesistenti, disuguaglianze nel carico di cura (della casa, dei figli, dei genitori anziani), pregiudizi e discriminazioni, specialmente verso le madri lavoratrici, politiche familiari e fiscali che non incitano il lavoro femminile, etc. Eppure, nonostante studi e dati, il discoro sulle donne che «scelgono» il part time, «vogliono» poter passare più tempo coi figli, «preferiscono» un investimento professionale più limitato continua a essere pervasivo.
Questo discorso è fortemente problematico. Prima di tutto perché falso: come lo mostra l’eccellente rapporto del Forum Disuguaglianze Diversità (scaricabile gratuitamente) sul part time involontario, più della metà delle donne che lavorano part time dichiarano di subirlo, di non riuscire a passare a tempo pieno nonostante le richieste, di fare ore in più non retribuite (o retribuite fuori busta paga con gravi conseguenze sulla pensione futura). Ma anche perché questo discorso della «scelta» rischia di trasformarsi in una profezia auto rivelatrice: in Italia ci si aspetta che una madre voglia il part time (se no non è una buona madre) quindi ancora prima che una donna abbia figli si disinveste su di lei anticipando che lei poi disinvestirà la sfera professionale a favore di quella famigliare, cosa che molte donne finiscono per fare perché non guadagnano abbastanza perché valga la pena pagare il nido, perché è quello che ci si aspetta da loro, perché il padre del bambino non condivide il carico di cura (da un neo papà ci si aspetta che raddoppi gli sforzi sul lavoro per fare carriera e mantenere la famiglia, non che rallenti per partecipare alla cura di un neonato), perché con le tasse conviene, ecc.
C’è molto quindi da fare sul versante delle politiche familiari (un congedo parentale da distribuire equamente tra i genitori sarebbe un importantissimo passo avanti), sugli investimenti pubblici (posti al nido in primis) e sulla cultura patriarcale (e se smettessimo di considerare che una donna che ha un forte investimento professionale è per forza una cattiva madre?). Ma c’è anche un altro versante che non viene quasi mai considerato: contrariamente a quello che comunemente si crede, i dati analizzati nel rapporto del Forum mostrano con chiarezza come, in Italia, la diffusione del part-time sia più dovuta alle esigenze delle imprese di ridurre il costo del lavoro che a quelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Il part time andrebbe quindi disincentivato e meglio controllato, perché possa davvero essere una scelta di conciliazione (che riguardi anche i padri!) e non una costrizione alla quale le lavoratrici sono ridotte.
Martina Avanza - Presidente di Progetto GAPP, esperta di Gender and Politics



