Fermo non convalidato. Custodia cautelare in carcere non concessa. Il recinto di ipotesi costruito attorno a Youssef Siher è crollato al primo refolo d’aria. E, tutto sommato, c’era da aspettarselo. Gli elementi evidenziati a suo carico dalla procura di Milano, per come li abbiamo letti nelle ore dell’interrogatorio di convalida del trentenne che fino a pochi mesi fa viveva a Mazzano, parevano inconsistenti anche ad occhio profano e inconsistenti, in assenza di un asso nella manica che non ha trovato nelle carte, si sono rivelati anche agli occhi del giudice chiamato a valutarli.
L’ordinanza con la quale il gip Tiziana Landoni ha rimesso in libertà il trentenne accusato di istigazione a delinquere aggravata dalle finalità di terrorismo smonta tanto il suo fermo quanto la richiesta di trattenerlo in carcere in custodia cautelare. Per il primo, spiega, manca il presupposto necessario: il pericolo di fuga. La Cassazione, spiega il giudice, stabilisce che debba essere concreto: l’indagato deve essere pronto a far perdere le sue tracce.
Il trentenne ricorda il gip nella sua ordinanza «è nato in Italia, in Italia vive e lavora. Ha moglie e figlia». Ma non solo. Quando gli agenti di pg la mattina di sabato 24 si sono presentati a casa loro nel Comasco, per eseguire una perquisizione a suo carico, e non l’hanno trovato, i suoi suoceri hanno riferito che Siher si trovava a Milano, da un’amica, hanno dato loro il suo numero di telefono, oltre al modello e la targa della sua auto. In seguito a queste indicazioni – prosegue il giudice nell’ordinanza – i poliziotti sono andati a colpo sicuro e l’hanno trovato. Non stava scappando, scrive il gip, probabilmente si trovava a Milano dalla sera del 23 (come scrive il pubblico ministero nella stessa richiesta di convalida del fermo) per partecipare alla manifestazione dell’indomani.
Per il carcere manca un altro presupposto decisivo: i gravi indizi di colpevolezza. L’istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto, ricorda il giudice. La condotta per essere punibile – afferma Tiziana Landoni citando diverse pronunce della Corte di Cassazione – deve essere dotata di efficacia concretamente persuasiva, deve spingere altre persone a commettere delitti specifici.

L’istigazione contestata a Youssef Siher per il gip non ha queste caratteristiche. Non può essere considerata tale. Dal profilo Instagram «Movimento 17 ottobre», inidoneo ad istigare qualcuno non foss’altro per il fatto che è stato aperto dopo i violenti episodi milanesi del 17 e 18 ottobre, il giudice ricava due post: «Lo Stato ci piscia addosso ed i media ci fanno credere che piove» e «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Per il gip si tratta di una «generica dichiarazione di guerra ad un presente infame e non nei confronti delle istituzioni dello Stato», non accompagnata da «riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato», tali da indurre i follower della pagina «a commettere atti del genere».
Il giudice non ha trovato indizi di colpevolezza nemmeno nel gruppo Telegram riconducibile a Siher. Qui il trentenne si limita ad «evocare azioni di disobbedienza civile che non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti». L’ordinanza sottolinea come il 30enne non abbia caldeggiato o sostenuto azioni violente proposte da altri su Telegram e che, il 22 ottobre, pubblicando sul canale il vademecum «Rivoluzione istruzioni per l’uso», abbia semmai voluto indicare gli obiettivi tattici della disobbedienza civile, suggerire abbigliamento e accessori da indossare per proteggersi durante le manifestazioni, ma non anche strumenti offensivi da utilizzare contro le forze dell’ordine.
Queste ultime indicazioni sono solo nella versione integrale del vademecum, rinvenuto solo all’interno del suo personal computer e non condivise su Telegram, il «che - scrive il gip - appare un dato indicativo delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza». Siher invita a «rimanere calmi», ad «arretrare alle cariche delle forze dell’ordine», alla «massima responsabilità individuale e collettiva» e – per il gip – «non prospetta mai azioni violente o l’adozione di comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi a Milano il 17 e il 18 ottobre». Il trentenne - si legge nell’ordinanza - si è limitato a promuovere una mobilitazione collettiva, di protesta «consapevole» contro le politiche del governo. «Voleva creare coscienza collettiva» e farlo senza «esaltare in alcun modo la violenza».




