Opinioni

Politiche e comunali 2027, il peso dell’election day

Tanto a destra quanto a sinistra alcuni temono che concentrare le votazioni in un unico giorno possa aiutare un polo o l’altro
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

La consegna di una scheda elettorale durante le operazioni di voto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La consegna di una scheda elettorale durante le operazioni di voto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’unica cosa certa, riguardo alle prossime elezioni politiche, è che si terranno nel corso del 2027. Sulla data e sul periodo, tuttavia, ci sono preferenze differenti. Salvini vorrebbe votare il più tardi possibile, in autunno, mentre la Meloni sembra propensa alla primavera, meglio se prima delle elezioni comunali. Il prossimo anno, infatti, moltissime capitali «regionali» (praticamente le maggiori metropoli del Paese) rinnoveranno i consigli comunali. Alcuni temono che un eventuale election day possa aiutare un polo o l’altro. A destra, si teme che il traino dei sindaci uscenti di centrosinistra possa estendersi alle liste per le politiche; a sinistra, si pensa che l’effetto Meloni possa invece riverberarsi sul risultato delle amministrative.

In realtà, bisogna sempre distinguere le elezioni di primo grado (le politiche) da quelle di secondo (regionali, comunali), non solo perché hanno dinamiche diverse, ma perché se si vota per il Parlamento si fornisce un’indicazione più o meno diretta e chiara sul partito o il polo al quale affidare il governo del Paese (oppure si esprime un voto «contro»), mentre quando si vota per regioni e comuni si fa una scelta che insieme riguarda l’amministrazione locale (la giunta uscente, i problemi del territorio) e il nome del «governatore» o del sindaco (i candidati contano moltissimo, perché possono trainare la coalizione oppure affondarla).

È pertanto essenziale capire che, se anche si va a votare lo stesso giorno per politiche e comunali o regionali i risultati saranno diversi a seconda della competizione. Ci limitiamo a sei esempi, che crediamo siano molto significativi. Nel 2013 e nel 2018 i lombardi e i cittadini del Lazio sono stati chiamati nello stesso giorno a rinnovare il consiglio regionale e ad eleggere i propri deputati e senatori al Parlamento nazionale. In Lombardia ben 145 elettori su mille, nel 2013, scelsero per le politiche un polo diverso da quello votato alle regionali (un polo, non un partito: se avessimo considerato i flussi fra alleati il dato sarebbe stato più alto); il dato scese a 46 su mille nel 2018.

Nel Lazio il voto difforme fu del 16,1% nel 2013 e del 9,8% nel 2018. C’è poi il Piemonte, dove nel 2019 e nel 2024 si è votato sia per le europee, sia per le regionali. Il voto difforme (per polo, basandoci sulle coalizioni per le regionali) è stato pari al 9% nel 2019 e al 5% nel 2024. Il dato piemontese è minore rispetto a quelli delle altre due regioni forse anche perché il voto europeo è più «in libera uscita» e può anche eventualmente un po’ uniformarsi a quello regionale, perché l’elezione degli europarlamentari non è percepita una scelta decisiva come quella per le Camere nazionali.

La sintesi di questo ragionamento è semplice: se – come sembra dai sondaggi – i poli sono divisi da pochissimi voti, il risultato delle comunali 2027 sarà comunque diverso da quello delle politiche e probabilmente non le influenzerà. Che qualcosa possa esserci, è probabile; ma è ancora più verosimile che alla fine si compensi tutto, quindi non ci sia - al netto - alcuna influenza delle comunali sulle politiche e viceversa. Si può avere un traino dell’affluenza per le elezioni parlamentari su quelle comunali, ma siamo sicuri che a livello nazionale si voti di più che in tanti comuni nei quali la competizione si preannuncia serrata?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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