Cronaca

Corteo, il questore: «Nessun ferito, gli scontri causati da gruppo estraneo»

Paolo Sartori è stato ospite di «Messi a fuoco»: si è parlato anche della mobilitazione massiccia dei giovani, di dialogo e del caso Youssef Siher tra opinione pubblica, stampa e giustizia
Il corteo in centro a Brescia, 30 ottobre 2026 - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il corteo in centro a Brescia, 30 ottobre 2026 - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

«Siamo riusciti a garantire, anche grazie alla collaborazione degli organizzatori, la possibilità a tutti di poter partecipare ed esprimere le proprie idee democraticamente». Il questore di Brescia Paolo Sartori parte da qui per tracciare il bilancio della manifestazione che ieri ha portato diecimila persone nelle strade della città. Una mobilitazione imponente, con studenti e lavoratori in corteo contro la guerra e il caro vita, segnata da pochi secondi nei quali la tensione è diventata scontro.

Ospite di «Messi a fuoco», la trasmissione di Teletutto condotta da Andrea Cittadini, Sartori ha definito il bilancio «assolutamente positivo», sottolineando l’assenza di feriti. Resta il contatto tra una parte dei manifestanti e gli agenti: un episodio che il questore attribuisce a un gruppo estraneo agli organizzatori originari, che avrebbe deviato dal percorso autorizzato e tentato di forzare il cordone della polizia.

Sull’uso dei manganelli, Sartori ha difeso l’intervento delle forze dell’ordine: «Quando si tenta di sfondare il cordone della polizia e si tenta di andare in zone considerate delicate, se i manifestanti utilizzano la forza è necessario intervenire. Ma è durata cinque-sei secondi». Il questore ha anche spiegato che, in altre circostanze, sono state consentite deviazioni dalle prescrizioni a chi si è mosso senza violenza, pur a fronte di qualche disagio per la cittadinanza.

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Sciopero a Brescia: brevi attimi di tensione

Riflessioni

La presenza massiccia dei giovani ha aperto una riflessione sulla capacità degli adulti di ascoltarli e sul rapporto con le nuove generazioni. Laura Venturi, consigliera della Fondazione Comunità e Scuola, ha richiamato un precedente appello dello stesso Sartori: quando interviene la polizia, spesso è già mancata una rete di sostegno tra istituzioni, famiglie e scuola. «Voglio essere positiva perché mi sento parte di una comunità che educa e cerchiamo di intervenire un attimo prima», ha osservato. Un’esigenza condivisa dal questore, che ha ribadito l’«assoluta necessità di fare rete con le altre istituzioni».

A fare da sfondo al confronto, il caso Youssef Siher, il trentenne bresciano fermato nell’indagine sul Movimento 17 ottobre e poi scarcerato dalla Gip, che non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta di custodia cautelare. Una vicenda che ha riportato al centro anche il ruolo delle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste. «La potenza della piazza virtuale è più forte di quella reale», ha sostenuto l’ingegnere informatico Michele Vitiello, consulente in diversi tribunali italiani, che ha sottolineato le difficoltà del controllo e del monitoraggio online. Ma la rete, ha avvertito, non garantisce l’invisibilità: «Chi inizia a fare questa attività deve sapere che non è perfettamente anonimo». Proprio la rapidità con cui gli investigatori sono risaliti al creatore della pagina, ha spiegato, mostra quanto sia ingannevole affidarsi alla presunta impossibilità di essere identificati.

Il ruolo della stampa

C’è infine il racconto pubblico di un’indagine. Su questo si è interrogato il direttore del Giornale di Brescia e di Teletutto Giorgio Bardaglio, proponendo una riflessione sul lavoro della stampa: «Siamo usciti tutti uguali il giorno dopo su Siher. Non voglio dire che mi pento, ma col senno del poi mi chiedo se è stata fatta la cosa giusta o se abbiamo ripetuto errori del passato. Ci sono due canali, quello della giustizia e quello dell’opinione pubblica, che devono rimanere distinti. Credo – ha aggiunto Bardaglio – che l’informazione va ancora migliorata da quel punto di vista». Un richiamo che riguarda le persone coinvolte, anche i loro familiari, le conseguenze dell’esposizione mediatica e la necessità di distinguere, fin dal primo racconto, un’accusa da una responsabilità accertata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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