Cronaca

«Una violenza disperata, i giovani oggi chiedono di essere visti»

Così lo psicoterapeuta Matteo Lancini sulle proteste: «Gli adulti, le istituzioni, devono ascoltarli e non comportarsi come bulli. Il vero problema non è la violenza nelle piazze, ma il fatto che davanti a questa disillusione i ragazzi si ritirano, si feriscono, si uccidono»
Simone Bracchi

Simone Bracchi

Giornalista

Gli scontri a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Gli scontri a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Condanno i gesti violenti e la devastazione». Lo ha sottolineato subito, in modo chiaro, ancor prima di iniziare l’intervista, perché sa benissimo come sia facile finire nel tritacarne delle polemiche su un tema così delicato, visto che sulla sicurezza e la violenza giovanile «si sta giocando una battaglia importantissima in vista delle elezioni». Ma uno psicologo è chiamato a dare un senso e un significato a quello che accade, senza per questo giustificare certi episodi. «Altrimenti avreste chiamato un esperto di giustizia». E probabilmente oggi Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, è uno dei professionisti più preparati per spiegare quello che sta accadendo nelle piazze italiane e di tutto il mondo.

Presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano, Lancini questi argomenti li ha affrontati anche nel suo ultimo libro «A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni» (edito da Einaudi nel 2026).

Matteo Lancini - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Matteo Lancini - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Lancini, come valuta quello che sta accedendo nelle piazze italiane?

Parliamo di un movimento che esprime una protesta, «pacifica», collettiva, sostenuta anche da alcuni insegnanti e genitori, di giovani che da diverso tempo vivono in una società dove il problema non è l’abbandono dell’onnipotenza infantile, ma una disillusione verso il futuro, legata al fatto che le emozioni non sono espresse, legata al fatto che abbiamo disboscato il pianeta e plastificato i mari, al fatto che appunto la violenza riguarda la società odierna, non dimentichiamoci che cosa succede nel mondo delle guerre e che violenza gli adulti propongono ogni giorno. Negli ultimi anni ci siamo lamentati parecchio di generazioni che sarebbero superficiali, poco interessate alla politica e al loro futuro, incapaci di togliersi da quella che chiamiamo dipendenza da internet, ma ovviamente solo se ce l'hanno loro. Per poi lamentarci però se scendono in piazza. Bisognerebbe accogliere e ascoltare quelle che sono le loro ragioni.

Ci sono però stati diversi episodi di devastazione. Secondo lei questa violenza come va letta? Da dove nasce? Si può paragonare a quella dei grandi movimenti del passato?

La violenza del ‘68 e del ‘77 era trasgressivo-positiva, questa è una violenza disperata di gente che non è stata vista. Sono cose diverse, è come dire, che differenza c’è tra il consumo dei cannabinoidi oggi e trent’anni fa. Il consumo è lo stesso, ma sono due cose completamente differenti. In quegli anni la violenza era volta a colpire in un certo senso le istituzioni. Oggi è invece una visibilità di giovani che non sono mai stati visti e non a caso da tempo questi fenomeni, in forma meno drammatica, sono presenti nelle nostre città. Pensi a cosa succede in piazza Vittoria a a Brescia.

Si spieghi meglio.

Questo fatto di occupare le zone più centrali della città dove ci sono i ricchi, i famosi, i popolari, dove il mondo è andato avanti. Qui i ragazzi dicono: «Ti faccio paura io, questo spazio è anche mio». E chi vuol far paura è perché ha un’enorme paura dentro e vuole essere visto.

Dunque torniamo al concetto centrale presente anche nel suo ultimo libro: gli adulti, in questo caso anche le istituzioni, devono saper stare nelle relazioni.

Per spiegare bene quello che accade nella nostra società potrei partire da un concetto che è quello di «Bullismo degli adulti», cioè quella modalità di prevaricare le nuove generazioni che ha riguardato il fatto che qualsiasi forma di espressione venisse bandita e vista come fastidiosa. Tutto questo in qualche modo può aver sollevato forme di protesta di piazza.

Ci faccia un esempio.

Un anno e mezzo fa tre ragazzi si presentano all’esame di maturità, rinunciando ai loro voti. Dicono: «Guardate che la scuola è un’esperienza fuori dal tempo che aumenta la competizione, che fa nozionismo e non cultura». Gli adulti, le istituzioni, invece di ascoltarli fanno una legge che dice che chi osa non rispondere all’esame di maturità verrà bocciato. Praticamente istighi a non poter dire niente, esattamente quello che vivono le vittime di bullismo: alcuni si suicidano o si ritirano, qualcuno per caratteristiche di personalità si arrabbia. E gli adulti invece di indignarsi, genitori compresi, sono d’accordo. Allora, io credo che esista una realtà che a nessuno piace, che si divide in due. Da una parte quella che va meglio agli adulti, che pensano solo a loro: sono convinti che i giovani non hanno voglia di lavorare, che hanno avuto troppo e che bisogna forzarli alla crescita. Tra un po’ anche gli psicologi li sostengono come fossero dei coach dell'allenamento: «Devi sforzarti a diventare qualcuno». Invece sono generazioni che hanno visto adulti fregarsene del pianeta, lavorare e pensare solo a se stessi, non cambiare la scuola che è l’unico luogo che cambia, togliere loro cellulare e internet mentre tutti lo usano. E potrebbe essere che andrebbero ascoltati per affrontare il vero problema.

Qual è il vero problema?

Il problema è che i ragazzi attaccano il loro corpo davanti a questa disillusione: si suicidano, si ritirano; il ritiro sociale maschile è la caratteristica più diffusa, non la protesta di piazza. Si manifesta anche attraverso il disturbo alimentare, quindi l’attacco al proprio corpo non solo con l’anoressia ma anche con la fissazione per la massa muscolare e per il cibo. E qui torno alla domanda iniziale: dobbiamo renderci conto che esistono dei giovani che in questo momento, con forme ovviamente più o meno equilibrate, esprimono un dissenso a livello sociale. Il compito dell'adulto sarebbe accoglierne le ragioni. Questo però implica essere adulti significativi, autorevoli. Gli adulti più fragili, esattamente come i bulli, invece interverranno con provvedimenti severi, metteranno tutto a tacere dicendo che questa è l'autorevolezza e il rispetto. Invece è una fragilità adulta.

E per lei i social che ruolo hanno in tutto questo?

Tutti dicono che i social sono il luogo dove i ragazzi costruirebbero la violenza e la radicalizzazione, ma non hanno capito che in realtà questi sentimenti non espressi sono stati contenuti dai social e dalla rete e che quando usciranno saranno devastanti. Continuiamo a sostenere che la violenza giovanile dipenda dai social, da internet, dai videogiochi, dalla musica dei trapper. Quando invece dipende da emozioni non ascoltate, da una rabbia profondissima. Dopo è chiaro che il fatto di vivere in una società globale informatica ha cambiato tutto, che queste cose nascono in rete, ma come del resto si diffonde in rete l’influencer che diventa la persona più popolare. Oggi i leader del mondo parlano più ai social che ai loro Parlamenti, questo è il mondo che abbiamo creato noi adulti.

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