Cronaca

«Repressione del Governo? Rischia solo di innescare nuova violenza»

La dura critica del presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli, all’ennesimo Decreto sicurezza del Governo Meloni. L’avvocato era presente al Teatro Grande a Brescia per il Congresso straordinario dei penalisti
Simone Bracchi

Simone Bracchi

Giornalista

Il presidente nazionale dell'Unione delle Camere penali italiane, l'avvocato Francesco Petrelli
Il presidente nazionale dell'Unione delle Camere penali italiane, l'avvocato Francesco Petrelli

Dopo l’ottavo pacchetto sicurezza, gli avvocati italiani si sono fatti subito sentire, criticando duramente il Decreto emanato dal Governo Meloni. «La repressione potrebbe innescare nuova violenza». Mentre sul caso di Youssef Siher, il 31enne bresciano ritenuto dagli inquirenti la mente dietro il Movimento 17 ottobre, è stato evidenziato che «se bastasse una ricognizione di quello che leggiamo sui social, dovremmo mettere in carcere un’intera generazione». Sono le parole del presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli, intervenuto oggi, domenica 1° novembre, al Teatro Grande di Brescia in occasione del Congresso straordinario dell’Ucpi riguardante proprio il ruolo dell’avvocato tra processo e realtà. Concetti questi già affrontati dall’avvocato bresciano Andrea Cavaliere, membro della Giunta nazionale dell’Unione Camere penali italiane: sul Giornale di Brescia aveva spiegato che «violenza politica e terrorismo non coincidono: servono prove».

Presidente Petrelli, parliamo della sicurezza, visto quello che è successo nelle ultime settimane in Italia. Di fronte a questi episodi il Governo risponde con l’ennesimo decreto sicurezza, cosa ne pensate?

Siamo giunti all’ottavo pacchetto sicurezza di questo Governo. Bisogna essere molto chiari su questo punto. L’ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini, la repressione degli illeciti, che mettono a repentaglio i valori fondamentali della convivenza civile devono essere sicuramente colpiti perché la sicurezza va comunque garantita. Dove ci si separa decisamente sono i mezzi attraverso i quali raggiungere questi obiettivi. E qui la nostra critica si fa molto dura.

Quali sono queste differenze di vedute?

Siamo stati sempre molto rigorosi con questo tipo di interpretazione della sicurezza. Sono stati introdotti in questi anni una cinquantina di nuovi reati, innumerevoli gli aumenti di pena, l'introduzione di nuove ostatività e di nuove aggravanti. Modificare, stravolgendo l’intero ordinamento penale e processuale, mettendo a repentaglio i pilastri fondamentali dello Stato di diritto, è una via sbagliata. Noi in Italia abbiamo una Polizia fortemente specializzata in grado di gestire l’ordine pubblico in maniera egregia, ovviamente se bene utilizzata. Utilizzare invece l’esercito in chiave simbolica ed esclusivamente repressiva è un errore perché rischia tra l’altro di instaurare un circuito pericoloso, che può innescare nuove reazioni, nuove violenze e ulteriori fasi repressive. Questo Stato ha un intero patrimonio di norme penali, di norme amministrative senza ricorrere a legislazioni securitarie delle quali francamente non c’è bisogno.

Quali sono state le vostre proposte al Governo in merito alla sicurezza?

Abbiamo sempre contrastato questa linea securitaria, che sta portando davvero il nostro ordinamento in una linea di conflitto aperto con quelli che sono i nostri valori costituzionali.

Francesco Petrelli e il bresciano Andrea Cavaliere, presidente e membro della Giunta nazionale dell'Ucpi
Francesco Petrelli e il bresciano Andrea Cavaliere, presidente e membro della Giunta nazionale dell'Ucpi

Bisogna tornare alla rifondazione del nostro codice di procedura penale, dobbiamo modificare anche il rapporto che esiste all'interno del nostro ordinamento fra le esigenze di sicurezza e i diritti fondamentali della persona.

Della vicenda di Youssef Siher cosa ne pensa?

È esattamente l'inevitabile risultato di quello che stavamo dicendo. Quando si pensa che lo strumento penale, che la decretazione d'urgenza sia la via elettiva per poter risolvere quei problemi di tutela degli interessi dei cittadini, si finisce con il deragliare, con il finire su di un binario morto nel quale poi chi ci rimette sono appunto i valori del giusto processo e dello stato di diritto in genere.

Un episodio che ha spaccato l’opinione pubblica, esattamente come la decisione del gip di liberarlo. Provvedimento criticato dalla stessa premier.

Infatti, poi si protesta perché c'è un provvedimento di un giudice che libera il fermato, applicando la legge. Ma ci sarebbe piuttosto da chiedere se non siano le iniziative legislative che hanno portato a quel risultato.
Presidente, quando Siher è stato fermato in molti non hanno capito quale fosse il confine tra l’istigazione alla violenza con finalità di terrorismo e posizioni radicali che in manifestazioni come queste da sempre esistono.
La nostra Costituzione, come è in ogni stato di diritto, tutela quelli che sono i diritti fondamentali della persona tra i quali evidentemente c’è il diritto di critica e soprattutto il diritto di manifestazione del proprio pensiero. È inevitabile che questo diritto possa entrare in contraddizione, in conflitto con l’esistenza di reati come l’apologia o l’istigazione, nei quali quelle manifestazioni del pensiero diventano degli illeciti capaci di offendere i valori e la tutela dell'ordine pubblico e degli interessi di sicurezza della collettività.

Quella dell’offensività delle dichiarazioni che vengono fatte e della capacità effettiva di muovere altri alla commissione di reati è il limite del quale bisogna tenere conto. Se noi facessimo una banale ricognizione di quelli che sono i contenuti dei nostri social, immaginando che ogni espressione che il singolo immette in rete (nei quali magari esalta in maniera impropria condotte illecite di terzi e anche atti terroristici) dovremmo immaginare di mettere in carcere un’intera generazione, un’intera società.

A proposito di generazione e società, con l’ultimo decreto il Governo usa il pugno di ferro anche e soprattutto nei confronti dei minorenni.

Questa è un’ulteriore scelta che noi abbiamo fortemente criticato, perché esce totalmente da quelli che sono i presupposti che il nostro ordinamento aveva posto alla base del trattamento dei minori, che essendo una fascia evidentemente più debole e più vulnerabile non può essere trattata alla stregua di un adulto.

Qui oggettivamente c’è una sorta di travisamento: si immagina che il fatto che un minorenne sia immerso nel flusso di informazioni, che vive quotidianamente in rete, faccia di quel minore una persona più matura rispetto alla propria età. Probabilmente è esattamente il contrario. 

Minori che vivono all'interno di un circuito social in realtà spesso maturano un senso della realtà inferiore rispetto a quello dei ragazzi di una volta e quindi bisognerebbe tenere conto sotto un profilo scientifico di questo elemento di disturbo rispetto all'ordinaria percezione di quella che può essere la maturità o l’immaturità di un minore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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