«Ha dimostrato particolare abilità e acume», tanto da riuscire a creare «in pochi giorni, un gruppo Telegram di oltre 11 mila persone». È uno dei passaggi più significativi della richiesta con cui la Procura di Milano chiede la custodia cautelare in carcere per Youssef Siher, il trentenne di Mazzano indagato nell’inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Per gli inquirenti, non si sarebbe limitato a diffondere messaggi di protesta: avrebbe costruito una rete digitale, fornito indicazioni operative per le manifestazioni e cercato di aggirare i controlli delle forze dell’ordine.
Il rischio, secondo il pubblico ministero, è che il ricercatore di origini marocchine nato a Gavardo, cresciuto a Mazzano, sposatosi a settembre e ormai residente nel Milanese, possa ripetere le condotte contestate. «L’ideologia rivoluzionaria manifestata dall’indagato appare tale da far ritenere insufficiente, allo stato, la sola pendenza del procedimento come deterrente alla commissione di nuovi reati», scrive il pm nella richiesta del 26 ottobre.
Misure alternative inadeguate
È questo uno dei motivi per cui la Procura considera inadeguate le misure alternative al carcere. Nell’atto si sottolinea che Siher avrebbe dimostrato di saper sfruttare «il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali al fine di porre in essere gravi reati». Una valutazione che, per l’accusa, pesa nonostante l’indagato sia incensurato.
La ricostruzione della Procura ruota attorno al canale Instagram e al gruppo Telegram del Movimento 17 ottobre. Il secondo, stando agli accertamenti effettuati, avrebbe raggiunto oltre 11mila iscritti. Una crescita che, per il pm, non sarebbe rimasta confinata alla dimensione virtuale.
«L’insieme degli elementi sopra evidenziati fa emergere in maniera evidente come il modus operandi e le finalità dell’indagato» abbiano sfruttato quanto accaduto nelle giornate del 17 e 18 ottobre «per creare un gruppo Telegram di migliaia di persone», si legge nella richiesta.
Suggestione e persuasione
La Procura di Milano sostiene che Siher avrebbe incitato gli iscritti «a dare corso ad un progetto rivoluzionario, finalizzato a porre in essere atti delittuosi con finalità eversive». E aggiunge che la rete avrebbe acquisito una «forza di suggestione e persuasione» in grado di spingere altre persone verso la commissione di reati.
A pesare sono soprattutto i messaggi pubblicati nei giorni precedenti la manifestazione del 24 ottobre. Per il pm, Siher avrebbe fornito «precise indicazioni e istruzioni sulle modalità organizzative delle manifestazioni, sulle strategie per eludere i presidi delle forze dell’ordine, sulle modalità di movimento per le strade e di raggruppamento in luoghi prestabiliti».
L’accusa evidenzia inoltre che l’indagato, di fronte ai messaggi violenti comparsi nella chat, sarebbe rimasto operativo senza prendere le distanze da quei contenuti. Avrebbe così offerto «un supporto logistico e organizzativo», rafforzando, secondo la Procura, «i propositi criminosi» degli utenti.
Strategia di tensione
Nell’atto viene contestata anche la finalità terroristica. Il pubblico ministero parla di una «strategia di tensione continua», alimentata dalla prospettiva di nuove mobilitazioni violente e dalla diffusione online di messaggi che, secondo l’accusa, avrebbero potuto intimidire la popolazione e destabilizzare la vita civile. Tra le frasi richiamate c’è quella pubblicata su Instagram: «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Per la Procura, il linguaggio utilizzato non sarebbe una semplice espressione di dissenso politico, ma si inserirebbe in un progetto volto a riproporre gli episodi violenti del 17 ottobre. «L’incitazione pubblica alla reiterazione sine die di movimentazioni ugualmente violente» avrebbe prospettato alla cittadinanza «una situazione di costante e irrefrenabile scontro urbano, di devastazione, di saccheggio, di aggressioni indiscriminate», scrive il pm.



